lunedì 23 luglio 2012

Gli uomini morti 3 di 5 - Premesse al fatto di sangue


3 gennaio
“Li vuoi vedere un po' di morti?”
“Perché mi stai dando fastidio?”
“Prima vieni prima ce li carichiamo.”
Le quattro del mattino, orario confermato dal cellulare e dal messaggio con l'indirizzo.
Le quattro precise precise.
Maier si vestì con calma anzitutto perché i morti in questione, chiunque fossero, non sarebbero andati da nessuna parte e poi perché Colaspina, al telefono, aveva una fretta di tornarsene a casa che non doveva essere confortata dall'aver messo in croce qualcun altro. Era sveglio, Maier doveva ammetterlo con se stesso, ma ciò non cambiava la mediocre aspirazione di Colaspina, tornarsene nel proprio letto, a far finta che dormendo il mondo scompaia. Avrebbe dovuto esserci un orario di ufficio in cui, uno come Maier, fosse costretto ad affrontare la voce del mal comune, del mezzo gaudio sofisticato, della rivalsa tutta intera. Aveva detto a Colaspina che non voleva essere scocciato e quello lo aveva fatto comunque per puro gusto di rompergli le palle - cosa che aveva previsto - e sperando che, colto di sorpresa, dopo tanti anni, Maier si mettesse a congetturare, a temere l'imprevisto. Sarebbe rimasto deluso.
Maier prese alla fine il cappotto e senza farsi domande, senza mettersi a filare inferenze poco digeribili, uscì dal suo appartamento.
Una rete rotta è rotta. Ricucita quanto si voglia, il buco successivo sarà più grande.
Sul pianerottolo lo attendeva la spia rossa dell'ascensore, qualcuno doveva averlo lasciato aperto. Qualcun altro, più pignolo di lui, avrebbe dato la caccia al responsabile per tutti e sei i piani della palazzina. E magari poi la cosa degenera... Scese a piedi pensando a chi, fra i condomini si adattasse alla parte dell'assassino e se per caso ci fosse una vittima più probabile di altre. Da lui, al quarto piano, nessuno andava bene. Arrivato al terzo, come omicida, individuò finalmente un geometra divorziato comproprietario di un negozio di abbigliamento. Al secondo trovò l'ascensore aperto.
Tre appartamenti, tre famiglie, se non errava, rispettivamente di cinque, quattro ed ancora quattro persone. Non lo richiuse.
L'ultima rampa di scale portava ai box auto, il suo era l'ultimo della fila di destra, la bascula si sollevò stridendo, l'auto lo aspettava assieme a degli scatoloni che ne corteggiavano il muso.
Maier aveva una idea generica di cosa contenessero. Si infilò in macchina e partì.
La città gli offrì una serie di semafori lampeggianti e strade deserte, ogni tanto spuntava un furgone che prontamente parcheggiava in seconda fila, assieme ad altri furgoni, davanti ad un bar già aperto per rimpinzare gente di caffè con sambuca e cornetti scongelati al microonde con cuore di crema rovente, della stessa consistenza del polistirolo. Procedette indisturbato fino alla tangenziale, si immise e svoltò dopo due uscite. Il quartiere lo conosceva, sorto dal nulla, staccato dalla città, un agglomerato di casermoni per sessanta, cento famiglie e le cui vie avevano nomi ammiccanti e ad un tempo caricaturali. Lo stesso seducente richiamo dei tempi della lottizzazione e qualche povero fesso ci aveva anche creduto ed aveva comprato. E poi era crepato. Via della Felicità, via della Fratellanza, via del Benessere, via della Speranza... già nelle intenzioni del sindaco che ne aveva patrocinato la realizzazione, il perfetto recinto in cui venivano ammassati tutti gli arresti domiciliari, obbligo di firma, obbligo di dimora, recidive e pene sospese presenti, passate nonché – edilizia popolare altro non era, che pensavate? - quelle future. Pronte ad essere arruolate in galera come effettivi a ferma prolungata. Attualmente il luogo era stato giudicato passibile di rivalutazione ed infatti Maier trovò una mano di verde scuro al di sopra del color ruggine con autentica ruggine annessa a rivalutare, in via della Uguaglianza, le ringhiere dei condominii, di quelli bassi sei appartamenti ciascuno stipati in quella strada chiusa e dall'asfalto rattoppato tante volte da andare in salita anziché in piano.
Le volanti davanti all'ultima palazzina sulla sinistra erano il suo segnale. Strano segnale.
Colaspina era appoggiato ad una di esse, parlano e sghignazzando con un uomo. Maier fermò l'auto a pochi passi da loro che si piegarono per guardarlo attraverso il parabrezza. Maier fece finta di niente, spense il motore, scese, intascò le chiavi.
“Bé?” Maier
“Vieni, vieni...” Colaspina, precedendo.
“Non abita nessuno qui?”
“Tutta la strada è stata sfrattata. Solo la mattina vengono degli operai a dare una sistemata.”
Superarono la cancellata facendo slalom tra cartellini che segnalavano ognuno un cerchio di gesso che delimitava un bossolo ed entrarono nel portone. Qui altri cartellini, ma Maier si era stancato del balletto tanto più che Colaspina ancora lo eseguiva, imitarlo lo disgustava addirittura di più dell'essere nello stesso luogo in cui si trovava anche lui. Quindi cominciò a calpestarli, una distruzione muta con sfondo di cassette della posta metà bruciate e metà sparate, precedentemente, ben inteso.
Colaspina non disse nulla. Il tizio con cui stava parlando, anche lui era entrato, anche lui non aveva niente da dire. Figuriamoci. In conclusione, si offrì a Maier un altro ascensore bloccato, la porta di metallo verniciato nero e scrostato ostruita da un corpo la cui testa, origine del sangue, aveva sporcato tutto il pavimento coloro legno chiaro della stretta cabina con specchio e sullo specchio targhetta nera a caratteri bianchi portata massima Kg, max persone numero, eccetera.
Quanto di più interessante ci fosse al momento, a giudizio di Maier.
Colaspina, con le mani in tasca, osservava il morto, la sua una attesa di un parere di Maier che non sarebbe arrivato né presto né tardi, ma che per la cronaca doveva aspettare comunque.
Alla fine si risolse lui a chiedere allo sconosciuto che Maier non intendeva conoscere:
“Corrisponde?”
L'altro annui. Stava attento a non sporcarsi le scarpe. Anche Maier, ma a ragion veduta.
Indipendentemente da ogni considerazione sul morto non era a conoscenza di culture in cui fosse contemplato lasciare orme inzuppandosi le scarpe. Tutto, tutto era a suo favore e niente c'era per chi avesse voluto trovare appiglio per rompergli l'anima. Maier schioccò la lingua, per la serie adesso che me lo hai fatto vedere...
“Adesso che me lo hai fatto vedere... - disse a Colaspina – Vattelo a prendere nel culo.” e se ne andò. Colaspina gli trotterellò dietro:
“Ho usato il plurale.”
“Ci ero arrivato.”
Maier calciò un bossolo che gli era finito sotto i piedi.
“Ci sono passato davanti prima. - Colaspina annuì, non era necessario pensò Maier – Salutameli.”
Raggiungendo la propria auto ripassò davanti alle due volanti, occupate rispettivamente da due e un cadavere. Tutti poliziotti.
Il resto della comitiva, dato che il morto dentro era un poliziotto pure lui.
“L'uniforme è ben piegata nel portabagagli.” disse il tizio in più. Pazienza si disse Maier, l'hai fatto convocare tu, porta pazienza.
“L'hanno costretto a cambiarsi prima di sparargli.” Colaspina, impersonale.
“Finiamola con questa pagliacciata.” tagliò corto Maier. Per conto suo era soddisfatto, se la sbrigasse Colaspina con presenti, assenti, prossimi venturi. Che dirigesse lui l'orchestra di pulizia.

23 dicembre dell'anno prima
“Cognome e nome.”
“Maier. Alvaro.”
“Maier.. con la h, con la y?”
“No.”
“E come mai?”
Maier sperò che il segretario dell’onorevole San Giuliano non si aspettasse davvero una risposta.
Intanto scorreva dei fogli, una lista probabilmente.
“Aspetti... è atteso. - ma no! - Da questa parte, prego...”
Maier capiva il motivo di tanta formalità, ma mentre per altri sopperiva alle condizioni reali molto, troppo informali – illegali cioè – per lui era solo un contorno troppo condito per coprire ciò che è andato a male. L’edificio era una palazzina di due piani in pieno centro della città, però diroccata e chissà quale miracolo la teneva in piedi. I cartelli che ne annunciavano la messa in vendita, una volta rossi, adesso erano di un rosa sbiadito a chiazze nere. Maier era entrato direttamente, il citofono era solo un buco nel muro da cui spuntavano fili elettrici. Dentro, nell’androne dai muri rotti con altri fili a fare da ornamento, una scrivania ospitava il segretario dell’onorevole, un tipo secco e calvo, sulla cinquantina, che lo seguiva ovunque, San Giuliano non si muoveva mai senza. Di certo non per sicurezza, a quella ci pensava la scorta, fuori in strada, nientemeno che carabinieri, non in borghese. Si era detto: formali.
L’intero edificio era vuoto, non c’erano porte, nemmeno il corrimano lungo le scale. Le finestre sbarrate erano l’unica rifinitura e nella penombra Maier salì al primo piano preceduto dal segretario che gli indicò, come se ce ne fosse bisogno, l’unica stanza in cui una finestra dava un po' di luce.
Lì c’era San Giuliano seduto su una sedia tipo quella di scuola, comunque insufficiente per la mole enorme dell’onorevole che ci stava scomodo. Ogni visitatore però, sarebbe rimasto in piedi.
“Carissimo!” accolse Maier che si limitò ad un cenno con la testa e ad aspettare che il segretario tornasse di sotto.
Restarono loro due, allo stato attuale graditissimi ospiti di ciò che a tutti gli effetti era territorio nazionale di un certo Stato africano in cui, altrettanto gradita pasceva una poco nota, piccola e ricca da fare schifo, comunità italiana. Niente estradizione si intende. In quell’edificio San Giuliano avrebbe potuto far cantare da un tenore, a beneficio dell’intero circondario, tutta la lunga lista dei suoi affari e la cosa non avrebbe avuto nessuna importanza.
