giovedì 22 marzo 2012

Come fu venduto un grande mistero_racconto presentato al consorso Steampunk vs. Dieselpunk ossia lo sputtanamento definitivo del genere

Bussarono alla porta. Preso a testate la porta, pensò. Un centurione della Milizia, troppo sbarbato per essere convincente, entrò, salutò ed annunciò:
“Eccellenza, il colonnello Ambrati chiede di essere ricevuto.”
“Fate passare.” rispose e quello scattò alla stessa velocità che se fosse stato preso a calci nel sedere.
Santo Carvi rimase a fissare qualche istante la porta chiusa, poco dopo Ambrati fece il suo ingresso. Rimasero soli. Carvi accese una lampada da tavolo, stava quasi del tutto al buio, non se ne era accorto, aveva avuto altro per la testa.
Non ci furono saluti, ma nessuno si sarebbe messo ad obbiettare sull'autentica fede fascista dell'altro. Ambrati sentì l'immediato bisogno di sedersi, Carvi, che seduto era rimasto, di fumare. Stettero lì ad osservarsi e presto dovettero constatare di avere lo stesso sguardo e, se possibile, la stessa faccia di chi dorme poco e mangi meno e sono solo i nervi a tenerlo in piedi. Ma quel silenzio, in qualche modo confortante, non poteva durare in eterno od aspettare la notte per sussurrarvi di nascosto.

“Dunque... - fece Carvi- ...l'avete riportato.” ed ebbe l'impressione che un'ombra calasse sul volto del colonnello. Nessun gioco di luce, niente con cui distrarsi e dimenticare al più per un istante dove si era e cosa si stava facendo.
Solo la risposta migliore.

Il sole di mezzogiorno picchiava sulle loro teste, ogni goccia di sudore tentava di scappare agli stracci che tenevano infilati in una manica o nel colletto e bruciava negli occhi. Almeno in quelli dei due appuntati che arrancavano già da qualche ora dietro Pinuccio il pastore ed uno dei suoi figli. L'oggetto della ricerca era un altro figlio, il minore, più una trentina di pecore ed a dirla tutta più queste ultime che il primo. Il maresciallo, appresa la notizia per vie traverse o meglio per le vie del paese in cui Pinuccio imperversava con la luna storta, aveva deciso di affiancargli i due ché troppo spesso qualcuno usciva alla ricerca di qualche pecora e cadeva sbattendo la testa su una pietra o sul bastone accidentalmente appiccicati alla mano di Pinuccio. Stavolta non era cosa di pietre o scivoloni anzi, fu Pinuccio a scivolare con un effetto comico che si smorzò all'istante quando i quattro realizzarono che l'erba era tutta nera e vischiosa.
Pinuccio si alzò annusandosi le mani, sangue comunicò. A secchiate.
Pochi passi fra le sterpaglie che arrivavano alle ginocchia e trovarono le pecore. O quelle che dovevano essere state pecore. I carabinieri poi, rinvennero la bisaccia e trovarono anche il figlio di Pinuccio. Almeno buona parte. Dal petto in su.
Per il resto ci misero la giornata intera.
Carvi ascoltò il rapporto di Ambrati attaccato ai braccioli come se da un momento all'altro la sedia dovesse mettersi a scalciare e sbalzarlo via. Ed in effetti l'intero edificio in cui si trovavano dava l'impressione di volersi mettere a correre per poi schiantarsi, finalmente, contro il primo ostacolo disponibile. Poco più che una baracca ingombra di taniche di latta vuote ma che ancora appestavano con il carburante che avevano contenuto, pezzi di ricambio malmessi ancor prima di essere utilizzati ed altra risulta ferrosa ed arrugginita che difficilmente il pensiero riusciva a mettere insieme in qualcosa di sensato. Eccellenza o non Eccellenza, tale era il suo ufficio. In alternativa, quelle quattro assi fino a poco tempo prima divorate dalle erbacce, avrebbero potuto semplicemente lasciarsi andare, abbandonarsi, coricarsi per sprofondare nella voragine che sorvegliavano e di cui persino di giorno si riusciva a scorgere a stento il fondo. Al suo arrivo in quel posto, a Carvi la scena era parsa quella di una vedova che contemplasse la fossa appena scavata, ancora aperta e le tende che aveva avuto il malaugurio di trovare dentro, erano altrettante vecchie megere vestite di nero che fissamente osservavano senza aspettarsi niente o forse, per scongiuro, fino all'ultimo momento, fino alla prima palata di terra, che il morto cambiasse idea ed aggrappandosi ai bordi risalisse fra i vivi. Purtroppo, Carvi sapeva, nel suo caso non se ne sarebbero andate insoddisfatte.
“...e dei vostri uomini.. potete fidarvi?” distrattamente, Carvi.
“Certo.” un moto di sofferenza del colonnello ravvivò l'ambiente e Carvi lo poteva anche capire, Ambrati, un veterano dell'ultima guerra che all'improvviso si era ritrovato agli ordini di uno con vent'anni di meno che non aveva mai sparato un colpo.
“Allora scendiamo.” Carvi.
Abbandonarono la stanza e dopo un corto corridoio attraversarono il locale dove il centurione, più altri quattro, presidiavano l'ingresso. Fuori erano attesi da un pugno di soldati, pure loro avanti con gli anni ed in più malconci e da un autocarro il cui carro era completamente celato da un panno di tela scuro. Salirono davanti ed il caporale alla guida iniziò la lenta discesa a fari spenti lungo la tortuosa rampa ricavata nel fianco della voragine, una cava abbandonata che non aveva niente di meglio da offrire che un piano quasi del tutto inclinato e dissestato che conduceva di sotto e più scendevano più avevano l'impressione di poter cadere da un momento all'altro lungo ripidi precipizi scavati dal tempo e non dalla mano dell'uomo. Carvi scacciò quei pensieri irrazionali, lui stesso aveva scelto di non intervenire sulla rampa che gli era sembrata più che solida e così era e sarebbe stata. Arrivarono in fondo, il caporale proseguì fino ad un punto da cui non erano più visibili dall'alto. Qui Ambrati gli ordinò di accendere i fari, scendere e risalire a piedi. Anche loro due scesero, ad aspettare di vedere l'uomo a buona metà della via del ritorno. Un andirivieni che negli ultimi mesi, specialmente a Carvi, stava cominciando a dare la nausea. Solo dopo si dedicarono a ciò che avevano davanti. Lambita appena dalla luce, una grande apertura ad arco, puntellata qua e là da travi d'acciaio nuove, un grande occhio buio che nel buio silenziosamente intendeva e vedeva senza essere visto. Dall'autocarro un suono sinistro, simile ad un cigolio, ma con un gorgoglio che suggeriva vita, anche se in forma abbietta ed oscena, fece sobbalzare Ambrati che schernendosi guardò Carvi che però sembrava non averci fatto caso. Carvi si avvicinò al lato destro dell'apertura e con sicurezza allungò la mano, trovando l'interruttore per segnalare la sua presenza. Tornò da Ambrati.
Qualche istante dopo, un ronzio annunciò l'emersione della luce elettrica che senza ulteriore preavviso li investì, gialla, annullando completamente quella dei fari, illuminando a giorno i due uomini che erano costretti a tenere lo sguardo basso, riuscendo a scorgere solo il piano dell'elevatore che essa illuminava e le punte delle scarpe degli uomini che vi erano saliti. Carvi fece per coprirsi gli occhi con una mano ed in quell'istante la luce si affievolì. I proprietari delle scarpe erano altri soldati che subito si affollarono attorno all'autocarro senza proferire parola. Ci montarono, alcuni aggrappandosi alle sponde, lo misero in moto e lo guidarono fino a farlo entrare nell'apertura dell'elevatore. Carvi ed Ambrati fecero appena in tempo a scansarsi, loro di certo non avrebbero atteso che lo facessero.
L'elevatore discese. La luce svanì.
