martedì 7 febbraio 2012

Testo presentato alla XV edizione del premio Carlo Ulcigrai.

I: L'unica cosa che ricordava di quel posto, era un grosso chiodo arrugginito e curvato ad uncino sopra la porta d'ingresso. C'era stato una volta sola, doveva aver avuto cinque o sei anni e nemmeno il tempo di dare uno sguardo dentro che gli era stato messo sulla schiena un sacco pieno di mandorle e detto di camminare. E si ricordava solo il chiodo che serviva ad appendere qualcosa che non c'era.
Poi, cresciuto ed andate le cose come erano andate, che lì un giorno ci sarebbe dovuto ritornare, lo aveva sempre saputo. Ma una volta sola – aveva immaginato – accompagnato da un mediatore o da un avvocato o da qualcuno del genere, per dare un'occhiata, sentirsi dire a mezza voce un prezzo, pressappoco, grossomodo e dopo mai più.
A vendita avvenuta, in paese, forse, si sarebbero accorti che era stato lì.
Niente da fare. Il vialetto di sterrato finì e Saverio dovette attraversare un tratto di terra appena rivoltata, morbida, sprofondando fino alle caviglie, a tratti inciampando in qualche pietra bianca che compariva all'improvviso sotto i piedi. E niente avvocato. Doveva accontentarsi di suo zio Vito o meglio, zio di suo padre e di suo padre coetaneo, fratello più piccolo - e per questo vivo – dei nove fra cui era compreso suo nonno. Nonché l'ultima persona che aveva voglia di vedere.
Il tratto di terra finiva direttamente sul quadrato di piastrelle tutte diverse davanti all'ingresso della casa, un grosso cubo di cemento con tre stanze ed un camino per riscaldarsi e cucinare. Niente elettricità, niente acqua corrente. Sulla destra, di poco scostato dalla costruzione, un bagno chimico faceva bella mostra di sé e della sua plastica ruvida verde acido, sbiadita dal sole. La porta invece, doveva essere stata cambiata da poco, assi lucide e serratura doppia. Il chiodo non c'era più.
L'interno... gli toccava entrare, come nei suoi pensieri non gli era mai saltato in mente di fare, era fuori luogo, in qualche modo era sbagliato... ingiusto.
L'unico a fare le cose per bene, una volta tanto, era stato suo padre che se ne stava all'obitorio, l'unico posto in cui avrebbe accettato di rivederlo. Che nel caso presente si facesse davvero fatica a riconoscerlo, era solo un dettaglio.

“Ho le chiavi.” la grande rivelazione di zio Vito... che camminava due passi dietro di lui e poi uno avanti e poi di nuovo dietro, come per non offendere. Un uomo scuro, basso, pingue, calvo, con gli occhi piccoli e stretti che guardavano sempre male e con diffidenza e sempre si muovevano dall'alto in basso, da destra a sinistra serrandosi all'unisono con le sue mani, al contrario grandi come due radici di ulivo, di quelle nodose e dure che diventano un solo pezzo di carbone che brucia per ore e ore. Era un brava persona, troppo brava.
Motivo per cui Saverio non aveva nessuna voglia di averci a che fare. Non poteva avercela con lui per aver sempre preso le difese di suo padre, che rimaneva sempre il figlio di un fratello, qualsiasi cosa facesse, appellandosi proprio a quella sua debolezza, a quella bontà che lo faceva in qualche modo complice. Probabile gliela avesse montata lui, la porta nuova, magari pure di domenica mattina, invece di dormire mezz'ora in più, cosa che con l'età gli diventava sempre più difficile. A Saverio riusciva facile figurarseli nei campi fino a sera, all'ultimo filo di luce, a piantare precisi e perfetti filari di fave, mettere a dimora le piantine dei finocchi od aggirarsi alla ricerca di una gramigna nascosta fra i fagiolini od i pomodori. Magari Vito credeva di farlo tornare in sé o magari era proprio per quello che il padre di Saverio lo voleva vicino.
Le chiavi tintinnarono, Vito spinse la porta ed i cardini girarono silenziosi, perfettamente oleati.