“Sono qua.” Maier
“Benissimo.”
Inutile dire che Maier non sopportava la grossa faccia butterata dell’onorevole, così come quest’ultimo la sua aria da burocrate di mezz’età che non nascondeva in alcun modo quel suo orecchio destro amputato ed il suo colorito malsano che mal si accordava con la figura dimessamente solida e perché no, bovina.
“Come sai... - si decise l’onorevole - …ultimamente tira una brutta aria, diciamo un’aria di incertezza...”
Maier non sapeva e non voleva sapere.
Ai fatti:
“Degli amici hanno avuto dei problemi con dei personaggi che si sono messi in mente di poterli ricattare dopo aver trafugato... certe notizie che insomma... renderebbero l’atmosfera ancora più incerta.”
“Brogli?” chiese Maier, qualcosa la doveva pur chiedere no?
“Se ti piace il termine. Comunque questi individui, approfittando del proprio ruolo...”
“Carabinieri? Finanzieri?”
“Poliziotti.”
“E?”
“E niente.” lentamente l’onorevole infilò una mano nella giacca, un movimento che sembrò costargli parecchio. Ne uscirono alcuni biglietti che scartabellò prima di passarne uno a Maier. Nomi.
Alcuni dati. Adesso gli toccava pure di impararli a memoria.
Qualche momento e Maier rese il biglietto.
“Se non ti dispiace... - sorrise San Giuliano – Ho l’agenda piena.”
Ossia levati dalle palle. Come vuoi, pensò Maier, potevo anche risparmiarmi questo andirivieni.
A difesa di San Giuliano però, Maier trovò un’altra persona in attesa di sotto. Una terza entrò proprio mentre lui stava per uscire. Insolita, ma come anticamera già fin troppo piena, trattandosi di uno come San Giuliano essenzialmente irreperibile. Specialmente in parlamento. Maier lasciò quella gente all’interrogatorio da parte del segretario.
Fuori fece un cenno di saluto ai carabinieri della scorta ed un paio di isolati dopo ritrovò la propria auto che, come lui, alle sette del mattino aveva un aspetto appannato.
Uno dei due specchietti laterali, dal lato del marciapiede, era piegato, non si ricordava di averlo fatto ed in ogni caso avrebbe chiuso quello dal lato della strada. Presa in giro o puro caso?
Non era comunque tipo da prendersela per fesserie simili. Per altre sì.
Per parecchie altre.

3 gennaio
Doveva esserci una sventurata parte d’Italia che oltre allo sciagurato concepimento di Colaspina, aveva subito anche le angherie di un qualche suo avo che, alla ricchezza ottenuta chissà come,
accompagnava anche una estrema menomazione mentale con annessa totale perversione dei sensi.
Costui aveva impiantato i frutteti più squallidi e malsani al solo scopo di riprodurre i sapori più nauseabondi ed imponendo a chiunque di cibarsene. Altrimenti non si spiegherebbero, concludeva Maier, le cassette, le ceste, i cofani d'automobile pieni di quelle che Colaspina si ostinava a chiamare prugne ed invece per Maier altro non erano che la condensazione del concetto stesso di putrefazione in un corpo tondo, ingannevolmente sodo, fraudolentemente vermiglio. Colaspina se ne rimpinzava – tutti in ufficio lo facevano – sotto gli occhi di un Maier incredulo e più quello ne portava e più ne mangiavano. La prima, unica ed ultima volta in cui Colaspina provò ad offrirgliene, ben disposte ed adagiate su foglie di un verde mefitico, Maier aveva semplicemente ricevuto la cosa in questione, aperto la finestra della sua stanza e buttato di sotto il tutto. Dove poi le avrebbe successivamente ritrovate chiunque entrasse od uscisse dall'edificio fino al completo degrado o volenterosa mano (e stomaco) di qualcuno, non passando la nettezza urbana per quella periferia disabitata ed eterno cantiere in cui erano stati a loro volta buttati (si era detto temporaneamente) e abbandonati (si era capito, per sempre).
A patire, vario personale di servizio che Maier non incontrava mai – stava attento a non farlo nemmeno per sbaglio, i lavoratori mettono sempre tristezza – più altri sei che impropriamente il profano avrebbe potuto definire suoi colleghi. Infatti, fra tutti i mali celati al mondo, c'era anche la vera natura di Colaspina abbrutita, coprofaga, ottusa. Ciò non precludeva il fatto che fosse estremamente furbo e come irrorato o per meglio dire insozzato da una miscela di solerzia e meschinità che lo rendeva pericoloso – in accordo con la sua natura infima. Ciò, a parere di Maier, era facile cogliere dalle sfumature grigie delle sue tempie. Il profilo affilato, la figura tonica, la ricercatezza nel vestire, erano invece adattamenti mimetici all'ambiente, simili al pelo o manto o squame di taluni animali sempre ed in ogni caso più rimarchevoli.
Colaspina, fattosi giorno e smaltiti – o fatto smaltire – i cadaveri, si piantò sulla soglia della stanza di Maier con i pugni sprofondati nelle tasche del cappotto.
“E ora che facciamo? Ne aspetti qualcun altro?” chiese a Maier che gettò uno sguardo sconsolato alla finestra.
“Non lo so... vuoi farti venire qualche altra crisi?”
“Guarda che sei tu che ci sguazzi in questo casino. Che pretendevi, che ti venissero a chiedere scusa?”
“Non è andata troppo male.”
“E che doveva succedere? - il tono di Colaspina irritato ed irritante – Che deve succedere per dire che è andata male? Guarda, proprio non riesco a capire... ”
“Che grandissima testa di cazzo che sei.”
Figurarsi se si offende. Colaspina non si offende:
“Eh sì, continua... intanto sono io che me la prendo a quel posto... quando sappiamo benissimo che questa marea di merda che si sta alzando viene proprio da qui dentro!” e con l'indice a descrivere ampi cerchi, nessun indizio se indicasse l'Istituzione, la sezione, l'ufficio, la stanza di Maier, qualche orifizio dello stesso o magari uno dei propri.
Maier aprì un cassetto della scrivania e ne trasse fuori un fascicolo che aprì davanti a sé, palesemente fingendo di leggerlo. Del resto non poteva fare altro, era l'unico foglio scritto a stampa o a mano, in tutto il suo ufficio. Maier non scriveva mai, non possedeva nemmeno una penna. Spesso si meravigliava di non aver disimparato del tutto. Con sua sorpresa, il fascicolo conteneva il manuale di istruzioni di un televisore diciotto pollici con videoregistratore incorporato. Maier visualizzò l'affare, inservibile dopo nemmeno un anno, acquisto che risaliva ormai a dieci anni prima. Lui e quel foglio erano lì da tanto tempo?
Sotto lo sguardo di Colaspina che ancora indebitamente sostava nella stanza, si alzò ed affacciò alla finestra e d'un tratto si rese conto che tutti gli edifici in costruzione erano in realtà fermi ed anzi stavano andando in rovina; realizzò di non ricordare l'ultima volta che aveva sentito suoni di lavoro, di macchine, mezzi pesanti e nemmeno quella in cui aveva visto un operaio. Se mai era accaduto.
Cos'era successo? Come aveva trascorso quel tempo?
Dunque era anche invecchiato.
Pure Colaspina. Glielo disse.
Quello fece una smorfia.
“Chiudi la porta quando te ne vai.”
Senza più curarsi di lui, Maier si tolse la giacca e la ripiegò in quattro. Poi, sistemandola come cuscino e con il cappotto come coperta, si stese per terra e si mise a dormire.
Dalla finestra un cielo grigio era assolutamente indifferente a vicende di morti, elettrodomestici, sonno arretrato e frutta marcia.

24 dicembre dell'anno prima
La consegna dell'onorevole in concomitanza con la vigilia di Natale, non era sfuggita a Maier.
Rovinare le feste agli interessati con relative famiglie, aggiungeva una impronta di tragedia, un retrogusto che magari poteva diventare anche un messaggio a chi di dovere, alle giuste orecchie o qualsiasi altra espressione consunta si intendesse adoperare. Ma era un sottostante non esplicitato appunto e ciò non imponeva tempistiche impudenti, azioni disgraziate che davano sempre luogo a telegiornali ripetitivi, trasmissioni inconcludenti, brutti e fuorvianti (oltreché fuorviati) libri e film. Per non parlare di inchieste, contro inchieste, archiviazioni, riaperture... tutte cose che poi si risolvevano in una camminata strascicata di Colaspina che, con un mezzo sorriso, gli comunicava che si doveva indagare su quella questione (più spesso un'altra questione) di quelle di cui Maier sapeva benissimo chi fosse il responsabile – ossia lui stesso o Colaspina od entrambi con vari combinazioni di colleghi o presunti tali. A loro discolpa, si trattava sempre di cose su cui erano intervenuti in un secondo momento per salvare il salvabile, ma quando succedeva era a Maier che toccava sbuffare e sbuffando incontrare cinque o sei gerarchi, che a loro volta sbuffavano, reduci da altri incontri sbuffanti. Al che, il richiedente originale della suddetta questione, che alcuni potrebbero incautamente definire il mandante, veniva redarguito e che la volta successiva fosse meno pretenzioso, sempre ammesso che ci fosse stata stata una volta successiva.
Non c'era.
Come non c’era alcuna possibilità che vigilia e Natale, Maier le passasse al telefono od in macchina, appostato nell’ombra a verificare l’operato di un’altra macchina appostata a sua volta od ancora in ufficio a farsi confermare la riuscita dell’operazione da qualche brandello di telegiornale, giustamente interpretato. Probabilmente a San Giuliano sarebbe parso inverosimile che Maier avesse un figlio, che avesse voglia di vederlo e che, soprattutto, quest’ultimo ricambiasse. L’anno prima era stato un disastro, nel senso che c’era un disastro da far accadere, la solita fuga di gas, meschina caldaia con annessi inquilini innocenti ed uno, uno solo, mediocre bersaglio politico. Non si ricordava nemmeno più chi fosse o cosa facesse. Giustificare a Valeria, fanaticamente ex moglie non rassegnata ad essere se stessa, ma solo e sempre a non essere ciò che era stata; giustificare come lavoro la sua assenza, come in passato, aveva avuto effetti nocivi per l’udito e lo stomaco di Maier.