Per tutto il tempo di quell'operazione i due si erano guardati attorno, anche se i loro avevano il divieto tassativo di scendere. Mentre udiva l'elevatore risalire Carvi riconsiderò la precauzione di imporre a quegli uomini che ormai da mesi vivevano lì sotto, di indossare uniformi italiane nella pur remota possibilità di essere scorti. In realtà lo aveva fatto durante il loro primo incontro, ma aveva ricevuto in risposta un sorriso sardonico, lo stesso che inatteso spuntava dalla terra in quel momento, la linea stretta della bocca dell'Oberstgruppenführer Hans Clarke che si avvicinò a loro senza spiccicare parola.
Potete andare.” disse Carvi ad Ambrati mentre il sorriso persisteva ed a lui dispiaceva della scarpinata solitaria del colonnello, ma non poteva farci nulla.
Ottimo lavoro.” disse Clarke ad Ambrati ormai di spalle che non diede segno di aver sentito, il forte accento tedesco sottolineava l'intento canzonatorio.
Voi risalirete dopo.” a beneficio di Carvi che alzò appena le spalle.
Dovreste tenere meglio quel vostro affare.” disse Carvi, entrambi erano entrati nell'apertura dell'elevatore.
Finalmente lo avete preso sul serio.” tutto ciò che Clarke aveva da dire, i come ed i quando avevano poca importanza per lui ed in fondo era stata proprio l'assenza di fretta a colpire Carvi la prima volta che lo aveva visto. Eppure molti, a guardarli, non avrebbero avuto dubbi su chi fosse veloce e chi lento fra l'esile gigante biondo ed il pingue e basso con i capelli scuri ed i baffetti che non riusciva a trovare un paio di gambali che gli stessero bene, nemmeno a farglieli su misura. Ebbene, si sarebbero sbagliati. Clarke attendeva. Tutto in lui era una lunga, gustosa e paziente attesa. Carvi invece aveva premura. Premura che tutto finisse.
L'ho sempre preso sul serio. - rispose Carvi - Non è di me che dovete preoccuparvi.” una affermazione ambigua, ma che al tempo stesso non lo era. Come a dire che qualcun altro prima di lui non li aveva pesati a dovere e che pure loro ci si stavano mettendo non facendo le cose per bene. L'elevatore cominciò la sua discesa. Erano uno accanto all'altro anche se lo spazio era tale da permettergli di tenere le distanze, se solo lo avessero voluto, come una coppia ai due lati opposti di una stanza, dopo un litigio. L'immagine non piacque a Carvi, come non gli piaceva l'aria appestata dai fumi dell'autocarro che era sceso a motore acceso ed al motore dell'elevatore che scaricava direttamente nell'ambiente sottostante. Inoltre la temperatura cominciò ad abbassarsi, l'elevatore si fermò ed i due si trovarono al centro di una lunga galleria debolmente illuminata da luci elettriche fissate alle pareti. Dei soldati piantonavano il percorso a coppie. Entrambi i lati erano chiusi da un alto e pesante portello stagno. Si diressero a sinistra, i soldati salutavano a braccio teso al passaggio di Clarke che affrettò il passo, ma non tanto da lasciare indietro Carvi che per quanto lo riguardava non poteva fare a meno, guardandosi attorno, di verificare la corrispondenza fra il luogo ed i progetti che gli erano stati consegnati. Era stato lui ad intendere alla realizzazione della struttura, ad adattare la cava ed il sottosuolo fino ad ottenere due ambienti superiori collegati da un lato da una galleria e due speculari inferiori a loro volta collegati, per cui adesso si accedeva per mezzo di elevatori, ma che all'inizio erano solo buchi scuri in cui far esplodere le cariche di esplosivo per strappare spazio alla roccia che in cambio chiedeva un prezzo in vite umane. Molti e molti uomini erano morti in nome di qual luogo che non avevano nessuna idea di come sarebbe stato utilizzato e da chi. Ed avevano continuato a morire, anche solo per alloggiare nella pietra viva i massicci portelli stagni. Ogni rifinitura, ogni dettaglio, grondava sangue. Ma Carvi era sempre andato avanti senza indugi, senza domande.
Nei pressi del portello verso cui si erano diretti, c'era una lunga fila di armadietti metallici senza ante , tutti vuoti eccetto uno in cui, silenti, pendevano due creature da incubo che fino a qualche tempo prima Carvi avrebbe chiamato forza, avrebbe chiamato progresso. Docilmente si lasciarono afferrare ed i due cominciarono ad indossare le pesanti uniformi artiche a cui erano stati applicato uno scafandro dotato di respiratore poco ingombrante, anatomico seppur pesante. Il tubo in gomma fuoriusciva dalla sommità del capo e finiva dietro la schiena, dove la riserva di ossigeno per oltre quattro ore si risolveva in una gobba sicché assieme ad essa, a quell’appendice ed alle grandi lenti tonde a specchio dello scafandro, uomini dotati di simile equipaggiamento assumevano l’aspetto di grottesche formiche bipedi. Una volta pronti, Clarke premette un interruttore che se ne stava appostato, sempre come un insetto, in una rientranza della parete. Lentamente il portello scorrendo sui sui binari, si aprì rientrando nella parte di destra.
Eppure avrebbe dovuto farne di domande, Carvi, adesso come allora. Ad esempio: entrambi i portelli erano sempre rigorosamente chiusi e ad un primo sguardo apparivano perfettamente intatti e funzionanti. Allora, come era riuscita a scappare quella cosa?

Il maresciallo Guarnieri si coprì naso e bocca con un fazzoletto, poco militare che fosse, lo fece comunque ché i resti che avevano trasportato sul piazzale antistante la caserma per farli visionare al medico condotto, stavano facendo puzza. Molta.
Non visitava pecore, aveva detto il dottore in questione. Che non gli si scassasse la minchia, aveva ribadito il maresciallo. Lo sapeva benissimo che il problema non erano le pecore o qualsivoglia tipo di frattaglie. Il dottore voleva andare a gustarsi il vespertino salto nel cerchio di fuoco di suo figlio, pugnace Sciarpa Littorio. Nonché grandissima testa di minchia, pensava Guarnieri, ma di certo non lo avrebbe mai detto. C’erano esigenze di giustizia – ciò che disse - che non potevano attendere. Ma anche questa formula nascondeva il suo vero pensiero che era: c’erano esigenze di giustizia? Che potessero attendere o meno? La cosa che più lo tormentava in quel macello era che poteva pure capire l’accanirsi sul ragazzo, ma perché mai le pecore? Con in tempi che correvano – anche in altri tempi, ammise a se stesso – un gregge valeva sempre più di un cristiano. Non c’era quindi il furto... la vendetta? Lo avrebbe appurato, ma in linea di massima no. L’opera di un pazzo? Di un animale? Non si era mica in Africa... di un animale pazzo? In più, il figlio del pastore non era di certo un giunco, ma un bestione alto più del maresciallo e che ci sapeva dare di bastone e di coltello almeno quanto suo padre ed i suoi fratelli. E lavoro di coltello, di mannaia od accetta non sembrava quello fatto su di lui e gli animali. Il dottore, per fortuna, era riuscito a contenere il patriottismo per un paio d’ore ed i resti poterono essere sepolti o bruciati. Anche sul tale operazione il maresciallo, conoscendo Pinuccio il pastore, aveva forti dubbi sui criteri di scelta.
“Ci sono segni? Ci sono.” aveva soffiato il dottore nell’ufficio di Guarnieri
“E di cosa per carità di Dio?”
“Non lo so..” aveva sospirato
“Non lo sapete?” l’epiteto seguente si fermò in gola a Guarnieri
“Sentite... - perché, che altro stava facendo? - A me queste paiono azzannate ed artigliate, non coltello, sega o chissà che e poi...”
Il maresciallo a braccia conserte attese la frase ad effetto.
“E poi ho trovato questo.”
“Dove?”
“Conficcato nelle carni di una delle pecore.”