Entrarono. La luce proveniva da una finestra ad inferriata con i vetri sporchi più dall'interno che dall'esterno dove, almeno, la pioggia dava una lavata ogni tanto. Un piccolo tavolo quadrato, una sedia vecchia con la seduta di vimini. Un secchio di latta arrugginito con dentro ciocchi di legno spaccati dal verso corto per farcene stare di più, vicino al camino stretto e alto. Una bacinella celeste di plastica con dentro un piatto fondo, un bicchiere di vetro verde, una forchetta, un coltello con il manico di plastica marrone. Sporchi e sempre sporchi i panni in un'altra bacinella più grande, accanto al passaggio senza porta che conduceva nelle altre due stanze. Una era piena di fusti bianchi di plastica di prodotti chimici, rocchetti di filo di ferro, zappe di ogni misura sistemate in ordine di grandezza, buste di carte con semi diversi tenute chiuse da una molletta per il bucato, sacchi di juta vuoti accuratamente ripiegati ed impilati.
Nell'altra era passato il maestrale. Il contenuto di un comò a quattro cassetti giaceva sparso per terra, vestiti, saponette nuove pestate da chi aveva fretta di uscire e rientrare, rasoi usa e getta, bottiglie mignon di liquore, santini, libretti di preghiera che servivano a conservare foto di defunti. Saverio seguì la pista delle facce degli zii che aveva conosciuto e di quelli morti prima della sua nascita fino al letto che occupava il resto dell'ambiente, una brandina con due materassi di spugna una sopra l'altro, senza lenzuola, solo coperte al momento tirate via da un lato. A testa, un crocefisso di ferro era appeso in equilibrio precario proprio al centro della macchia più grande del sangue nero e secco, che la sera prima, o giù di lì, era esploso fuori dalla testa di suo padre assieme a tutto il resto, per via di una cartuccia di pallettoni in piena faccia. Poi era colato lungo il muro, da lì sul cuscino ed intriso i materassi che se lo erano bevuto tutto, gonfiandosi di scuro.
La roba sparsa era, invece, il segno della perquisizione che i carabinieri si erano sentiti in dovere di fare, Saverio sapeva che chi era stato lì prima di loro non aveva preso niente e niente cercava all'infuori di suo padre.
“Che vuoi fare?” chiese Vito.
“Pensavo lo sapessi tu.... - troppo scostante, pensò Saverio, non mi ci metto pure io a mettergli i piedi in testa. Tono più calmo. - Perché, che ci sta da fare? Io a pulire non mi metto e non c'è niente che voglio prendere”.
“Tua madre ha detto di cercare la fede.” Saverio nemmeno per un secondo pensò ad altro che all'anello di oro giallo che tante volte aveva visto tirato contro di lei, la freccia preferita del suo martirio. Tant'è che alla fine lo rivoleva.
“Se non se lo sono preso.” disse
“Non credo... - Vito, i suoi occhi vagavano ancor più veloci per la stanza – Si sono presi solo i contanti... mi sono messo d'accordo così.”
“Quanto hanno trovato?”
“Qualche paio di mille euro, dietro il comò.”
Nemmeno l'impegno, pensò Saverio, di portarseli sporchi di sangue da sotto il materasso.
“Allora... - sospirò avvicinandosi al mucchio di vestiti, muovendoli con un piede – Lo sanno chi è stato?”
Zio Vito grugnì: “È un anno che lo sanno tutti chi doveva essere.”
E lo sapeva pure Saverio
II: Della fede nessuna traccia. Probabilmente suo padre l'aveva persa o più semplicemente era finita in fondo ad un pozzo o lanciata fra l'erba alta o fra i rovi. Risalirono sulla Renault 4 bianca di Vito, un residuato che ancora si aggirava per le campagne del paese ed andarono in ospedale. Il tragitto non era così lineare come la testa di Saverio, stranamente pesante, lo induceva a credere infischiandone dell'evidenza che la via del ritorno non differiva in alcun modo dall'andata. Senza Vito, probabilmente Saverio avrebbe vagato per ore fra viottoli e mulattiere interrotte o chiuse da pareti di fichi d'india. Magari avrebbe desistito. Magari sarebbe stato costretto ad andarci qualcun altro.