Suo figlio era stato più comprensivo, ma a quindici anni il tempo e le occasioni appaiono infinite, sovrabbondanti fino alla noia e poi si può sempre comprare il perdono di un adolescente che non abbia troppi traumi pregressi. Almeno fino ad allora era stato così. Pienamente conscio di cosa evitare per non dar luogo allo scenario afflitto – penoso, persino nella forma di congettura, di ipotesi - Maier pensò addirittura di telefonare al figlio in questione, non c’era niente che gli impedisse di farlo.
Ma doveva tornare in ufficio. Ci sarebbe tornato prima o poi, ne sentiva l’urgenza? No, ma diffidando non fece la telefonata.
Guidò comunque piano, mentre il traffico cominciava ad aumentare come le persone a piedi.
Ad un certo punto, una minaccia di ingorgo lo costrinse in coda, poi fortunatamente le auto ricominciarono a scorrere. Quella davanti a Maier filò via lasciandogli la sorpresa, appena ingranata la prima, di strisce pedonali al momento attraversate da madre con due bambini recalcitranti con zainetti annessi. Esattamente davanti a Maier, la loro fretta una illusione, gli apparivano lenti lenti.
Non affondare l’acceleratore gli provocò un crampo, l’istante sufficiente perché passassero illesi. Ripartì sgommando. Il cuore non accennava a rallentare.
La palazzina dell’ufficio aveva due ascensori, Maier prendeva sempre quello di sinistra. Anche Portincasa. Persona che Maier tollerava ampiamente anche se l’aveva udito decantare, con ferma convinzione, la bontà delle elargizioni di Colaspina. Più giovane di Maier di qualche anno – e si vedeva – aveva cominciato in Piemonte, poi era finito a Roma ed infine lì. Aveva girato certamente più di Maier (solo un anno a Milano, due a Roma e poi assegnato in via definitiva) ed anche più di Colaspina se era per quello, ma non ostentava arie da newyorkese tornato a svernare, cosa che Colaspina invece faceva. Non si dissero granché, giusto qualche mezza osservazione alla chi vuol capire capisca. Di certo però, Portincasa era stato convocato, Maier lo capiva dalla faccia che in quelle occasioni tendeva ad afflosciarsi esattamente come aveva osservato in persone a cui viene comunicata una dipartita. Sempre che gli interessi davvero cioè. Salirono. Trovarono Colaspina nella sua stanza, il regno dei computers che chissà come aveva imparato ad usare o che magari erano solo scenografia. Altri tre affollavano la stanza, Russo, De Vittorio e Pastore ovvero, per Maier, la dimostrazione che non solo all’uomo, ma anche ad altri primati sia consentito parlare, telefonare, guidare, mettere le scarpe. Un interesse questo, che era stato costretto a relegare ad hobby e successivamente declassare a pura informazione. Non era gente da prendere sottogamba a meno di voler liberamente – liberamente, perché no? - piazzargli una o più pallottole in zone del corpo da decidersi al momento. Specialmente Pastore, la cui carriera si era sviluppata sulla base dei colpi alle spalle più infami, le pugnalate alla schiena, le sprangate alla nuca, martellate ripetute, sempre dopo lungo lavoro di accaparramento di fiducia. L’aspetto lo aiutava, per i più – o i meno se si sa cosa si intende – gradevole, persino bello. Fidanzamenti, finti matrimoni, salvataggi simulati, tutto pur di arrivare alla persona desiderata quando costui o costei si presenta particolarmente riservata. Russo e De Vittorio, a confronto, erano dei putti sotto una pioggia di zucchero filato.
“Ah.” fece Colaspina, vedendo Maier.
“Come mai l’adunata?”
“Di là c’è Sua Eccellenza.”
“Ah?”
“Ah.”
Era uno sgombero allora.
“E lui perché lo hai chiamato?” Maier, intendendo Portincasa.
“Ci devo parlare io.”
“Cazzi vostri.”
Senza indugiare oltre, Maier si recò nella propria stanza che per un attimo gli sembrò estranea,
sbagliata. Segni di ruggine sulla maniglia della porta chiusa. Ancora attorno alla serratura.
Conoscendone l’attuale occupante, Colaspina avrebbe bussato. Maier entrò e basta.
“Alvaro...” lo accolse Sua Eccellenza.
“Ciao Michele.” e richiuse la porta.
La familiarità aiutava e non aiutava. Il binario che, deviando, aveva condotto Michele da collega a diventare Sua Eccellenza - Maier non lo chiamava mai così anche se doveva ammettere che il soprannome era opera sua – quel binario subiva scossoni, tremava, rischiava di staccarsi da terra e tutto ciò influiva su quello su cui era rimasto Maier che, progressivamente, aveva perso un po' la voglia ed un po’ i riflessi per attaccarsi con le unghie a ciò che gli capitava o ballare per rimanere in equilibrio.
Avanti, colpisci. Pensò Maier.
Ma no:
“Come stai?” chiese Sua Eccellenza
“La vita è una schifezza, comunque la si voglia mettere.”
“Con Valeria non c’è nessuna speranza?”
“E di dirmi perché sei venuto?”
Una alzata di sopracciglia segnalava che il registro di Michele non aveva alcuna difficoltà a cambiare bruscamente né tanto più a lasciare aperte domande che, se retoriche, volevano una risposta in segno di deferenza e se sincere, forse non la volevano affatto.
“Te la ricordi quella storia delle villette?” troppo veloci le parole gli uscirono di bocca. Maier non ebbe nemmeno un istante per prepararsi mentre, contemporaneamente, la sua diffidenza esultava e la sua speranza subiva un ennesimo colpo, di taglio, dietro le ginocchia. Forse era la volta buona che non si rialzasse più. Ricordava? Per forza, esempio perfetto di quei lavori raffazzonati, ma giustificati dai tempi attenzione... giustificati dai tempi. Ma di cui, a rigore, Michele non avrebbe dovuto sapere o sapendo, dolersene.
Semmai erano un momentaneo sollievo, producendo inchieste e scoperchiando tombe che distraevano da altre più recenti.
“Chi ci sta inzuppando il pane?” chiese Maier, attendendo risposta prevedibile.
“Nessuno. - che altro c’è allora? - O meglio... non come intendi tu... magari!”
Non restava che attendere il resto.
“Puoi andarci adesso?” la richiesta cortese, un ordine in realtà, che voleva Maier pronto ad uscire dalla stanza, cosa che fece dopo poche informazioni a voce e la concessione di portarsi chi gli fosse piaciuto. Da solo allora.

3 gennaio
C’era qualcuno che andava su e giù per il corridoio, per questo sveglio, non per questo in piedi. Sentì squillare un telefono, i passi continuavano, sempre lo stesso telefono.
Poi la voce di Portincasa:
“Io entro.”
“Auguri.” Colaspina, più lontano.
Maier si rialzò, a quanto pareva il pavimento gli faceva bene alla schiena. Raccolse giacca e cappotto, li gettò sulla scrivania, spalancò la porta.
Nessuno. Chiamò.
Portincasa arrivo all’istante:
“È successo di nuovo.” disse. Doveva essere una brutta notizia, ma appariva più seccato che preoccupato o allarmato.
“Lontano?” si informò Maier
“Abbastanza.”
“Prima devo mangiare qualcosa.”
“Intanto avviamoci.”
Il senso di fame o piuttosto di vuoto, guidò Maier fino all’esterno della sua stanza, l’ufficio gli sembrò di vederlo per la prima volta. L’istinto gli suggeriva di proseguire con le mani in alto, di arrendersi, che magari gli schedari che ingombravano lo spazio a destra e sinistra, non lo avrebbero aggredito. Sentinelle congelate riducevano il corridoio ad un passaggio appena sufficiente per una persona, interrompendosi solo in corrispondenza delle stanza. Se si era in due bisognava fare la fila.
Inutile aggiungere come fossero tutti completamente vuoti. Esattamente come gli altri che occupavano ogni anfratto, di ogni piano dell’edificio. Uno sull’altro, fino al soffitto, nei sottoscala, negli sgabuzzini, nei bagni. Vuoti. Con l’indecenza di essere chiusi a chiave. Più un lucchetto.
Pensare a queste cose, per Maier, ebbe le conseguenza di ritrovarsi senza accorgersene nell’auto di Portincasa, con Portincasa alla guida. Un altro pezzo di tempo fregato, aveva preso le scale o l’ascensore? Non sapeva dirlo. Aveva parlato anche, detto, chiesto qualcosa?
Pareva di sì perché, da quella specie di silenzio in cui gli capitava di finire, l’audio lo assalì come anche il tatto. Aveva le mani sulla bocca del riscaldamento, vaga aria tiepida con contorno ghiacciato. Portincasa, da parte sua, stava come raccontando o rispondendo:
“...e praticamente è finita così. Adesso ci andiamo noi direttamente e vediamo se hanno il coraggio di prendersi l’abuso.”
Maier non seguiva. Il tono indicava una qualche mancanza o trascuratezza fastidiosa. Nel contesto generale ci stava. Ma non aveva motivo di andare in fondo alla faccenda. Si fermarono.
Nessuno dei due accennò a scendere.
“Bé?” Portincasa.
“Che cosa?”
“Non dovevi mangiare?”
In effetti. Erano di fronte ad un panificio rosticceria. Il senso di vuoto era scomparso lasciando posto ad un piccolo, durissimo nodo che lentamente risaliva verso la gola. Maier scese e la temperatura esterna gli diede coscienza di essere in camicia, senza pietà, una folata di vento in pieno petto. Si consolò vedendo giacca e cappotto sul sedile posteriore. Non cercò in alcun modo di dissimulare la fretta di indossarli. Ma il freddo, nascosto sotto la giacca, se la stava spassando. Entrò nel panificio. Non doveva essere la prima volta, la posizione del bancone a vetri, semivuoto, gli diceva qualcosa. Così come il quadro di una Madonna, troppo grande, troppo vivace, incorniciato di nero. Familiare pure che il panificio fosse anche salumeria, ma non la donna che lo guardò al di sopra della testa di un altro cliente. Scartò arancini e pizze rustiche e si fece imbottire un panino, no, due.