Ciò che capitò fra le mani del maresciallo era una coppia di piccoli coni metallici acuminati ed uniti per le basi da un filo sottile che doveva essere di rame. Due capi strappati, uno più o meno a metà del filo che li teneva uniti e l’altro che, facendo pendere i due coni, suggeriva che ce ne fosse attaccato anche un terzo o comunque qualcosa d’altro. Il maresciallo congedò il dottore e depositò l’aggeggio sulla sua scrivania. Quello e l’interrogatorio che gli sarebbe toccato con il pastore, gli fecero venire mal di testa. L’inevitabile sopralluogo che prima o poi avrebbe dovuto compiere, fame. Anche perché non aveva toccato altro che mezzo caffè riscaldato in caserma. Una vera schifezza. L’osteria era a pochi passi e pensò di andarci a mangiare per riempirsi la pancia ed alleggerire i pensieri.
Si stava, come suo solito, anche alleggerendo della bandoliera e della pistola con annessi e connessi.
Però dalla sua scrivania, gli arnesi forniti dal dottore rivendicarono la loro presenza. Anche se Guarnieri non aveva la minima idea di cosa fossero, non gli piacevano.
Uscì armato.

Pur con tutta quella bardatura, Carvi sentiva il freddo fin nelle ossa. Oltre il portello il gelo dominava l’ambiente, combinandosi in sottili cristalli di ghiaccio che rendevano l’aria quasi tangibile ed i movimenti poco agevoli sul percorso costituito da passerelle di acciaio traforato sotto cui si intravedevano gli spessi tubi che, come sulle pareti e sul soffitto, serpeggiavano paralleli a tratti intersecandosi in un intricato disegno di valvole e snodi, come rigide vene che infondessero in quel luogo il definitivo modo di fuggire sole e calore, come se quel posto fosse la tana di una rara specie che viva, odiava la vita. Ma amava il silenzio. Infatti i suoni giungevano a Carvi attutiti dallo scafandro che in più impediva di comunicare parlando e quindi ogni dialogo doveva avvenire a gesti o più semplicemente non avvenire affatto. Attorno, un gran numero di uomini, altrettante formiche, attendevano ad un gran numero di valvole e manometri di cui Carvi riusciva ad immaginare la funzione in relazione al liquido refrigerante di cui – comunque - ancora ignorava la composizione, allo stesso modo in cui ignorava la di natura tutte le altre macchine che pure aveva visto in funzione.
Lì stava andando, non certo per ricevere spiegazioni, che vedersele rifiutare sarebbe stata una forma di cortesia. Lui e Clarke giunsero all'apertura che portava all'ambiente sottostante, il piano dell'elevatore era molto più piccolo rispetto all'altro, appena sufficiente per loro e ciò per lasciare posto alle tubazioni che abbandonavano i muri e si gettavano a loro volta nel condotto. L'elevatore era mosso a mano, il motore a benzina non poteva funzionare a quelle temperature e quindi quattro uomini si posizionarono agli argani, muovendoli con difficoltà fino a convincere le pesanti catene ricoperte di ghiaccio e li fecero scendere. Il tragitto durò circa tre minuti durante i quali Carvi non poteva che fissare i tubi così come il suo compagno, che forse ci vedeva qualcosa di meno monotono. Buon per lui, pensò Carvi. Non per me.
Arrivarono, erano soli, la luce elettrica aumentò d'intensità ed a tratti bagliori azzurri si condensavano per poi svanire, l’accoglienza che Carvi aveva ricevuto ogni volta che era sceso lì sotto e che lo distraevano, Carvi era tentato di pensare intenzionalmente, ma la razionalità respingeva quella sua teoria, dalla macchina che occupava tutto il locale ed a cui spesso Clarke si era riferito come il generatore. Il motivo di tutto quel freddo che ora giaceva dinanzi a loro come abbracciato dalle tubazioni, inchiavardato direttamente alla pietra e che fino alla volta doveva essere alto oltre sei metri. La prima impressione che se ne riceveva era di uno specchio in cui si muovessero vapori azzurri, come intrappolati, ma ad osservarlo più a lungo, appena i fumi si diradavano, esso si rivelava come un cubo perfettamente trasparente di quello che sarebbe stato un cristallo purissimo se non fosse stato lordato in più punti da simboli di un rosso cupo, a Carvi sconosciuti, tracciati con mano ferma, ma sbavati e pieni di grumi il che denotava foga, quasi violenta. I vapori sembravano addensarsi dietro di essi ed allora la luce aumentava rilasciandosi nell’ambiente sottostante. Ma oltre quella protezione stava il motivo di sgomento e di fascinazione per Carvi, che sempre ammirato contemplava le due immense strutture coniche, di un dorato venato rosso, sovrapposte per far combaciare i vertici e di cui non si scorgevano pulegge, bulloni od altro che gli permettesse di reggersi in quella posizione. Ancora simboli, ma in nere righe fitte, raggi paralleli che convergevano verso i vertici, le ricoprivano. A Carvi era stato ordinato di accettare senza interrogarsi e così faceva, ma ad un enigma subentrava un altro ad istigare la sua volontà a comportarsi diversamente. Sospeso fra i due vertici brillava un globo azzurro del diametro di almeno due metri, lentamente ruotava sul suo asse mentre all’equatore un sottile anello di un giallo intenso che lo cingeva ruotando in senso contrario. Sottile ed effimere linee rosse apparivano a tratti a disegnarne i meridiani ed i paralleli. Allora i simboli sui coni si illuminavano di un bianco accecante per poi spegnersi quando le linee cessavano di apparire e con essa la geometria che Carvi conosceva. Il globo subiva torsioni e schiacciamenti che lo rendevano una massa informe e l’anello dorato si separava da esso per ripiegarsi su se stesso, vibrando ed allungandosi come per curvarsi nello stesso istante in tutte le direzioni. A questo punto i coni cominciavano a ruotare e le masse che una volta erano il globo e l’anello si fermavano e rifondendosi tornavano all’istante nella posizione di quiete iniziale. Quello era il punto del processo fino a cui era a Carvi consentito vedere e sempre lo fissava rapito, forse troppo.
Clarke gli toccò il braccio, invitandolo a muoversi. A qualche passo dal generatore si trovava una struttura conica più piccola, alta più o meno un metro e circondata alla base da grosse bobine. Carvi l’aveva identificata come quadro di comando sia per la presenza di interruttori e di altre leve, sia per la possibilità di avvicinarsi ad esso che sapeva riservata esclusivamente alla figura accovacciata e curva in quel momento su una delle bobine. Si era sbagliato, allora, non erano soli, ma il generatore poteva averlo distratto e lui ovviamente non avrebbe potuto sentirlo arrivare attraverso il portello che conduceva alla galleria che comunicava al secondo ambiente inferiore. Inconfondibile per la postura, ma soprattutto per la peculiarità del suo scafandro le cui lenti erano sormontate da diverse altre lenti sovrapponibili alcune delle quali opache e di diversi colori, che egli sempre abbassava ed alzava, freneticamente, a seconda di esigenze che Carvi faticava ad immaginare.
In quel momento, voltandosi verso di loro, mostrò un occhio coperto da una lente verde e l'altro da una appena sfumata di viola, non si alzò subito, bensì aspettò che Clarke gli porgesse il braccio per aiutarlo ad alzarsi. Non meno alto di Clarke si mosse precedendoli alle spalle del generatore il cui ciclo, intanto, stava ricominciando e Carvi lanciò uno sguardo di sfuggita mentre l'uomo apriva un portello stagno delle dimensioni di una porta normale. Clarke fece passare Carvi in un disimpegno con le pareti di pietra spoglie e che conduceva ad un secondo portello. Che l'uomo aprì solo dopo che Clarke ebbe richiuso il primo. Si fece da parte, fece passare loro due, indugiò con lo sguardo rivolto verso il primo portello come se si aspettasse qualcosa, poi entrò anche lui e richiuse.