Arrivarono, entrando da un cancello laterale che portava direttamente all'obitorio. Ovviamente il cadavere non era in esposizione, ma ben in vista c'erano la madre e la zia di Saverio, sedute nella sala d'aspetto, accanto alle scale che portavano al piano di sopra ed al Pronto Soccorso. Se ne stavano lì, vestite in un modo che andava benissimo sia per un funerale che per un matrimonio od un battesimo, con tutto l'oro che avevano a disposizione alle orecchie ed al collo. In grembo una bottiglia d'acqua da mezzo litro, di quelle prese al distributore nell'atrio dell'ospedale, secondo loro sufficiente a dar l'idea che qualcuno andasse e venisse per portare i propri rispetti al morto ed a servirle ed accudirle, regine del proprio dolore e più la seconda cosa che la prima. Anche se tutti sapevano, loro comunque fingevano... una messinscena di cui lo sguardo di sua madre accusò, rassegnato, Saverio. Lo sapeva tutto il paese che lui era l'unico figlio ad essersi fatto vivo, costretto dal vivere a meno di venti chilometri dal paese e dall'avere ancora un po' di coscienza – che non bastava a riparare, certo – tale da non abbandonare del tutto la madre, quella povera donna che navigava nella disgrazia che lei stessa aveva messo al mondo. E che aveva fatto il vuoto attorno.
Saverio fece finta di non capire, non serviva prendere certi discorsi adesso, tanto più che non c'era modo di evitarli. Indipendentemente dall'essere ritenuto responsabile, restava il fatto che sua sorella, in Canada, non ne aveva voluto sapere e con l'altra, in Germania, non era riuscito nemmeno a parlare. Il marito aveva chiuso il telefono in faccia a Saverio non appena appreso chi fosse e che cosa volesse. Vito e Saverio si avvicinarono alle due donne, che parvero essersi accorte del loro arrivo solo in quell'istante, come se le occhiate di prima fossero un caso, pensieri in cui erano state sorprese e non dirette precisamente a qualcuno.
“Ma'... - disse Saverio – Vuoi andare a casa?”
“Non l'hanno trovato.” zia Nietta, che non aveva bisogno di chiedere dando per scontato il risultato.
“Devi fare il funerale.” sospirò sua madre. Saverio ingoiò la bestemmia che gli era salita alle labbra. Vito gli posò una mano sulla spalla:
“Per tua madre...” mormorò
“Perché, è morta pure lei?” chiese.
“E io sono meno degli altri cristiani?!” esplose lei, urlava, bisbigliando, ma urlava, furiosa ed immobile, la sua voce un ringhio soffocato, profondo come una pugnalata.
“Com'è? Solo noi... - Nietta, a sostegno della sorella, mostrando i denti che avrebbe voluto affondare nel collo di Saverio – Noi soli dobbiamo fare le cose diversamente?”
Ma tutta quella rabbia Saverio l'aveva già messa in conto e da parte sua sperava di essere arrivato ad un'età sufficiente da ignorarla.
“In un modo o nell'altro... - fece – Ci vediamo.” ricambiò la mano sulla spalla di Vito e lasciò l'obitorio e tutti i suoi occupanti troppo vivi. Dietro la schiena sentiva ancora gli occhi di quelle due vipere che prima mordevano e poi si travestivano da vermi calpestati.
III: Quando Vito l'aveva chiamato, l'ultimo treno era passato da un pezzo. Saverio, per arrivare in paese, si era fatto dare un passaggio da un suo amico che, al momento, era anche il suo datore di lavoro, al deposito dove faceva il guardiano. Amico o meno, aveva approfittato per controllare se il motivo dell'assenza di Saverio fosse vero ed in più aveva intimato di non assentarsi per più di due giorni o sarebbe rimasto disoccupato e rimpiazzato da un tizio che, Saverio sapeva, stava sempre in agguato e con gli occhi aperti per fregargli il posto, accontentandosi pure di meno, a nero più a nero di come già lavorava Saverio.
Lasciato l'ospedale, non aveva nessuna voglia di andarsene a casa di sua madre, a rispolverare ogni angolo di casa in cui erano volati piatti e bottiglie od in cui suo padre si era sfogato su sua madre o su di lui o sulle sue sorelle che a loro volta si prendevano la rivincita sempre su Saverio o sulla madre che di nuovo con Saverio si scatenava. Non vedeva o sceglieva di non vedere la crepa che attraversava, sgretolandolo, il suo mondo, ossia che fossero le figlie della stessa pasta di suo marito.