Tornato in auto, il diniego di Portincasa allungò il pasto di Maier, comunque meno della metà del tragitto, comunque la scelta del salame infelice, troppo salato.
Portincasa gli disse di cercare sotto il sedile, doveva esserci una bottiglia d’acqua. Corretto.
A piccoli sorsi Maier sprofondò nel sedile senza dire una parola, Portincasa accese la radio.
Una canzone che Maier non aveva mai sentito, ma che sembrava vecchia.
Pensò così alle canzoni che conosceva e le trovò intatte nella propria memoria, ma del tutto inadeguate a lui oggi ed anche anni prima. O magari era da questo che aveva tratto piacere, violare una sorta di pudore intellettuale, cercando, condividendo lo spirito - il prodotto? - di una umanità che non aveva nulla a che fare con lui e che nemmeno lo avrebbe mai voluto. È solo la noia, si disse Maier, lasciamo perdere perché è solo la noia...
Erano quasi usciti dalla città, poco prima della rampa per la circonvallazione, Portincasa girò a sinistra infilandosi in una complanare e da lì in una strada stretta. Da lì tornarono verso la città, almeno fino alla fine di quella strada che finiva in uno spiazzo occupato da auto parcheggiate e cassonetti, chiuso da un muro di almeno due metri oltre il quale c’era il lato senza balconi di grandi palazzi. Sulla sinistra un’altra strada stretta fra due file di palazzine il cui ingresso si trovava dalla parte opposta, eccezion fatta per le saracinesche dei garage che davano tutte su quel lato. Lì si diresse Portincasa, un furgone di operai li costrinse ad attendere mentre faceva manovra per entrare in retromarcia in una rimessa ad angolo. Proseguirono e dopo duecento metri si fermarono davanti ad un altro garage chiuso. Quattro uomini aspettavano fumando. Al loro arrivo uno di loro alzò la saracinesca a metà. Portincasa guidò fin dentro. Gli uomini entrarono pure loro e richiusero. Buio ed un attimo dopo la luce bianca dei neon. Maier poteva anche evitare di scendere, a suo parere ciò che vedeva era più che sufficiente. Portincasa però aspettava il via, ci tocca? E va bene, si disse Maier sospirando, aprì lo sportello seguito dall'altro. I quattro, di certo involontariamente, si erano disposti a semicerchio, un rito, magari una danza della pioggia fra le due scie di olio una avanti e l'altra dietro di loro. La fonte due taniche ancora sotto le braccia del cadavere del momento. Tempo fa, come ora, Maier aveva l'impressione di una qualche rappresentazione zodiacale – ma allora era stato il caso – adesso no. La riproduzione era perfetta. L'uomo in tuta da lavoro era stato colpito in volto, aveva sbattuto contro il muro ed era scivolato lasciando una scia di sangue regolare – nella fattispecie un po' troppo. Le due taniche senza tappo che stava trasportando si erano rovesciate e l'olio si era allungato come sopra. Attorno tutto era perfetto, le foto, i ritagli dei giornali erano gli stessi del tempo, con le stesse donne, le brevi didascalie tagliate sulla stessa parola. Il bancone degli attrezzi era della stessa lunghezza, altezza e larghezza. Il calendario era lo stesso, dell'anno giusto, 1983, lo stesso mese, agosto, le stesse scadenze appuntate agli stessi giorni. Non poteva giurare sulla scrittura, ma era convinto fosse credibilmente simile. Maier si aggirò per il locale della stessa metratura dell'originale ed occupato da scaffali con pezzi di ricambio. A questo proposito fu obbligato a rivolgersi ai quattro uomini, quattro vecchi per essere precisi, che spegnavano le cicche gettandole per terra e schiacciandole con la punta della scarpa. Fece la domanda, la risposta fu positiva, stessi pezzi, stessi modelli di automobile. Mancava qualcosa? No.
Invece sì. Mancavano loro con tutti gli anni di meno, la messinscena non dava seconde possibilità, forse lo avevano sperato quando, solo poche ore prima, erano strati strappati alle loro nuove vite, nuove vite vecchie e da vecchi, le vite dopo, in cui magari affiorava qualche brandello di coscienza od oppure i ricordi erano così adulterati dalla paura della morte da divenire rivisitati, appannati, stravolti, cercando la serenità di aver fatto bene, agito nel giusto, agito per qualcosa, qualcosa per cui valeva la pena a fronte dell'essere dimenticati per sempre, per sempre fascicoli distrutti, vene varicose nella morte dei distruttori.
Non c'era anche un quinto? Zelo di Portincasa.
C'era.
È morto. Sarebbe fra l'altro il più giovane.
“Non eravate buoni a un cazzo – epitaffio gratuito di Maier, nel senso di gratis – scrivetelo sulle vostre tombe.” specificò.
Ma non era detto... forse di pensione prendevano quanto di stipendio lui e Portincasa messi assieme.

24 dicembre dell'anno prima
Era ancora presto. C'era tutto il tempo per fare ciò che doveva ed andare a tentare di non fare troppo schifo a suo figlio. Arrivato sul posto, Maier dovette ammettere che era straordinariamente simile a quello originale. La storia delle villette era una vecchia faccenda della fine degli anni Ottanta di cui Maier non si era occupato direttamente, ma che lo riguardava in quanto tutte le sue prime operazioni in città erano servite a mettere una toppa, una pezza a colori, alla riuscita disastrosa di quella svoltasi in un comprensorio di cinque o sei villette a schiera. Allora spuntavano come funghi in ogni punto ritenuto troppo pulito, troppo verde o troppo mare per essere lasciato al popolino che tanto, votava in ogni caso chi gli si diceva. Era in fondo una vicenda scialba, di avvocaticchi e dottor nessuno che si credevano dei padreterni solo perché un paio di politici mafioncelli avevano bisogno di loro. E c'era scappata una morta, minorenne, drogata fino alla cima dei capelli, sotto uno o più dei presenti altrettanto fatti. Fin qui niente di complicato se non che, proprio l'onorevole dispensatore in persona, si era messo a sparare, in un impeto di impunità orgiastica, sui presenti e su quelli che lui stesso aveva chiamato per toglierlo dai casini. Oggi come oggi, se fosse toccato a Maier, l'illustre statista sarebbe stato crivellato al primo accenno, ma allora la disinvoltura era concessa solo a certi livelli e quindi ci si era ritrovati con più morti del previsto, feriti, traumatizzati che potevano esibire valido documento di identità, più tre perfetti sconosciuti con il portafoglio che attestava il loro legittimo diritto di occultare cadaveri, intimidire, eventualmente sequestrare e rioccultare cittadini Italiani e non o misti o presi a caso. Il secondo gruppo ad occuparsi del pasticcio, aveva Maier e le acque si calmarono anzi, non si erano mai mosse, nessuno era stato portato all'obitorio, nessuna prostituta aveva dato di matto scappando mezza nuda a cercare aiuto nei dintorni, nessuna studentessa isterica aveva chiamato il 113, nessuna madre aveva denunciato la scomparsa della figlia, nessun marito della moglie. Maier già allora aveva intuito di appartenere ad una specie prossima all'estinzione, causa sovvenuta inutilità, in aggiunta a ciò che si potrebbe avvertire come un perfezionamento del potere e degli uomini di potere – loro malgrado ovviamente. Michele aveva fatto sigillare, confezionare piuttosto, il luogo che gli aveva indicato. C'era da augurarsi che continuasse ancora per un po', il lavoro, non gli andava proprio di restare disoccupato alla sua età, quella patina impalpabile di dignità fornita dalla collusione con lo Stato, lo avrebbe lasciato solo e misero semmai avesse dovuto fornire opera mercenaria a privati od ancor peggio, dei fuoriusciti. L'opinione pubblica – sperava Maier – l'apparenza dell'opinione pubblica. Signore, fa' che che conti ancora qualcosa. L'apparenza che l'apparenza dell'apparenza... E così via.
Fa', Dio, che ai parassiti che ci governano vada ancora di trastullarsi, di nascondere ciò che fanno, almeno per noia, per avere l'impressione di far qualcosa.
Ora che si sono presi tutto.
Dentro, trovò la riproduzione abile della morta della ragazza – anche se non ne era certo – ma se Sua Eccellenza lo aveva mandato lì, non doveva essere meno che perfetta. Si fidò. Riservandosi di strappare presto ai loro cateteri, tutti coloro che si erano occupati del caso autentico.
Sorrise dentro di sé poi, ricordandosi solo, apertamente. Il problema – ancora sorrideva al pensiero della pillole della pressione che sarebbero state saltate – ovviamente non consisteva nel delitto in sé, né nella riproposizione né nello scoprire chi fosse la ragazzina morta che aveva sotto gli occhi.
Il problema sarebbe stato solo, ovviamente, la conoscenza minuziosa di tutti i dettagli.
Ma sarebbe stato, appunto. Non lo era più.
Michele però aveva lanciato a Maier un salvagente ed allo stesso tempo ne aveva fregato uno tutto per sé e con esso, sguazzando né troppo fiero né troppo umile, come il pesce di media taglia che era, faceva rispettosamente notare - non ai pesci più grossi, ma al pescatore – che forse era meglio lasciarlo in acqua, non si sa mai, tenerlo da parte. Lasciarlo in vita.
Maier fece quindi delle telefonate, chiedendosi se con l'espressione restare solo col morto o la morta, si intendesse uno stadio intermedio fra la solitudine o la compagnia e se si adattasse anche a situazioni in cui uno o più degli esseri umani presenti fosse impossibilitato a parlare. Era l'assenza di parola o di movimento a caratterizzare la situazione. Dire è morto gli sembrava troppo sbrigativo.
Esattamente come lui stesso, che non si sarebbe fatto trovare da tutti quelli che aveva chiamato. Quella sera e l'indomani toccava a loro darsi latitanti, giustificare o non giustificare.

Quella sera Maier era in perfetto orario.
Era persino riuscito a tornare a casa sua e darsi una ripulita. L'intero condominio puzzava di fritto e fritte anche le voci che si udivano e rimbombavano per le scale. Adunate di voci con leggera crosta dorata, appena sufficiente a contenere il liquido amaro, regolare lubrificante della vita quotidiana, stimolante di rancori erotici che sarebbero esplosi mangiando, bevendo, dando umidi baci sulle guance. Aliti pesanti che gareggiavano nell'avvinghiarsi a vicenda. La famiglia insomma...