La temperatura risalì notevolmente e d'un colpo, Clarke si tolse lo scafandro imitato da Carvi, l'altro no. Subito alle loro orecchie giunse la musica che un grammofono Octophone diffondeva nella stanza squadrata, la voce di una soprano che rimbombava fra le nude pareti di roccia e che in qualche modo cercava di cancellarle per dare coerenza a tutto ciò che era stato portato lì dentro. Una scrivania di scuro legno lucido, tre poltrone imbottite di pelle sempre nera e dietro la scrivania un'altra poltrona dallo schienale altissimo, ma foderata in velluto rosso a motivi vegetali dorati.
In cima allo schienale spiccava un inserto che sembrava oro a tutti gli effetti in cui era incastonata una svastica di opale nero. Su di essa dava l'impressione di poggiare il ritratto di Hitler appeso al muro, alle spalle.
A completare l'ambiente delle librerie composte da magri tubolari in acciaio e ripiani sottilissimi di vetro, colme di volumi e che risultavano estranee ben più dell'aria di salotto che intendevano dare assieme alle poltrone ed al grammofono. I volumi mancanti erano sulla scrivania, aperti, almeno quelli che apparivano relativamente recenti ed in condizioni accettabili. Il resto erano frammenti anneriti tenuti fra due lastre di vetro borchiate, altri sembravano strappati per un pelo alle fiamme od ancora intrisi di un qualche liquido scuro che si insinuava fra i due vetri serpeggiando. Ma al momento l'attenzione del loro ospite sembrava essere una cassapanca alla sinistra della scrivania. Sopra di essa quattro apparecchi simili a radio da campo, dotati di manovella e di alloggiamenti per tre coni metallici uniti da filo di rame molto sottile e flessibile che giaceva ordinatamente arrotolato attorno ad un gancio sul lato dell'apparecchio. Carvi sapeva a cosa servissero, anche se era toccato ad Ambrati di utilizzarli. L'uomo si sedette sulla poltrona di velluto, Carvi e Clarke sulle poltrone. L'altro afferrò uno degli apparecchi e lo posò dinanzi a sé. Si tolse lo scafandro finalmente. Carvi avrebbe preferito che non lo facesse. Il professor Gunther von Schlosse puntò su Carvi le fissità insanguinate dei suoi occhi dove galleggiavano alla deriva i due punti neri sopravvivenza delle sue pupille. Gli ringhiava contro a denti scoperti od almeno era l'impressione che Carvi riceveva dal suo volto devastato dalle ustioni, rosso di carne esposta a sua volta deturpata dal viola necrotico che la attraversava sfumando come se a tratti si nascondesse al di sotto e poi riaffiorasse nuovamente su quei contorni martoriati. Unico tratto definito, la croce uncinata nera come impressa a fuoco che occupava la faccia del professore, le cui braccia trovavano orribile intersezione in corrispondenza dei due fori dai contorni cicatrizzati che una volta erano il suo naso, ostacolo, evidentemente, alla simmetricità e precisione del disegno così come lo erano state le labbra amputate in corrispondenza del braccio inferiore. Prudentemente, dopo aver incontrato von Schlosse la prima volta, Carvi aveva chiesto a Clarke della condizione del professore immaginando, disse, una rappresaglia di nemici che per sommo sfregio lo avessero sfigurato con il simbolo della sua stessa fede politica. Clarke aveva scosso la testa, sempre con il suo sorriso:
“Quando è stato ritenuto degno... - spiegò - ..egli ha rinunciato alla propria identità per divenire un autentico araldo del Reich.”
“Volete dire che se lo è fatto da solo?” Carvi riuscì a contenere a malapena lo stupore. Il sorriso di Clarke divenne lo stesso che si rivolge alle domande ingenue di un bambino che non comprende le azioni degli adulti. Ciò alimento in Carvi anche il disgusto.
A quella conversazione stava ripensando quando la voce roca del professore, emerse, bassa fin quasi all'inudibile.
“Riportatemi il pezzo mancante.” disse.
Parlando perfettamente tedesco, che i loro dialoghi si svolgessero in Italiano, a Carvi era sempre parso più come un modo di metterlo in soggezione che una forma di rispetto, come se la loro lingua potesse essere profanata se pronunciata dalla sua voce. Ancora una volta Carvi sorvolò sulla questione e si concentrò sui due coni mancanti dall'apparecchio che von Schlosse aveva davanti. Era indubbio che la perdita fosse dovuta all'azione di Ambrati per riportare indietro ciò che l'araldo lì presente, si andava perdendo in giro. Cosa che, date le condizioni generali della struttura, Carvi stava maturando l'idea fosse stata una prova generale e non un accidente. La questione andava approfondita e riferita a chi di dovere.
“È indispensabile alla segretezza della missione.” Clarke, accomodante quanto irritante, Carvi aveva un limite quando lo si trattava con sufficienza. Ed era appunto quello.
Si alzò:
“Fareste meglio a che i vostri arnesi fossero più solidi. - disse deciso - Noialtri siamo qui per collaborare, non per raccattar rottami per le campagne. Se non riuscite a farne a meno fatene un altro, se non ci riuscite affatto, forse non vi giovava di principiar imprese che non vi competono. L’errore è vostro, non di altri. Acconciate uno dei vostri e mandatelo alla trifola!”
In realtà la durezza di Carvi era dovuta più al timore che la sua posizione, come non se ne fossero accorti, diventasse palesemente subalterna. Non era lui - lo aveva detto - a non averli presi sul serio... riferire a chi di dovere? E cioè agli stessi che aveva permesso a quella gente di venire a sbrigare lì i propri affari? L'aveva pensato, doveva ammettere a se stesso. Ma i tedeschi non erano stati minimamente sfiorati dall’eventualità di subire delle conseguenze, dal loro punto di vista il permesso che avevano chiesto non poteva essergli rifiutato, un per piacere, un contentino del padrone per il servo. La reazione dei due, però, fu tiepida o se non altro lo fu quella di Clarke, dato che del professore era difficile leggere le emozioni, sempre ammesso che un uomo simile potesse averne, di sane intendeva Carvi, di normali. Ascoltando il rapporto di Ambrati, Carvi non aveva potuto fare a meno di pensare a von Schlosse e ciò che gli veniva raccontato si dischiudeva come un enigma che fosse inciso fra le sue carni bruciate e stava solo al tempo ed all’uomo giusto leggerlo.
“Verrà la guerra. - disse von Schlosse – Una guerra che abbiamo già vinto. Ma il mondo dovrà sprofondare oltre il terrore, oltre la morte che altro non è se non un velo che deve essere squarciato. - e posò le mani aperte sui suoi libri come a riceverne ispirazione - Voi non potete capire, nessuno può davvero. Noi stiamo spianando la via per l'uomo che verrà, l'uomo nuovo. Al Führer si è mostrato... al Führer ha parlato.”
“Allora ciò varrà bene un pezzo di ricambio.”
La provocazione di Carvi non andò a segno. Il professore, in preda ad una eccitazione estatica, si rinfilò lo scafandro e corse fuori, tornando alle sue macchine. Restò solo con Clarke, con la scarsa speranza che con lui si potesse ragionare, ma era scarsa appunto. Clarke era del tutto intenzionato a seguirlo. Carvi gli sbarrò il passo.
“Vi consiglio di iniziare subito. - disse Clarke – Da solo vi muoverete meglio, meglio dell’ultima volta.”
“Suvvia Clarke! Siete un soldato! Non pensate che sia più rischioso gironzolare in cerca di un pezzo di metallo e poi a che pro? Non siamo ancora in guerra e non ci sono nemici alle porte. Non volete sapere come è andata? C’è stato un morto durante il recupero, a pochi chilometri da qui, in paese si staranno facendo di certo delle domande. Meglio che continuino a porsela piuttosto che assecondare il vostro professore e restituirgli il suo giocattolo.”
“Mi stupisco di voi.. davvero non capite? - ancora quel sorriso – Se vi è stato detto che è necessario allora lo è. L’integrità dell’esperimento è tutto. Se vi hanno mandato qui, allora dovreste essere in grado di comprenderlo... o forse vi rifiutate intenzionalmente?”
Carvi non aveva intenzione di cacciarsi in un’altra discussione sui principi. E più diplomatico:
“Da parte vostra non ho avuto nessuna assicurazione che incidenti del genere non si ripetano. I miei uomini...”