No, si diceva, deve essere il maschio, il maschio per forza.
Che ora doveva darsi da fare per il funerale, almeno quello. Perché era per colpa di quel figlio che non baciava la terra su cui camminava, che se ne era andato a fare l'eremita. Suo padre era stato sempre e solo un lavoratore e non un ottuso, tirchio, alcolizzato, violento, malavitoso della domenica a cui serviva come l'aria il timore di quelli come lui, con cui giocava a carte o se ne stava a decidere come non pagare i braccianti, piangendo fame, in piazza, a contare le macchine che passavano.
Proprio in piazza Saverio era capitato, calamitando gli sguardi di tutti i vecchi seduti fuori dai circoli a prendere il primo fresco della sera dell'ultimo caldo di settembre. Era figlio di chi era figlio e Saverio sapeva cosa si chiedessero e aspettassero. Cambiò strada.
Qualche ora dopo, aveva fatto un paio di telefonate e preso accordi con una agenzia funebre. I dettagli che gli erano stati chiesti lo avevano colto del tutto impreparato e si era ritrovato invischiato in discussioni su auto, cilindrate e carrozze con dodici cavalli, come nei film, una caricatura che non faceva altro che esprimere la realtà spietata che un'altra caricatura, più grande e terribile, all'inizio dei tempi, aveva modellato. Almeno questa storia del trasporto, la scaricò su zio Vito.
Dovette tornare a casa di sua madre alla fine, doveva pur darsi una sciacquata e fare finta di essere il benvenuto... niente... le vie della caricatura sono infinite. Saverio trovò il portone mezzo chiuso, le coccarde viola bordate di oro, i manifesti con il nome di suo padre, il banchetto con il libro per le firme, pagine e pagine ormai, di nomi che non si prese la briga di leggere. In meno di mezza giornata sua madre aveva capovolto il mondo e se ne era venuta lì a ricevere le condoglianze, come se il marito fosse morto nel proprio letto, come si fa, si è sempre fatto e ci si aspetta si faccia. L'unico in difetto era di nuovo Saverio, che non c'era o meglio, non si era fatto trovare. Realizzò, allora, di non avere abbastanza coraggio per non farsi davvero vedere più. Oltre il portone poteva vedere il corto vialetto di ghiaia costeggiato da aiuole di rose e cespugli di rosmarino ed in fondo la casa bianca a due piani, con i balconi pieni di gerani rossi e rosa, mescolati a vasi di basilico e di menta. Non aveva nemmeno il coraggio di odiare quel posto e l'unica cosa che riuscì a pensare, fu che ci voleva un po' d'acqua per le piante, bisognava davvero innaffiarle. Si rifece odiando se stesso.
Entrando incrociò una parente, una cugina di sua madre che non lo salutò e passò oltre come se niente fosse, magari convinta di aver così assolto al suo dovere. Per fortuna era l'unica presenza al momento e Saverio non dovette cercare la forza per ignorare di essere ignorato. Non era sicuro di poterla trovare. In casa c'erano sua madre e zia Nietta, vedova e zitella preservata come tale per presiedere a tali occasioni. I loro sguardi lo disprezzarono, non era un uomo, era meno di niente, meno di una schifezza sotto la suola delle scarpe.
“Ti hanno visto in piazza.” esordì Nietta, gelida, chissà da quanto aspettavano di poterglielo dire, probabilmente ogni conversazione avesse avuto quell'unico argomento. Poteva sentirlo: condoglianze – una zia - hanno visto tuo figlio in piazza; condoglianze - il compare di cresima - lo hanno visto; condoglianze – la cognata di una cugina – è vero che lo hanno visto? Sì, è vero, alle cinque. Quando si voleva, tutto si poteva sapere e far sapere.
“Che hai fatto?” chiese sua madre, un lamento a fiato corto.
Ecco. Ecco il punto.
Esattamente come lei aveva preteso che Saverio andasse a bastonare, di notte, sperso nelle campagne, il padre che se ne era andato, a rompergli denti e togliergli soldi, adesso Saverio avrebbe dovuto cercare ed ammazzare il suo assassino. Un tale Sandrino, altro vecchio milionario morto di fame che l'aveva annunciato e l'aveva fatto. Ma questo figlio, in un caso o nell'altro, si rifiutava di mettere le cose a posto, di fare quello che doveva. Aveva cominciato e non voleva finire.