Anche Maier ne aveva una. Ci stava andando. Ma guardandosi allo specchio, prima di uscire, non si riconobbe. Negli anni doveva aver involontariamente appreso l'arte di camuffare, persino alterare i propri lineamenti, anche lo sguardo era disposto a giurare che non fosse il proprio solito, liquido, amaro anche quello. L'ascensore sempre occupato e scese per le scale affinché non gli si attaccasse la puzza di fritto ai vestiti. Prima di arrivare nell'androne sentì l'ascensore scendere. Si affrettò, allora, alla gabbia a vetri che conteneva i contatori elettrici, aprì con le sue chiavi legittimamente detenute, di legittimo condomino e tolse la corrente all'ascensore, alla luce delle scale, all'autoclave.
Poi staccò quella di ogni appartamento, il proprio compreso, tranne uno.
Non sapeva di chi, ma ciò che contava era il risultato.
Prima o poi sarebbe arrivato.


3 gennaio
Mentre Portincasa congedava i vecchi agenti, Maier se ne tornò in macchina, abbassò il sedile, chiuse gli occhi. Evidente che per quanto lo riguardava, aveva fatto fin troppo. A suo parere sarebbe dovuto toccare a quelli pulire e strofinare pavimenti, ma a quanto pareva non era contemplata nessuna forma di punizione – cosa discutibile, secondo Maier, per retroattiva che fosse - e quindi si preferiva far sbarcare altra gente. Gli era anche stato fatto notare, poco prima, che la difficoltà contingente consisteva nell'essere arrivati tardi e quindi la famiglia della vittima aveva avuto tutto il tempo di sporgere regolare denuncia di scomparsa.
“E allora?” pensò Maier dicendolo, poco prima. Nessun aiuto, avrebbe voluto aggiungere, che ci vadano questi qui a spiegare ai parenti come quell'uomo era arrivato in quel locale a farsi ammazzare.
“Per me possiamo lasciarlo qui fuori, per strada.” questo l'aveva detto.
Per quanto presente una certa insofferenza, era l'esperienza di Maier a parlare. Addirittura lasciare tutto così com'era...
“Facciamo proprio così.” e se ne era andato in macchina.
“Ci mandassero Pastore dalla vedova...” si lasciò andare Portincasa, entrando pure lui, mettendo in moto.
“Non ci manderemo nessuno. - e poi – C'è una vedova?”
“Presumo.”
“Facciamoci i cazzi nostri.”
Due colpi di clacson. La saracinesca si sollevò. Uscirono, gli altri sparirono dove più gli pareva,
lasciando aperto. Il morto era in bella vista? Lo era.
Il ritorno fu identico all'andata, Maier che non riusciva mai ad azzeccare un qualche nodo cruciale di ciò che Portincasa aveva da dire, almeno per cogliere il senso generale.
“Ce lo farà fare ancora per molto?” chiese ad un tratto Portincasa, ce l'ha proprio con me, si rassegnò Maier.
“Che cosa?” dato che gli toccava rispondere. Non era al punto di cottura giusto per mandarlo a quel paese.
“Fare avanti e indietro.”
“Almeno abbiamo qualcosa da fare.” su questo nessuna obiezione.
Invece:
“Io so dove abita.”
“Bravo. Lo sappiamo tutti.”
“Ci andiamo a parlare?”
Ecco, Maier non se lo aspettava, non in questi termini. A conti fatti non erano proibite visite di cortesia ed a rigore, non ne erano contemplate altre di nessun genere.
“Sei un libero cittadino. Vacci quando vuoi.”
“Perché non adesso?” Maier trovava minaccioso il rallentare della macchina.
“Ho detto no.”
“Signorsi.”
Il punto era perfetto:
“Vaffanculo. Guida e non dare fastidio. Devo dormire.”
E ci mise pochissimo ad addormentarsi.
Si svegliò al suono dello sportello che si richiudeva. Guardò Portincasa allontanarsi, apprezzò che non si voltasse a guardarlo. Le chiavi erano nel quadro, forse un eccessivo segno di confidenza,
forse una conclusione inevitabile dato che c'era ancora Maier dentro. Ebbe l'impulso di mettersi a frugare nel cruscotto, nelle tasche laterali degli sportelli, ma la cosa lo annoiò profondamente nello stesso istante in cui il pensiero di alzare una mano si spezzò in un leggero fremito del braccio destro. Lo assalì un dubbio: era armato? Ma ancora non gli andava di muoversi.
Chiuse gli occhi cercando di avvertire ogni pressione anomala sul proprio corpo, la schiena contro il sedile, i piedi nelle scarpe, le mani in grembo... e trovò la pistola, si ricordò anche di come e quando l'aveva presa, era sempre stata lì. Gemendo si raddrizzò, cercò la leva sotto il sedile ed anche lo schienale balzò dritto con uno scatto secco, metallico. Un istante di affanno. Poi, scavalcando il cambio passò sul sedile del guidatore, lo regolò - Portincasa era un po' più basso – avviò.
Avrebbe dovuto avvertire?
Probabilmente. Ma non gliene fregava niente.
Tornò nel traffico, l'idea di una coda a passo d'uomo lo terrorizzò per lunghissimi, ansimanti minuti, fino a quando evitando un semaforo, trovò la traversa giusta e guidò libero fino ad un altro semaforo dove, avrebbe giurato, ci fossero le stesse auto di quello prima. Verde, rosso, di nuovo verde e niente si muoveva. Guardarsi attorno non lo intratteneva granché, un supermercato, una gioielleria, un locale sfitto, il tutto come base ad un edificio di otto piani, almeno venti famiglie.
Un altro supermercato, altro palazzo identico.
La fila cominciò a muoversi. Il problema si rivelò un'auto in doppia fila che aveva strozzato la strada – doppio senso. Qualcuno davanti si era buttato creando una emorragia da cui era sbucato anche Maier. La reazione degli automobilisti del senso opposto non tardò ad arrivare e di nuovo tutto fermo. Maier vide il tutto dallo specchietto retrovisore. Avrebbe fatto meglio a cercare parcheggio.
Cosa noiosa. Certo c'era la probabilità di inchiodare al centro della strada, sparare a tutte e quattro le ruote e proseguire a piedi. Fattibile, ma ancora noioso.
Tanto valeva, così come veniva ed altre espressioni di tedio rassegnato.
Portincasa scelse proprio quel frangente per informarsi della sua - o presunta sua – proprietà. Maier gli disse di non chiamarlo più al cellulare se non gli dava il permesso prima e che alla sua età faceva male a lasciare le chiavi nel quadro. Poteva scassinare quella di Maier se la cosa lo consolava.
“Non c'è bisogno, non ho fretta.”
“Ci sto andando io.” lo informò Maier
“Avevi detto di no.”
“Ho detto che potevi andarci quando vuoi. Adesso voglio io... comunque credo che scassinare non sia la parola giusta per una macchina.”
“Ti raggiungo?”
“Mandami Colaspina, fra mezz'ora, più o meno.”
“Non verrà mai.”
“Lo so.” e chiuse
Una via distinta. Così si sarebbe facilmente definita quella in cui si trovava Maier. Negozi distinti, popolazione distinta, appendici della classe dirigente, medi ingranaggi i cui stabili a dieci piani, con le facciate piastrellate affermano – si distinguono – asserendo che agli abitanti piace stare uno sull'altro e proprio nessuno li ha costretti ad ammassarsi. Tant'è che abbiamo il portiere.
Difatti Maier, dopo aver trovato posto fra un passo carrabile ed un cassonetto, ne trovò uno nell'edificio di suo interesse. Lo accolse un atrio di piastrelle pastello e stucco verde smeraldo. Sbiadite, il sogno stava finendo per le rotelle di mezza misura cui aveva pensato poco prima. Ogni mano di vernice, ogni assegno erano un altro assaggio di anestesia, ma il dolore del risveglio si era ormai fatto sentire. Aumentare la dose per dimenticare... non poteva continuare ancora per molto. Significativo... la persona che cercava non poteva che cacciarsi lì, a fare gli stessi pensieri di Maier.
Il portiere girò attorno al suo banco a L e lo intercettò, diffidenza non aggressiva, chiese a Maier che cosa volesse. Sicuro di sé, non temeva nulla. Nemmeno Maier. Il suo corpo gli restituì il peso della pistola, un paio di telefonate e si sarebbe potuto togliere lo sfizio. Ma non era lì per perdere tempo né per ricordare al notaio od al primario del secondo piano che era già qualche decennio che la malavita gestiva portierati, portantini, bidelli e spazzini. Ma un leggero pulsare alle tempie, non gli permetteva di abbandonare quei pensieri, arrivò a toccare la pistola, come distrazione, come palliativo, sempre guardando l'uomo in volto. Un volto su cui cominciava a dipingersi il dubbio e con il dubbio il timore. Maier disse il proprio nome e chi cercava. L'altro si tranquillizzò un poco. Maier meno. Il portiere tornò alla sua postazione e sollevò la cornetta di un telefono bianco, tutto pulsanti.
“Me lo passi e si tolga di torno.” disse Maier, il tono doveva essere abbastanza convincente, dato che l'altro eseguì senza fiatare.
Prese il ricevitore.
Qualche secondo in cui quasi non ci credeva che stava per parlargli, non riusciva nemmeno ad immaginare i passi che si avvicinavano al citofono, lenti, veloci, l'uno e l'altro e sempre ammesso che ci fossero. Ma dovevano esserci. Dovevano.
Poi sentì la voce.
“Sono io.” disse Maier
La voce domandò.
“Vivo e vegeto.” rispose Maier guardando il portiere. Gli ripassò la cornetta.
Quello ricevette delle istruzioni, riagganciò, accompagnò Maier all'ascensore, gli indicò il piano.
Maier però spinse un altro pulsante e scese un piano prima. Nessuno.
La sua non certo una mossa inedita ed i suoi passi troppo rumorosi per le scale.
“Sei venuto ad arrestarmi?” sentì. Lui era probabilmente sulla soglia ad attenderlo, doveva aver un fucile o qualcosa del genere. Maier non prese la pistola.