“Sono inutili. A poca distanza da qui c’è un paese, avete detto... Bene, regolatevi di conseguenza. Perdonate se non vi accompagno.” con questo scostò bruscamente Carvi, si rimise lo scafandro ed uscì.
Carvi non aveva altra possibilità se non imitarlo, non gli piaceva l’idea di restare lì da solo, qualcosa del professore aleggiava ancora in quel luogo e meno ancora gradiva la tentazione che aveva di gettare uno sguardo ai documenti sulla scrivania comunque lo fece, anzi si sedette al posto prima occupato da von Schlosse. Che entrassero pure a sorprenderlo, non li avrebbe degnati di uno sguardo, ne aveva abbastanza delle loro pagliacciate. Come la sera dell’incidente, rientrando nel suo ufficio, Carvi aveva trovato una lettera sulla sua scrivania ed i quattro apparecchi sul pavimento. Nessuno aveva visto o sentito qualcosa che potesse rivelare quell’ingresso furtivo. Sulla scrivania, le pagine dei libri aperti erano tenute ferme da bacchette piatte, d’argento e con incisioni vegetali di un certo pregio, altre ancora erano disposte orizzontalmente a segnare le righe dei frammenti custoditi fra vetri. Appunti e fogli di ogni genere di un corsivo fitto, quasi illeggibile spuntavano da ogni dove. Doveva essere la calligrafia del professore, la stessa della lettera che lo avvertiva dell’incidente, brevemente l’utilizzo degli apparecchi e di presentarsi a rapporto – proprio così – una volta assolto al compito. Carvi invece ci era andato subito, non capiva a chi od a cosa gli si stesse intimando di dare la caccia ed era sceso di sua iniziativa ed era arrivato esattamente dove si trovava adesso, al loro solito posto von Schlosse e Clarke che stavano bevendo e facendo conversazione. Si era lamentato ed aveva rifiutato il liquore che gli veniva offerto. Il professore si limitò a girare un libro verso di lui ed a voltare qualche pagina. Libro che adesso non era sulla scrivania. Carvi si alzò ed andò agli scaffali, aveva notato una lettera con una intestazione ufficiale spuntare fra le pagine e con un gran fregio rosso su una delle prime righe. Cercò, la trovò. Il libro doveva essere quello. Di certo il contenuto non aiutava, i simboli o geroglifici o qualsiasi altra cosa fossero gli erano incomprensibili pur se la loro disposizione su tabelle o sui raggi di cerchi intersecati fra loro e d attraversati da assi di piani insensatamente curvi e sovrapposti, suggerivano un qualche apparentamento con qualcosa di matematico o comunque di geometrico. La lettera comunque era quella, in tedesco, ma non era la calligrafia del professore, per quanto simile. Una intestazione di Stato, riportava il luogo, Berlino, ma nessuna data. Non era firmata. Il testo era ricco di abbreviazioni e numeri in luogo, evidentemente, di nomi e luoghi noti solo a mittente e destinatario. Il segno rosso, solcato, rabbioso, indicava una domanda, G.v.S o W.H.? Carvi non la esaminò oltre. Ciò che cercava era l’illustrazione che il professore gli aveva mostrato la prima volta. La trovò, nera, una creatura che non poteva essere di questo mondo, una massa informe di denti ed artigli che sulla pagina era circondata da simboli che dovevano forse indicarne le caratteristiche, ma che a Carvi davano più l’impressione di un vero e proprio affronto alla natura ed all’ordinato corso delle cose.
“È venuta. - gli aveva detto von Schlosse. - Non danneggiatela in alcun modo.”
“È una follia...” aveva mormorato Carvi.
“È scienza.” Clarke, il professore aveva annuito.
Rimise a posto il libro. Continuare a rimirare quella assurdità era del tutto infruttuoso. Stava per mettere a posto il volume ed indossare lo scafandro quando qualcosa scattò in lui e senza rendersene conto aveva già strappato la pagina, nascondendola sotto l’uniforme. Abbandonò quel luogo.
Quelli fuori dovevano essere Clarke e von Schlosse, entrambi chini sulle bobine del quadro di comando, mentre il generatore era nel bel mezzo di un suo ciclo. Che quella cosa avesse partorito quell’abominio non riusciva a credere, eppure doveva arrendersi ai fatti. I due si voltarono verso di lui, ma non lo fermarono, nessuno lo fermò, forse non sospettavano o non lo credevano capace di sottrarre alcunché o non gli importava. Importava, invece, a Carvi, la decisione che aveva preso e di cui doveva discutere con Ambrati non appena risalito. La risalita nel primo elevatore gli sembrò eterna e ad ogni istante credeva di essere riportato di sotto o che di sopra lo attendessero per arrestarlo, perquisirlo e lasciarlo così esposto al gelo. Niente. Gli uomini addetti all’elevatore lo ignorarono come lo ignorarono le guardie nella prima galleria. Carvi azionò da sé il motore dell’elevatore che lo avrebbe portato in superficie dove trovò l’autocarro a motore acceso, la zone di carico scoperta. Vuota. Ambrati aveva descritto l’orrore dei suoi uomini quando avevano trovato la creatura che banchettava con un gregge di pecore, per il giovane pastore non c’era già più niente da fare.
I ruggiti, anzi, le urla aveva detto Ambrati, di quella cosa si sentivano a grande distanza così come il belare delle pecore che scappavano spaventate, ma a cui l’innaturale velocità dell’assalitore aveva impedito di allontanarsi a sufficienza. Si erano avvicinati in silenzio, sperando che ci fossero ancora abbastanza animali da distrarlo e da consentirgli di usare gli apparecchi. L’alloggiamento dei coni era una molla in grado di lanciarli a notevole distanza e con una certa precisione, la manovella permetteva di creare la corrente elettrica che evidentemente era particolarmente nociva per la creatura.
Ambrati ed i suoi avevano atteso a quella pesca con fin troppo sangue freddo ed ai movimenti rapidi della loro preda, avevano ovviato puntando ad uno degli animali che teneva fra le fauci. Doveva pur averne, aveva riferito Ambrati. La cosa era riuscita ed alla fine l’avevano ridotta all’impotenza e con disgusto avevano dovuto anche toccarla e caricarla. La sensazione era stata per tutti qualcosa di duro e vischioso, come pece rappresa. Con tale ingombro Ambrati era tornato, anche lui arresosi all’evidenza di ciò che Carvi gli aveva solo potuto raccontare non senza il rischio di passare per pazzo. Magra consolazione, avrebbe potuto mostrargli la pagina, meglio, l’avrebbe mostrato a chi gli avrebbe chiesto conto, se Ambrati fosse stato d'accordo, della sua decisione di far saltare l’unico ingresso e di conseguenza unica uscita e di lasciare quegli uomini ed il loro obbrobrio a morire di inedia o magari ben prima soffocati, una volta che tutti i condotti di areazione che Carvi aveva disposto fossero stati sigillati. Un uomo che si era consapevolmente deturpato come von Schlosse non era tipo da farsi catturare né da cedere le sue conoscenze, nemmeno sotto tortura. La sua creatura, la sua arma, per quanto potesse far gola era dunque persa in ogni caso e ciò era ancora preferibile alla possibilità di lasciarla fra le mani dei tedeschi che, era chiaro, non erano alleati fedeli, di più, non potevano essere gli alleati di nessuno.