“Niente. - rispose per lui Nietta. - Che deve fare questo qua?”
Sospirarono entrambe. La persona di Saverio non aveva davvero alcun interesse per loro, loro che sazie, portavano la croce.
Erano in cucina. Un grande tavolo rotondo, una tovaglia bianca traforata su cui c'erano tazzine per i caffè che erano stati offerti e per l'amaro che era stato rifiutato. A destra la credenza, a sinistra i fornelli ed il frigorifero, alle spalle delle donne la porta finestra che dava sul balcone. Entrava una luce gialla che investì Saverio né calda né piacevole. E le piante volevano ancora acqua.
“Tuo marito... - disse – Quello che ti scassava la testa e l'ultima figlia te l'ha fatta partorire a calci... tuo marito... prima ha sparato ad un cane che non gli piaceva come abbaiava, poi ha sparato ad un altro che non gli piaceva come lo guardava ed alla fine il padrone dei cani ha sparato a lui perché non gli piaceva come respirava. Giusto per essere chiari.”
Seguì un solo istante di silenzio, in cui Saverio si rese conto di aver solo aggiunto un altro po' di peso al fardello che quelle due si fregiavano di portare, che niente avrebbe potuto sconfiggere il loro desiderio di vivere una lunghissima e lenta agonia, che per loro la morte era solo una scappatoia.
“E tu dove stavi?” fece sua madre.
“E tu che facevi?” Nietta
IV: Al funerale, in chiesa, c'erano tutti i proprietari del paese con moglie e figli e persino la moglie e le figlie di Sandrino, proprio loro, in prima fila con sua madre, vedova perfetta da ogni punto di vista, sia come rappresentazione cristianissima del lutto, sia come mandante mancata.
Saverio pure stava davanti, ma defilato. Il pensiero comune era che Saverio, fino ad allora, non si fosse sposato e non avesse avuto figli proprio per fare un ultimo sfregio a suo padre e non popolargli la funzione. Che si sorbì tutta e poi lenti, fino al cimitero, dietro il macchinone divora benzina nero, di un lucido accecante. Per pietà, zio Vito si era messo fra Saverio e Nietta che sosteneva la sorella, a tratti lanciando occhiate di disgusto al nipote. Ad un certo punto, abilmente, Vito riuscì a portarsi tre o quattro passi indietro e toccando leggermente il braccio di Saverio, a farsi seguire.
“Le tue sorelle hanno mandato gli avvocati.” bisbigliò.
Ovviamente le proprietà gli interessavano, le terre, le case.... e probabilmente erano stati gli avvocati del paese a contattarle e non viceversa.
“Si accomodino. - sbuffò Saverio – Se promettono di non darmi niente, mia madre è disposta pure a cavarsi gli occhi ed a finire sotto un ponte... era già in conto... faranno una finta vendita...”
“Non possono fare niente. - Vito rallentò se possibile, ancora di più – Tuo padre ha pagato bene per mantenere il segreto... ma piano piano ha venduto tutto a me ed io ho venduto tutto a te. Sono quasi due anni che sei ricco e non lo sai.”
Saverio non provò niente. Magari solo una leggero senso di oppressione sul petto. Sapeva che non era un tentativo di riparazione, che non erano stati i rimorsi a far agire suo padre in quel modo. Quello era l'ultimo calcio alla moglie che non sapeva perché si era preso, così come per lei non contava quel marito od un altro. Aveva vinto lui con un colpo, inferto dalla tomba, da cui non si sarebbe più ripresa. Perché era così che doveva andare, almeno secondo la storia che ogni singolo componente di quella massa incarognita, aveva raccontato e ficcato in testa a se stesso, per restare bestia al di là di ogni benessere materiale.
Sotto o sopra, tutti l'anima avevano imparato a sverminarla, da parassita qual era.
E Saverio, dato che adesso era lui il padrone, si tolse la giacca nera, la cravatta, sempre nera e le lasciò cadere per terra. Si sfilò la camicia bianca dai pantaloni, superò sua madre e Nietta e così stette a testa del corteo fino al momento in cui deviò, stando attendo che tutti, proprio tutti, lo vedessero andare al bar.