“No. - disse Maier, ancora due gradini e sarebbe stato allo scoperto – E così sei impazzito...”
“Sì. - ed infatti eccolo lì. Maier alzò le mani e l'altro abbassò l' AR 70/90 - Sei armato?”
“Certo.”
“Entra pure.”

24 dicembre dell'anno prima
Il ragazzo era già di sotto ad aspettare, Maier aveva telefonato poco prima a Valeria e lei lo aveva liquidato con un va bene. Era forse il caso di salire un istante, essere civile, fare gli auguri?
Maier aveva inaugurato, tempo prima, la tradizione di non avere mai a che fare con lei se non per telefono e c'era riuscito. Con sollievo si era reso conto che il volto di lei era come sfumato nella memoria, incontrandola si sarebbe smarrito, avrebbe faticato a riconoscerla subito. Di Valeria oltre che, per ovvi motivi, la voce, ricordava perfettamente il sapore dei suoi umori, la consistenza del suo corpo, ma non poteva giurare che si trattasse della rievocazione di esperienze dirette, piuttosto che di sensazioni generiche dovute ad una donna generica. E generiche pure le cose che suo figlio disse dopo essere salito in macchina e che tentò di ascoltare almeno fino a quando il ragazzo fosse stato convinto di essere ascoltato davvero. Maier aveva ben poco da dire, poco che potesse essere riferito se non altro, un po' di segreti di Stato coloriti da sue opinioni personali che, in sostanza, ripudiavano principi morali generalmente accettati e vilipendevano gli accettanti con rispettive famiglie. Valeria aveva intuito solo un brandello di tutto ciò ed il risultato era stato disastroso. Il problema dei principi morali poi, non era un pensiero di Maier, ma di un editore, uno dei tanti a cui aveva inviato un romanzo che aveva scritto sotto pseudonimo, tanto, tanto tempo addietro. Era la storia di uno scrittore che, illuso da un editore disonesto e avido, commette un certo numero di rapine in banche, farmacie, tabaccai, pur di racimolare la somma che gli avrebbe garantito pubblicazione e successo.
Il protagonista ruba anche ad amici, parenti, manda sul lastrico i propri genitori ed alla fine, soddisfatto ed assuefatto dal delinquere, decide di continuare ed arricchirsi. Ci riesce, di passaggio ammazza l'editore e si stabilisce all'estero dove inizia una carriera coronata da successo nel campo della droga, del traffico di armi e di esseri umani. C'era anche un breve excursus sull'eversione nera, qualche spruzzata di mafia qua e là, giusto per insaporire la narrazione – in prima persona – che comunque rispecchiava il pur sempre grande amore del protagonista per la letteratura.
Maier giudicava molto buona quella sua fatica, gli editori solo qualcosa di grottesco. Di conseguenza Maier, le proprie opinioni, non era in grado di dire cosa fossero e cosa riguardassero.
A livello molto informale, anche se poco intimo, scrivere un libro, anche solo di piccolo valore, era una cosa che non augurava a nessuno.
“Papà!” suo figlio.
“Che c'è?” si riscosse Maier.
“Siamo arrivati.”
“Ah.” bravo figlio a non specificare da quanto.
Sotto casa di sua madre, Maier si rese conto di che grandissima cazzata stava per fare e con quanta leggerezza fosse arrivato a farla. Suo figlio era già sceso a citofonare, avevano risposto, il portone si era aperto, lo attendeva per salire.
Maier pensò: palazzine ed ascensori. Senza fine...
Di sopra parenti, madre anzitutto, vecchia non troppo cupa, convenientemente allegra e poi sorella, cognato, fratello, cognata, nipoti. A queste persone Maier aveva provveduto a procurare lavoro, case, altre raccomandazioni. C'era anche foto di padre defunto da già qualche anno e che aveva in precedenza rifornito Maier del suo lavoro e delle sue raccomandazioni. Sue di lui. Scelta libera.
Il ragazzo sembrava abbastanza a suo agio con i consanguinei, loro con lui, tutti con Maier che seppur idealmente, per motivi di spazio, prese posto a capotavola mostrando discreto appetito, conversando a richiesta, sorridendo in ordine sparso. Nessuno poteva immaginare ciò che lui immaginava, essere una statua di creta, vuota, un automa magico al cui interno il suo vero sé, una creatura piccolissima, stava accomodata su un divano all'interno della testa, gli occhi finestre da cui osservare l'esterno. L'automa si muoveva come se possedesse un'anima propria e niente, niente suggeriva la presenza del suo abitante, niente induceva a sospettare l'artificio, l'incantesimo potente e perfetto.
In poche parole tutti avrebbero potuto dichiarare che quella sera Maier si comportava normalmente. Sempre ammesso che qualcuno arrivasse a chiederglielo.
A mezzanotte si scambiarono gli auguri di Natale, la vecchia sonnecchiava, cognato e fratello giocavano a carte, sorella e nipoti di varie età accusavano segni di stanchezza. Maier indugiava su un bicchiere di spumante e sul culo di sua cognata, ma distrattamente, senza intenzione, senza nemmeno il ricordo della loro relazione prima e dopo i matrimoni di entrambi. Lei sembrava serbarne di buoni e lasciava correre, subito dopo lanciando uno sguardo a sua figlia. Nessuna possibilità che fosse di Maier, ben sapendo che ciò non implicava automaticamente la paternità di suo fratello.
“Papà...” gli rivolse il figlio. È già l'una? L'una e quarto...
Dimmi.”
Nonna dice se resto qui.”
Hai chiamato tua madre?”
Non risponde.”
Prova dai nonni.”
È andata via mezz'ora fa.”
Sarà in macchina.”
Non è nemmeno un isolato, sarà a piedi.”
Vero.” basta e avanza.
Rimango?”
Nel suo salotto segreto, il microscopico Maier vide prendere forma il caso, quella piccola, imprevedibile evenienza non voluta, ma così accordata al tutto che accade quando con perizia e scrupolo si è approntata la causa. Sulla domanda del ragazzo squillò il telefono, rispose la sorella di Maier che ascoltò e poi disse, rivolta al fratello:
È tuo... - pausa – Il fratello di Valeria.”
Maier, quello vero, sapeva che l'automa era in grado di riprodurre una autentica espressione perplessa. Si alzò, andò al telefono. Sull'ampia volta, che era il cranio, c'erano delle aperture al momento chiuse da pannelli, che corrispondevano alle orecchie. Tramite una apposita leva era possibile far ruotare i pannelli ed ascoltare ciò che l'automa ascoltava.
Apprese la notizia: Valeria, pirata della strada, corsa in ospedale, morta durante.
Doveva dirlo lui a suo figlio, in conclusione. L'artefatto di terracotta poteva cavarsela da sé.
Auguri a tutti.” disse dopo che dall'altra parte era stata chiusa la comunicazione.
Ed a suo figlio:
Puoi restare.”
Prima di andare, Maier prese da parte sua madre e gli spiegò la situazione. La vecchia ascoltò portandosi le mani alla bocca eh sì che non gli era mai piaciuta, eh sì che era una tragedia.
Lui, l'indomani, sarebbe tornato.
Scendendo, Maier, sollevato dal lasciare ad altri la veglia del figlio ignaro, con le macerazioni del caso, ruttò deducendo ottima digestione. In auto, accendendo il riscaldamento, fece la sua telefonata. Dall'altra parte gli rispose una voce che sembrava finta, un messaggio registrato, ma che invece era vera ed era Pastore.
Sta lì?” chiese Maier
Te lo passo.”
Respiro pesante seguito da una specie di sfrigolio e un respiro ancora. A chiunque sarebbe stato lecito pensare che fosse l'altro ad esitare. Era Maier invece.
Altro sfrigolio incomprensibile.
Che stai facendo?” Maier
Hai notato come resta il sapore sulla plastica che avvolge le caramelle?”
No.”
Bé, è così. Se non si sapesse cos'è non si distinguerebbe... piuttosto... soddisfatto?”
Abbastanza. Avrebbe potuto sopravvivere.”
Non è così... ma se ti fa piacere sentirmelo dire...”
Comunque non è solo per questo che ho chiamato.”
Lo sapevo. Colaspina ha la faccia che gli arriva sotto i piedi. Crede ancora di prendere il volo, quel deficiente...”
Ma ti ha spiegato...”
Volente o nolente. Vieni adesso?”
Ci vediamo domani pomeriggio.”
Comprensibile... - in quel momento Maier era impegnato a studiare una traiettoria fra scatole di panettone vuote che minacciavano di incastrarsi sotto i parafango. - Ah, Alvaro... porta le mie condoglianze a tuo figlio.”
Grazie.”

25 dicembre dell'anno prima
Maier fu molto sollevato dalla compostezza che suo figlio riuscì a raggiungere in poche ore, per quanto traballante. Maier se lo aspettava in realtà, ma non così presto. Doveva aver sottovalutato il ragazzo o sopravvalutato, a seconda. La vecchia era d'aiuto, molto avvolta in una mesta veste di mestizia vestita con eleganza, adeguata, appaiata. E che però era solo la cornice per la sua immagine immobile, quasi in rilievo, atteggiata come in rimprovero. Probabilmente diceva a se stessa che quando sarebbe venuta per lei, la morte sarebbe stata meno chiassosa, più discreta, persino più pulita e ordinata. Non oggi, era questo il punto. Morire è sempre una gran rottura di palle, che lo si accetti col sorriso o meno, che lo si accetti punto. Anche Maier, giunto a conclusioni simili, dopo aver attraversato una fase a fronte – in verità litaniante nel senso di delirio sillabico sonoro - della vanità della vita e delle cose mortali; anche Maier attendeva una morte fin troppo borghese per i suoi gusti. Di divinità o di aldilà non si curava, nel senso che non si riteneva in difetto in quanto, probabilmente, le sue azioni non rientravano nella sfera di interesse di qualsiasi entità trascendente la vita umana. Se infatti fosse stato il contrario egli, ella o loro, si sarebbero manifestati da tempo e nessuno – almeno a livello di polizia politica - ne avrebbe avuto a male. Addirittura un Colaspina avrebbe inteso la questione altrimenti ella o loro o egli avrebbe potuto munirsi di intermediari diversi da quelli attuali, autoreferenziali, che agissero o sentissero bisogno di agire diversamente – sempre a livello di polizia politica. Per le informazioni possedute da Maier, nulla di tutto ciò era mai accaduto anche alla luce di pratiche – che sapeva ricercatissime – che avevano un sapore di esoterico proprio nella misura in cui non lo erano. Che si sentisse anche il bisogno di lugubri carnevali per tramutarsi – o degenerare – nella solita consorteria dedita al malaffare, Maier poteva capirlo – sempre a livello di polizia politica - ma lo psicologo – semmai ne avesse avuto uno a disposizione – non avrebbe dovuto mai e poi mai tentare di spiegarlo in termini razionali, per favore... almeno l'ultimo rigurgito di decenza... Paradossi, quindi ed enigmi grotteschi occupavano la mente di Maier mentre con la propria presenza fisica, tentava di assistere il figlio nel lutto. Procurato, vero, ma a suo parere nell'interesse anche del ragazzo, al fine di spedirlo altrove a vivere nella illusione del mondo, dando agio a Maier di seppellire la città che a sua volta lo aveva sepolto. Tanto per restare in argomento.