Alla guida dell’autocarro risalì la rampa a fari accesi e senza particolare prudenza, era lui quello frettoloso e quindi agiva di fretta alla faccia di Clarke. Ma ciò che trovò a metà della salita spense ogni suo entusiasmo, frustrò ogni sua intenzione, tanto più che non c’era altro modo di procedere che passarci sopra. Carvi distolse gli occhi dalla strada, a rischio di cadere giù dalla rampa. Ad ogni sussulto dell’autocarro corrispondeva un corpo che finiva sotto le ruote ed uno dopo l’altro i cadaveri dei suoi uomini lo condussero di sopra. Chiamò Ambrati, chiamò chiunque, ma nessuno rispondeva. I fari dell’autocarro illuminavano la strage che era stata fatta dei soldati, facile, tutti erano stati colti di sorpresa. Le luce nella baracca erano accesa, la porta era stata ridotta a brandelli dagli spari ed i ragazzini della Milizia erano stati massacrati. Prese un fucile ad uno di loro. Trovò Ambrati nell’ufficio. Legato ad una sedia, gli erano rimaste solo tre dita della mano sinistra, magari aveva resistito, magari avevano continuato e basta. Ad ucciderlo però era stato il colpo alla nuca. Ecco perché non gli avevano chiesto niente, proprio in quei momenti se lo stavano facendo dire da una fonte diretta. Ora, in base a quanto aveva detto Clarke, non gli restava che procurargli ciò che avevano smarrito od il loro prossimo obbiettivo sarebbe stato il paese vicino. Carvi uscì dalla baracca e risalì sull’autocarro. Si allontanò un po' da qual posto, lì non sarebbe riuscito di certo a pensare. Era indeciso sul da farsi. Dal paese avrebbe potuto telefonare, ma gli avrebbero creduto? E soprattutto i rinforzi sarebbero giunti in tempo? Avrebbero avuto bisogno di apparecchi simili a quelli di von Schlosse, ma quanta gente sarebbe morta prima di fermare quella cosa. Perché ne era certo, l’avrebbero scatenata.

Di primo mattino, il maresciallo si sarebbe stupito meno di ritrovarsi in caserma il duce in persona per discutere del tempo, piuttosto che vedere un gerarca tutto occhiaie, piccolo, con un fucile quasi più alto di lui, scendere da un autocarro e chiedergli a gran voce un telefono. L’agitazione sembrava autentica e non frutto di semplice spavalderia e Guarnieri lo invitò nel suo ufficio riservando a dopo le presentazioni. Ci pensò per lui Carvi chiedendo a proprio nome la linea per Roma facendo altri nomi che Guarnieri non aveva mai – e pensò per sua fortuna - sentito prima. A quanto pare nemmeno questo Carvi riscuoteva molto successo ed infatti le persone di cui aveva chiesto gli si negarono tutte, nella migliore delle ipotesi, nella peggiore erano davvero altrove da dove avrebbero dovuto essere. Carvi posò deluso il telefono, sotto gli occhi attenti del maresciallo che forse avrebbe dovuto lasciarlo solo, ma non gli era stato chiesto e quindi non lo aveva fatto, ma la sua espressione mutò alla vista dei due coni che erano ancora sulla scrivania di Guarnieri cui la cosa non sfuggì.
Nemmeno Carvi era stupido, difatti puntò il fucile contro il maresciallo che istintivamente alzò le mani.
“La pistola. La posi e la spinga via.” disse.
Avrebbe dovuto essere sulla scrivania pure quella, pensò Guarnieri, che eseguì lentamente posandola sul pavimento e spingendola lontano con un piede. Carvi aveva intanto intascato i coni.
“E ora?” fece il maresciallo.
“E ora li requisisco e requisisco tutta la caserma se è per questo. - Carvi abbassò il fucile – Se ci tenete a che i vostri paesani restino vivi, vi suggerisco di starci e di non ostacolarmi.”
“Non ne ho nessuna intenzione..”
“Usciamo, andate avanti.”
Il maresciallo precedette Carvi, aprì la porta, uscì in corridoio, l’altro dietro di lui tenendolo sempre sotto tiro. Avanzò ancora, Carvi invece non ebbe tempo per fare un alto passo che uno sgabello si abbatté sulla sua testa. Pinuccio il pastore stava per dare il secondo colpo, ma il maresciallo lo fermò. Restio ad essere interrogato, il maresciallo gli aveva fatto omaggio di una bella nottata in guardina per poi lasciargli la porta aperta quella stessa mattina. Per fortuna di Guarnieri aveva sentito tutto.
Carvi rinvenne circa un’ora dopo, con un gran mal di testa e tutto il mondo che girava.
“Che è successo?” chiese ancora ad occhi chiusi.
Siete caduto.” rispose la voce del maresciallo.
“Non lo affaticate. Ma perché poi l’avete messo qui?” il dottore. Che appresa la presenza di un alto gerarca era corso in suo soccorso ed adesso gli svolazzava attorno. L’opposto dell’espressione che ho in mente, si disse il maresciallo è una farfalla attorno ad un fiore. Fu costretto a cacciarlo quasi a pedate. Nell’unica cella della caserma, Guarnieri recuperata la pistola e Pinuccio impossessatosi del fucile, osservarono Carvi rialzarsi a fatica e mettersi a sedere.
“Lo vede quel delinquente abituale? - disse il maresciallo - Qualsiasi cosa ci sia legata a quell’affare che tanto voleva, gli ha ammazzato il figlio.”
“E le pecore.” aggiunse Pinuccio.
“E le pecore... - concesse il maresciallo – Quindi o avete qualche spiegazione da dare oppure io sarò stato costretto ad uscire per... non lo so... richiamare il dottore perché siete svenuto di nuovo... e poi si vedrà. Mi è parso di capire che non avete molti amici.”
Carvi notò spuntare dal taschino del maresciallo la pagina che aveva strappato, i coni invece giaceva per terra. Il tempo passava. Carvi dovette arrendersi e parlare.
Poco dopo, le facce più che dubbiose di Guarnieri e del pastore fissavano un Carvi sempre più ansioso.
“Anche se in effetti...” mormorò il maresciallo
“Torna...” concluse Pinuccio poggiato al fucile come al suo bastone.
“Che brutta idea avete avuto a venire qui. - di nuovo il maresciallo – Da quel che avete detto non mi sembra che questa sia gente con cui si possa ragionare.”
“Dobbiamo difenderci.” Carvi
“E con che cosa? Due appuntati, un maresciallo e qualche pecoraio? Fate un giro per il paese a requisire quel che vi pare, non ne caverete niente. Se volete metteteci anche il podestà, il dottore ed il giardino d'infanzia che chiamano Milizia... No, piuttosto la vostra idea di farli rimanere là sotto ha più senso.”
Carvi scosse la testa
“Ormai saranno all'erta. Contavo sull'aiuto dei miei uomini, ma come avete detto non ne abbiamo a disposizione. Non potremmo avvicinarci di un metro.”
Pinuccio ebbe un sussulto, subito trattenuto, che a Guarnieri non sfuggì:
“Che hai da dire?”
“Io? Niente.”
“Da un momento all'altro potremmo finire tutti ammazzati, l'hai capito no?”
“Allora dovete giurare che terrete la cosa per voi?”
“Io non giuro proprio niente. - il maresciallo allargò le braccia – A quanto pare non possiamo fare niente. Io, per me, sono contento della vita che ho fatto.”
Carvi non lo seguiva. E nemmeno il pastore:
“Che volete dire?”
“Che non morirò testa di minchia, ecco che voglio dire e quant'è vero Dio ne approfitto per spararti prima io.”
Pinuccio ebbe la tentazione di alzare il fucile, ma lo sguardo del maresciallo lo congelò.
A Carvi sembrò di non essere lui quello che aveva preso la botta in testa. Pinuccio sembrava combattuto ed in fondo la scelta limitata al da chi farsi impiombare non doveva piacergli.
“Voglio la vostra parola d'onore.”
Guarnieri sbuffò:
Avanti, ce l'hai! Parla!”
Dovete sapere che io faccio un po' di contrabbando.”
Dimmi qualcosa che non so... e poi un po' non mi sembra proprio.”
Devo campare.”
Ma chi se ne frega? Vai avanti!”
C'è una grotta dove teniamo la roba, ha due uscite ed una arriva vicino alla cava.”
Quanto vicino?” chiese Carvi
Abbastanza.”
Ci servirà dell'esplosivo...” il maresciallo si strinse nelle spalle. Pinuccio tossì.
Pure!? - Guarnieri – Ed a chi volevi fare crollare la grotta in testa, a me?”
Stavolta fu Pinuccio a sbuffare.
Allora, come ci muoviamo?” tagliò corto Carvi.
Non possiamo aspettare che faccia notte. Qualcuno li deve distrarre ed io e il maresciallo piazziamo le cariche.”
Non rimaneva che Carvi allora. L'espressione di Guarnieri non lasciava dubbi. Raccolse i coni:
Risalite sul vostro autocarro e riportategli il loro arnese, magari si rabboniranno... - e mesto - Un poco ce lo dovete.”
Carvi annuì, il maresciallo aveva ragione. In ogni caso Clarke sarebbe riuscito a riaverli.
Non è detto che scendano tutti.” osservò Pinuccio.
Avranno il loro. - Il maresciallo – Le armi non le portiamo per bellezza. Piuttosto, Carvi... Non vi lasceranno andare.”
Lo so.”
Ci sono buone probabilità che ci siate anche voi giù con loro.”
Non importa. Lo avete detto voi che a Roma non ho più molti amici.”
Guarnieri stava per dire qualcosa, ma non lo fece. In quel momento ciò che pensava e ciò che stava per dire avrebbero avuto insolita coincidenza. Perse l'occasione. Se ne sarebbe fatta un ragione.

Poco dopo Carvi guidava in direzione della cava, il maresciallo ed il pastore si sarebbero mossi per conto loro portandosi dietro i due appuntati ed un paio dei figli di Pinuccio. Meno ne sapeva, meglio era. A lui stava soltanto di convincere Clarke a ricondurlo da von Schlosse, se non altro si sarebbe assicurato della loro presenza nella struttura. Probabilmente i soldati rimasti tagliati fuori si sarebbero arresi e consegnati al maresciallo, anche se ci sperava molto. Accanto a sé aveva i coni e sotto l'uniforme un paio di candelotti che Pinuccio si era con indifferenza fatto portare da casa, come se li tenesse per bellezza. Ancora non gli era chiaro come, nel gelo totale, ma di sicuro gli avrebbe destinati al generatore. Questi ed altri pensieri scuri gli tenevano compagnia lungo la strada, mentre alzava nubi di polvere giallastra ed il motore rombando lo frastornava, ma non riusciva a proteggerlo dal silenzio, poteva avvertirlo, sotto il rumore, in attesa.
E fu allora che la vide. Banchettare con i cadaveri dei soldati che mai i tedeschi si sarebbero presi la briga di seppellire. Era più grande ora, molto più grande del mezzo che la notte precedente era riuscito a contenerla e trasportarla, una massa nera senza una forma definita che sembrava piegarsi e raggomitolarsi su se stessa, ma solo per afferrare un corpo e rivelare una voragine buia addobbata da denti lucenti e da una fame insaziabile. Non gli faceva paura, solo ribrezzo. Carvi si sorprese ad essere indifferente a quell'apparizione incoerente, ma non a Clarke, lui sì che lo spaventava.
Era l'uomo che temeva. Lo stesso che stava conducendo la creatura a quel pascolo macabro. Il professore aveva fatto grandi passi avanti. Un nuovo apparecchio munito di coni e senza manovella, bensì collegato ad un gruppo elettrogeno, veniva spinto da Clarke su un carrello a mano. I coni erano ben conficcati nella creatura che non sembrava dolersene e ad un movimento di Clarke su una manopola, cambiava direzione o si fermava.
Carvi pure si fermò a pochi metri di distanza, Clarke lasciò il carrello e gli andò incontro come si fa per dare il benvenuto ad un ospite, come se per lui tutto fosse perfettamente normale, il suo animale da compagnia libero in giardino...
Sono contento che abbiate deciso di tornare.” disse a Carvi si sforzò di essere il più possibile freddo e guardando la realtà malata dell’essere, stranamente gli riusciva meglio.
Ma a questo punto Clarke gli chiese
Non è bellissimo?” e davvero, davvero pretendeva una risposta.
Impressionante. - si limitò Carvi – Ho riportato i pezzi mancanti.”
Volete provare a condurla? - l'entusiasmo di Clarke era all'apice – Pensate, migliaia di queste creature porteranno alla totale distruzione dei nemici del Reich. Capite Carvi? Finalmente il mondo sarà liberato dalla parassitaria presenza della vecchia e decadente umanità. Noi abbiamo richiamato dall'Altrove il suo predatore naturale. Non trovate tutto ciò perfetto? ”
Detto questo, Clarke diede una gran manata sulle spalle a Carvi, il suo sorriso si era tramutato in una perenne smorfia di esaltazione, le labbra fremendo scoprivano i denti, i suoi occhi richiamati da qualche altra parte, come se facessero fatica a fissarsi su Carvi, bisognosi di fuggire, come se le orbite di Clarke fossero solo un alloggiamento temporaneo. Carvi ebbe la sgradevole impressione di essere al cospetto di von Schlosse, nel suo antro ammobiliato.
Andiamo.” secco. E precedendo Clarke prese a spingere il carrello. Le sue mani non tremavano, la sua mente era lucida mentre, docilmente, la cosa si muoveva al suo stesso passo con strane e fluenti contrazioni. Era lo sguardo di Clarke che sentiva pungergli sulla schiena.

Cognac e vini che non avevano affatto l’aria di prodotti autarchici. Cioccolato, barili di lardo, tabacco, caffè, legumi in quantità e montagne di sacchi di zucchero. In questo paradiso, illuminato da una teoria di ceri infissi alle pareti, il maresciallo fu condotto da Pinuccio e non gli bastò lo sguardo a fermare i due appuntati che avevano avuto l’istintiva reazione di cominciare ad intascare, una volta arrivati in fondo alla grotta.
Il lezzo di salami e formaggi gli si offrì dopo uno stretto passaggio che dava in una seconda cavità, antifona di una terza dove facevano bella mostra casse di profumi, calze da donna di seta , cravatte ed altra roba che dall’Italia proletaria, romana e fascista, si erano ufficialmente involate. Ciò spiegava anche altri aromi che sovente si sprigionavano dalla casa del podestà o del dottore ed in casi alterni dalle loro mogli. Ed aveva dato la parola d’onore a Pinuccio che come se niente fosse faceva da guida. Il maresciallo non sapeva se sentirsi lusingato o preso in giro. Da un ultimo anfratto dipartiva una galleria alta a malapena per procedere in piedi e nella quale Pinuccio aveva ammassato rotoli di filo spinato, fucili e sopra un letto di paglia, casse di esplosivo. Qui nemmeno una candela era consentita e solo il chiarore alle loro spalle gli consentiva di scorgere qualche contorno. Stavolta fu il maresciallo a far finta di nulla ed a mettere a tentoni le mani su quel materiale, avevano perso fin troppo tempo a farsi strada fra le vettovaglie e generi vari.
Di là.” indicò Pinuccio come se si potesse andare altrove e se al buio ciò fosse indicazione sufficiente. Il maresciallo lo seguì, dietro di lui gli appuntati, i figli di Pinuccio chiudevano la fila.
Camminarono così per un’ora o forse più, dopodiché Pinuccio bisbigliò al maresciallo di passare parola: tutti fermi ed in silenzio. Pinuccio fece scivolare davanti al maresciallo un disco di metallo che evidentemente chiudeva l’uscita, della terra franò, alle loro orecchie fragorosa come una valanga.
Seguì qualche zolla erbosa e finalmente la luce del giorno colpì gli occhi di Pinuccio e del maresciallo. Pinuccio con un cenno, impose di nuovo il silenzio e tenendosi a due maniglie di ferro appena sotto l’apertura, si issò sporgendo la testa. Dopo qualche istante si precipitò fuori, gli altri fecero altrettanto trovando fuori chi era uscito prima, pronto a tirarlo dietro un rialzo di terra. Il maresciallo era l’unico con il fiato grosso e Pinuccio aveva dovuto aiutarlo prendendo il suo fucile. Nel tempo che ci avevano messo ad arrivare poteva essere successo di tutto, il paese distrutto o forse quel Carvi li aveva traditi o magari era stato sempre perfettamente d’accordo con quei pazzi ed era il primo ad aspettarli od ancora – il male minore – li aveva presi in giro. Ma il cadavere del figlio del pastore non poteva essere stato ridotto a brandelli per rendere credibile uno scherzo. Pinuccio e figli spiavano appiattiti per terra.