Altre volte aveva utilizzato a proprio beneficio la metafora della mongolfiera e della zavorra, intendendo se stesso zavorra fermamente intenzionato ad aggrapparsi al destino, se c'era, impedendo a qualsivoglia forma di evasione di realizzarsi. Valeria, invece, corpo vischioso, non faceva peso, ma solo si attaccava lasciandosi trasportare. Poteva e doveva essere rimosso, Maier avrebbe goduto di meno inquinamento acustico, il ragazzo avrebbe smesso di fare da animale da soma a quella incrostatura che si era tanto prodigata nel logoramento della persona umana da creare il proprio assassino. Maier si era quindi – ancora una volta – prestato per risparmiare la fatica al ragazzo.
Forse l'investimento, l'incidente, era stato davvero una buona idea, ma organizzato in fretta, fra Maier e l'esecutore non c'era stato uno scambio di vedute per arrivare alla perfetta riproduzione della casualità scevra da fattori scatenanti. La prole era comunque in salvo, a Maier andava bene anche l'essere dimenticato ed il fornire liquidità sufficiente affinché ciò avvenisse, era sempre stato così, da quella seminale in poi. Sistemandosi la giacca come simbolo di causa di forza maggiore, di suo malgrado, di ineluttabile necessità, si era congedato momentaneamente – in realtà per sempre. L'assegno circolare sarebbe stato, d'ora in poi, l'unico mezzo e forma di comunicazione, una eredità riscossa prima del tempo, successione in vita. Non era nemmeno detto che non si desse per morto. Pure lui. Ma al momento aveva altri impegni oltre al fatto che la cosa gli sembrava eccessiva. Nell'immediato.
Controllò le chiamate.
Il cellulare aveva vibrato mentre era dedito al conforto istituzionale, anzi Istituzionale sul serio, dato che era lo Stato che gli aveva dato modo di disporre come più gli piaceva ed in realtà l'uxoricidio libero era una specie di bonus comunemente accettato. Uno solo però, motivo per cui non si sarebbe mai risposato come molti dei suoi colleghi.

In ufficio, Colaspina lo attendeva per rivolgergli sguardi di odio e risentimento. Era solo, motivo per cui disse a Maier:
Non ti preoccupare che arriva...”
E subito dopo:
Sei rincoglionito? Quello lì deve starsene a casa a dare testate al muro!” l’esperienza della sera prima non gli era piaciuta.
Ho deciso così. Chiudi.”
Ogni tanto bisognava pur dare qualche ordine.
A Maier parve di aver ottenuto qualche effetto su Colaspina.
Non sul resto della combriccola. Arrivarono Russo e Pastore con un grande punto interrogativo sospeso sulle loro teste. De Vittorio doveva aver fatto notte e quindi si limitò ad una alzata di sopracciglia. Portincasa sembrava più deciso.
Buon Natale.” disse Maier
Ma è Innocente quello di sotto?” troppo retorico, puoi recuperare.
Già.”
Ha detto che ti sta aspettando.” l’ambasceria non dovuta gli fece guadagnare qualche punto agli occhi di Maier. Che sapeva che con il soggetto in questione – come chiunque altro – si trattava di andare su e giù per una scala di numeri negativi, ma per una volta... per una volta facciamo finta che ciò che sta giù vada su e ciò che stava su non sia mai esistito.
Scendo.” disse Maier, ma nessuno ci fece caso.
Trovò Innocente nell’atrio, ha la mia stessa età – pensò Maier, ma porta meglio gli anni nonostante la trasandatezza. Oppure sono io che li porto peggio e sono troppo ingessato. Ancora: lui appare più giovane ed io più distinto. Altro tentativo: sono io poco alla mano e lui troppo informale.
Devi smettere di fare girare quella testa.” Innocente gli rivolse appena uno sguardo ed uscì dal palazzo.
Come?” lo seguì Maier
Ti sta uscendo il fumo dalle orecchie, smetti di pensare, non ti riesce bene.”
Perché, a te come riesce?”
Peggio ancora... che si dice di sopra?” si fermarono a pochi metri, dalla parte opposta del marciapiede, fra un cantiere ed un fazzoletto di terra rossastra con dentro una carriola senza ruote, rovesciata.
Maier cercò le parole da adoperare. Suonavano tutte come grandi puttanate, tanto valeva attenersi a quelle ufficiali, fondate a loro volta su altre puttanate. Di cui nessuna innocua.
Puoi tornare quando vuoi. - Maier – Hai anche del lavoro arretrato, se non sbaglio.”
Se è arretrato vuol dire che non serve a nessuno. Prima sono salito, c’era solo Colaspina. Si è messo a provocare...”
Ovvio... ma tu per quanto tempo hai continuato a scartargli caramelle sotto il naso ieri sera?”
Lo difendi adesso?”
No.”
È lui che ha troppa paura di me... poteva alzarsi e andarsene... o mandarmi a fare in culo...”
Invece niente. Lascia perdere.”
Per cosa mi volevi?”
Che cosa stai combinando?”
Innocente sorrise, appena:
Puoi essere più preciso... a meno che sotto la carriola non ci sia qualcuno che ascolta... c’è?”
Non credo. Voglio dire...” ma no, non voleva dire niente.
Innocente, a guardarlo da vicino, qualche capello bianco ce l’aveva. Maier ne contò quattro.
Una folata di vento lo fece rabbrividire, la pelle del viso la sentiva tirata, dura, forse doveva tornare di sopra e se Innocente lo seguiva bene, altrimenti non avrebbe mai più dovuto ripensare a quella forma di silenzio che viveva adesso. Se prima Innocente gli era sembrato la soluzione ideale ai suoi problemi, ora, con quel suo sguardo basso, le mani incrociate, quasi lo deludeva. Eppure sapeva che era un inganno, che spingerlo fino a desistere era solo un suo gioco, a margine, per distrarsi da quello principale.
Stai pensando di nuovo. Torna qui.” la parole arrivarono alle orecchie di Maier con un certo scarto.
Evidentemente anche all’altro capitava di andare via, Maier lo sperava se non altro, trovare qualcuno in grado di comprendere... ma con l’attenzione al mondo circostante arrivava anche un torpore, nemico e allo stesso tempo soccorso, una legge di equilibrio, una qualche legge finalmente, l’assaggio di quel buio assoluto, silenzioso, ma affollato ed immobile che doveva essere la giustizia.
Come era stato fatto con lui, Maier tirò fuori un biglietto e lo porse ad Innocente:
Qualsiasi cosa sia... - gli disse - ...vedi di farci rientrare queste persone.”
Innocente aveva la stessa aria di uno in coda al funerale di un conoscente. Con l’identica inappuntabile, compunta indifferenza destinata a chi gli si fosse accostato per raccontare pettegolezzi sul morto, prese il biglietto, lo lesse, lo strappò e lasciò cadere i pezzi ai suoi piedi. Entrambi li guardarono come se dovessero mettere radici. Cosa che non avvenne, naturalmente, ma un sospiro di Maier lasciò trapelare un certo disappunto.
Quando, lo decido io.” Innocente
Maier non aveva nulla da obiettare.
Innocente si avviò senza salutare.
Sei venuto a piedi?” Maier
Ho perso la macchina.” senza voltarsi
Maier trattene una esclamazione. Nel pomeriggio? Si chiese. No, domani, verso mezzogiorno.

26 dicembre dell'anno prima
Fu infatti verso mezzogiorno che una ausiliare del traffico decise con solerzia di passare in rassegna una stradina laterale, poco prima di smontare. Non amava particolarmente il suo lavoro, ma c’era un sottofondo di convinzione di promuovere la causa del vivere civile e soprattutto la possibilità di sfogare le proprie frustrazioni sul prossimo. Cose che furono intuite da un pensionato che accorse ad affacciarsi al balcone quando lei cacciò uno strillo disumano e prese a girare come una trottola sui suoi tacchi, non sapendo che fare non sapendo chi chiamare. Il pensionato rientrò, lei chiamò i carabinieri. Le fu detto di aspettare. I tizi che dopo circa dieci minuti si presentarono sul posto, esibirono delle credenziali che le sembrarono credibili, per questo andò con loro. E furono le ore più lunghe della sua vita. Riapparve nel primo pomeriggio sotto casa sua, scendendo da una macchina guidata da un uomo che le diede appena il tempo di uscire e chiudere lo sportello prima di ripartire.
Lo stesso uomo che si era premurato di chiedere e segnare quanti figli avesse, che scuola frequentassero, i loro orari, le abitudini famigliari, che lavoro facesse suo marito e chi fosse la sua amante. Certo che ce l’ha, l’aveva rimbeccata l’uomo, indicando i tacchi di lei.
Non che Russo fosse un fine psicologo, ma era stato condizionato a certe cose. Esattamente come le cavie che fanno suonare un campanello quando vogliono cibo. Almeno questo riteneva Maier.
In sostanza Russo riferì: l’auto doveva essere lì già dalla notte del ventiquattro, quando, dopo aver investito una donna, il guidatore – o meglio, chi era stato trovato nell’auto – aveva scelto un posteggio in una strada defilata, in una passabile doppia fila, si era disteso sul sedile posteriore e si era sparato in bocca. Lasciava dure righe in cui confessava un primo omicidio, motivo della fuga con accidentale investimento ed altre due per quest’ultimo.