Il maresciallo provò altrettanto, se non altro per riprendere fiato.
A circa duecento metri da dove si trovavano si scorgeva una baracca, in tutto corrispondente alla descrizione fornita da Carvi. Anche la voragine su cui dava era ben visibile. Non c'erano tracce di corpi, non sembrava esserci nessuno di guardia.
Dovevano scendere.

Sull'elevatore, assieme a Clarke e con la creatura al guinzaglio, a Carvi veniva da ridere. Pensando al maresciallo sovrappeso ed al gruppuscolo di contrabbandieri a cui spettava l'audace colpo di mano, come si sarebbe detto con certa retorica. E mentre scendeva e probabilmente andava a morire, io, si disse, il nano con due candelotti infilati nella cintola, pronto all'atto di sabotaggio. Fu accolto dall'ambiente che ormai conosceva bene, Clarke riprese la sua bestia mentre si infilavano le uniformi artiche. Il portello si aprì e poi si richiuse e con esso ogni possibilità di fuga. Trovarono il professore presso il generatore, intento ad un procedimento macabro che consentì a Carvi di dare una natura ai simboli che lordavano il cristallo. Von Schlosse frugava con entrambe le mani nel petto squarciato di uno dei sue stessi uomini, vittima volontaria o meno che fosse e con i guanti intrisi di sangue tracciava rapido i segni prima che congelasse del tutto come la pozza sul pavimento.
Ciò sembrava provocare effetti nel generatore di cui Carvi poté per la prima volta osservare il ciclo completo. I due corpi separati, si contorcevano pulsando fino a collassare, come se una voragine si aprisse dietro di loro ed a Carvi sembrò che un orizzonte lontanissimo e luminoso emergesse, come se il fenomeno non avvenisse a pochi passi da lui, bensì fosse il valico per spazi insondabili. La Luce prodotta oltrepassava il cristallo proiettando il fenomeno a pochi passi da loro. La creatura ne veniva oltrepassata e la sua massa diveniva traslucida e come liquida montava e urlava. Sì, urlava, un suono che giungeva anche attraverso lo scafandro alle orecchie di Carvi, un distillato di pura follia che stavolta lo fece vacillare e semplicemente perché quel suono riusciva a tradurlo in una immagine di spietata desolazione, la stessa che risiedeva nella vacuità dello sguardo di von Schlosse.
La creatura era scossa da tremendi sussulti, Clarke ed il professore agitavano le braccia come invasati, mentre gli altri uomini osservavano immobili attraverso i loro scafandri. L'essere fu scosso con ancora più violenza e la sua massa cominciò a separarsi come se una mannaia invisibile si fosse abbattuta su di essa. Qualsiasi cosa stesse per accadere, Carvi non aveva voglia di saperlo.
Strappò i cavi collegati ai coni nel corpo della creatura. Così facendo si tagliò i guanti ferendosi anche profondamente ad entrambi i palmi delle mani. Ma il danno maggiore sembrò riceverlo la creatura che nella luce azzurra ancora urlava trafitta da convulsioni, incontrollata, si schiantava contro le pareti, contro le macchine, mancò per poco il generatore. Ma subito la fame ebbe la meglio e gli uomini che da attoniti osservatori cercavano di raggiungere l'elevatore, furono le prime vittime.
Di sopra, alle prime grida, dovevano averlo bloccato, così come il portello dell'ambiente adiacente da chi era riuscito a guadagnarlo.
Da parte sua Carvi era pronto ad essere aggredito da Clarke, ma lui e von Schlosse si precipitavano verso il rifugio del professore, probabilmente con l'intento di raggiungere gli altri apparecchi elettrici per domare la creatura, per fortuna di Carvi sufficientemente distratta da altre vittime e disorientata dalla luce che ancora si proiettava assumendo man mano una gradazione rossa che non aveva nulla di buono. Li inseguì.
Se il maresciallo doveva muoversi, avrebbe fatto meglio a farlo adesso.

I punti indicati da Carvi furono presto minati senza incontrare sorveglianza. Il sistema di Pinuccio era semplice: regolari schiaffoni ai suoi figli permettevano di ottenere un intrico di fili che si risolveva in una dinamo di bicicletta con cui dare carica e far saltare tutto dal più lontano possibile.
E Pinuccio lo avrebbe già fatto, ma il maresciallo si impuntò per aspettare, per dare ancora qualche minuto a Carvi. Qualsiasi cosa stesse facendo lì sotto e sempre ammesso che ci fosse arrivato vivo.
Sentirono un motore avviarsi e poi solo un ronzio. L'elevatore salì e dopo qualche istante, quattro soldati tedeschi furono pressoché fucilati da Pinuccio e dai suoi figli.
L'elevatore non fu richiamato. Nessuno aveva dato l'allarme.
Aspettiamo.” disse ancora il maresciallo. Gli altri due carabinieri, considerata la mano di Pinuccio pronta a dare un giro alla dinamo, per una volta, avrebbero preferito non dargli retta.
Passarono così lunghissimi minuti che rendevano quindi inutile qualsiasi vantaggio Carvi potesse aver avuto. D'un tratto furono raggiunti dal vociare concitato di molti uomini, veniva da sotto ed infatti l'elevatore fu richiamato. Sembravano agitati, ma erano pur sempre più di loro e con tutta probabilità armati. Il maresciallo cominciò a correre e così tutti gli altri, dopo qualche metro Pinuccio cominciò a dare giri alla dinamo. Di quegli uomini fecero appena in tempo a vedere la testa emergere dal sottosuolo, se fossero maschere o caschi quelli che indossavano non ebbero più modo di saperlo quando l'esplosione li seppellì senza nemmeno dargli il tempo di gridare.
È finita. - disse il maresciallo – Sigilliamo le prese d'aria ed andiamo via.”
Ci pensiamo noi. - Pinuccio – Andate pure.”
Sicuro che non ci siano altre uscite?”
Credo di no.”
Ripasseremo per la tua dispensa.”
Mi fido, marescia'... mi fido.”

Carvi avvertì l'esplosione. Aveva raggiunto Clarke ed il professore che però non sembravano affatto preoccupati né di quella né della furia della creatura che, a tratti, batteva contro i portelli né infine della sua presenza che, del resto, non aveva altro che un paio di candelotti spenti come deterrente. La pistola che Clarke gli puntava contro era più convincente.
Lasciate perdere. - disse Carvi – Nessuno uscirà da qui comunque.”
Clarke fece fuoco. Carvi cadde colpito al petto. L'ultima cosa che avvertì fu la canna della pistola premuta contro la nuca.
Von Schlosse emise un suono che voleva essere compiaciuto – per la fine di Carvi - ma seccato allo stesso tempo. Per tutto il tempo perso. Ad un tratto un battere che sembrava provenire da sotto la cassapanca attirò la loro attenzione. Clarke si avvicinò e la spinse da un lato, scoprendo una apertura larga a sufficienza perché un uomo potesse calarvisi. La luce della stanza illuminò il volto di Pinuccio che storceva il naso non preoccupandosi di nascondere lo schifo che provava alla vista del professore.
Se dobbiamo andare sbrigatevi.” disse
Dobbiamo recuperare i libri.” sibilò il professore
Ci pensiamo noi. È morto quello lì?”
Clarke annui.
Muovetevi.”
La galleria non sbucava lontano da quella per cui erano passati con il maresciallo. I figli di Pinuccio lo aspettavano fuori e lui solo come era entrato, solo era uscito. I tedeschi li avevano contattati perché non si fidavano dei fascisti e facevano pure bene, ma altrettanto bene avrebbero fatto a non mettersi contro di lui. Gli avevano ammazzato un figlio e trenta pecore Cristo Santo! Trenta pecore...