Ovviamente in ufficio tutti sapevano che il malcapitato era innocente. Non Innocente.
Nemmeno Maier. Anche escludendo l’attuale riproposizione.
Nella versione originale il protagonista, un illustre nessuno, giaceva già sparato sul sedile posteriore, anche allora Innocente guidava e Maier era sul sedile accanto. La donna investita era stata davvero un incidente, dovuto al fatto che per Innocente gli esseri umani che attraversano la strada lo fanno scientemente a proprio rischio e pericolo, ma un incidente. Il primo omicidio era stato perpetrato in modo tale da risultare un capolavoro della gelosia, merito di Pastore, per coprire una storia di alti prelati e ragazzine incinte. Una storia degli anni Novanta o piuttosto uno strascico degli anni Ottanta, quando qualcuno pensava ancora di contare e strafare come nei Sessanta. Purtroppo, in Italia, i decenni finiscono prima o dopo, a seconda delle coordinate geografiche e lo storico della ricchezza dei luoghi così individuati. Il risultato era che mancava una omogeneità tale da determinare le scadenze, nemmeno approssimativamente.
Per dove si trovava, Maier non si sarebbe stupito se gli avessero detto che era ancora il 1931, il 1955 od il 1973 e che non ci fosse più nulla che valesse pena fare o dire. Difatti restò fedele a questo precetto quando Colaspina si presentò sfoggiando un cappotto nuovo, degli occhiali scuri a goccia e sotto il cappotto un completo gessato grigio con cravatta rossa e camicia blu elettrico. Era andato a cambiarsi dato che non era vestito così quella mattina, la prima volta che lo aveva visto.
Oppure aveva fatto acquisti. Accessorio indispensabile, la certezza che l’auto era la stessa che aveva investito Valeria.
Non è così.” disse Maier.
Fa lo stesso.” Colaspina, togliendosi il cappotto e posandolo sulla scrivania di Maier e su di esso gli occhiali. Non era lo stesso per Maier che con un braccio spazzò via la roba di Colaspina.
Quanto sei stronzo!”
Quanto?”
Quanto uno che fa due più due e gli esce sempre dispari.”
Maier sorrise. Brutto effetto su Colaspina che non raccolse le proprie cose, ma le cacciò a pedate fuori dalla stanza ed in corridoio le lasciò gridando qualcosa all’indirizzo di Portincasa. Gli schedari attutivano le parole, come risucchiandole. Maier era convinto che ad aprirli, ne sarebbero uscite urla, bugie mugugnate e lamenti di ogni sorta. Chissà perché, una canzone cominciò a risuonargli in testa, pure attutita, come dietro una porta.
Dopo si ritrovò nel suo appartamento a guardare la televisione. Un attimo di smarrimento... al momento non riusciva a ricordare dove fosse stato fino ad allora, ma il televideo dichiarava le cinque del pomeriggio e doveva essere vero. Ciò nonostante... perché se ne stava su una sedia a fissare lo schermo? La poltrona, poco usata comunque, era alla sua destra. Si era tolto le scarpe, notò. Si era quindi messo comodo. Il telecomando? Non lo vedeva. Il cappotto e tutti gli oggetti nelle sua tasche dovevano essere in camera da letto. Si alzò ed andò in cucina, la sua non era uno sfornito luogo di collocazione di elettrodomestici; frigo e dispensa erano pieni, magari con qualcosa andata a male, ma niente di irrimediabile o nauseabondo. Neppure c’erano piatti sporchi, che detestava. La caffettiera solamente doveva essere svuotata, sciacquata ed eventualmente riutilizzata. Cosa che fece.
Attendendo il caffè, fissò la radiosveglia dal grande display a numeri rossi. Le diciotto, ma considerando che non attendeva mai a quella specie di cerimonia di Stato che erano ora legale e solare, doveva aver ragione il televideo. Per quanto riguardava quell’aggeggio, non aveva mai utilizzato né la funzione di sveglia né quella di radio. Vagamente ricordava di come suo figlio gliene avesse fornito dimostrazione, tempo prima, quando gliel’aveva portata, ma probabilmente Maier non stava seguendo, non stava.. oh, ecco dov’era stato. Da suo figlio. Che aveva detto, che aveva fatto?
Poco male. Niente di significativo di certo. Ma non si era riproposto di non vederlo più?
Papà?” lo sciacquone e la voce lo raggiunsero all’unisono. Se l’era portato dietro? Evidentemente.
Com’era accaduto?
Sto facendo il caffè.” disse
Aspettò di vederlo apparire in cucina, forse faccia ed abbigliamento avrebbero aggiunto altri elementi ai suoi ricordi.
Scusa se non ti ho avvisato. - di cosa? - Mi sono fatto dare le chiavi dalla nonna.”
Dunque una invasione. Non era andato da lui. Posso ancora fidarmi di me stesso? Si chiese Maier. Fino ad un certo punto, si rispose. Possibile che fosse così facile per la sua mente costruire ed accettare ricordi falsi, ma vividi e perfettamente coerenti?
Controlla il caffè.” ed andò in camera da letto. Non era stato dal figlio, che aveva fatto allora?
La situazione però, gli riportò alla mente l’effettiva proprietà di sua madre di quell’appartamento.
La casa a suo nome giaceva abbandonata sia da Valeria che dall’altro abitante beneficiario, avente diritto, titolo, permesso, manleva, garanzia, disgrazia e dannazione. Il cappotto era effettivamente sul letto e costatò la permanenza nell’armadio di altri capi, che quindi non si erano dissolti come corpi eterei, immateriali, effimeri, evanescenti, corruttibili nel senso di decomposti.
Nel dubbio verificò se mai, camicie appese e stirate, contenessero morti invisibili.
Appannaggio, privilegio, rendita. Aveva dove stare, non doveva venire lì.
Tornò in cucina, il tavolo era in piccola parte occupato da due tazzine con dentro caffè e da una zuccheriera.
Hai messo zucchero nel mio?” chiese
No. Lo bevi amaro giusto?” il ragazzo
E tu?”
Pure.”
Perché hai preso la zuccheriera?”
Come se ci potesse trovare dentro la risposta, il ragazzo alzò il coperchio. Vuota. Ovviamente.
Del resto, la vicenda in cui era attualmente coinvolto Maier, poteva così rappresentarsi. Una zuccheriera vuota, al centro del tavolo, a cui nessuno attingerebbe mai e poi mai – se fosse piena e potrebbe esserlo – ma che si sta attenti a non far raggiungere da nessun altro. Nessuno deve aprirla.
Sguardi in cagnesco fra commensali ipotetici. Baffuti? Perché no?
Il contenitore magari, più sullo zincato e meno rotondo e tendente ad allungarsi. Una bara vuota.
Come pensò, a questo punto, dovesse essere la sua mente.
Siediti se vuoi.” disse a suo figlio, che restò in piedi.
Resto per un po'... - l'invasione era diventata una vera e propria occupazione – Hai qualcosa da leggere in casa?”
Maier scosse la testa. Qualcosa da leggere? Come poteva spiegare al ragazzo la pericolosità di qualcosa di simile? Non poteva e non ci provò nemmeno. Ma a livello puramente ipotetico?
Come farei? Si chiese.
Alzò lo sguardo e suo figlio non c'era più, parole dal televisore lo confortarono immediatamente, era andato di là, non aveva semplicemente colto lo spostamento. Lasciò la cucina, passò alle spalle di suo figlio che fissava lo schermo ed andò in camera da letto. Si distese, poi si rialzò e chiuse la porta. A chiave. Ne approfittò per togliere dal cappotto la pistola e dal letto il cappotto che lasciò cadere a terra. Si chiese se fosse possibile, cioè praticabile, quanto riassunto dall'espressione dormire con la pistola sotto il cuscino. Provò. Lo era. Ed era anche inutile. Proprio quando se ne avverte la necessità, vuol dire che ormai è fatta, non ci sarà preavviso e si è destinati alla fine. Poteva anche essere uno sport, immaginava un Colaspina provarsi nell'estrarre il più velocemente possibile, in pieno delirio cinematografico, proprio quello a cui Maier poteva imputare la natura di un individuo simile. Non Portincasa. Gli altri erano più da fucile accanto al comodino, ammesso che avessero capacità intellettive tali da realizzare di non potersela cavare a coltellate.
Più individui da coltello allora.
Ma tornando al problema iniziale... dov'era stato? Ogni considerazione, fino a quel momento, non lo aveva aiutato a ricordare. Si addormentò. Sereno poiché poteva ancora ignorare ciò che ignorava.
Cinque, forse dieci minuti, poi la curiosità prevalse e Maier aprì gli occhi. Strinse i denti perché ciò che stava per fare gli costava molto. Cercò il cellulare.
Dopo un paio di squilli la voce di Colaspina gli rispose:
Che vuoi?”
Avrebbe potuto chiamare Portincasa magari? Avrebbe potuto. Ma gli serviva la realtà che solo la vipera può dipingere in ogni suo tratto, senza evitare le sfumature di veleno.
Dove sei?” chiese Maier
Colaspina grugnì.
A che ora mi hai visto l'ultima volta?”
Mi stai prendendo per il culo?”
Rispondi.”
Ti ho lasciato io sotto casa.”
Siamo sempre stati insieme?”
Con tutto l'amore.”
Che cosa ho fatto oggi pomeriggio?”
Ecco che ne abbiamo perso un altro...” ecco la vipera che prepara i pennelli.
Parla.”
Suo figlio bussò in quel momento. Brutto momento.
Che c'è?” Maier, tenendo il cellulare contro il petto.
Me ne vado a casa... a casa di nonna.”
Va bene.” ma non era finita.
Domani c'è il funerale di mamma... verrai?”
No. - silenzio. Maier tornò al telefono – Comincia...” a Colaspina.
Pochi secondi dopo la porta d'ingresso fu sbattuta.

3 gennaio
Non sbattere la porta.”
Maier richiuse gentilmente.
Sei solo?”
Al momento. Mia moglie ha portato i due maschi in piscina. La piccola è da mia suocera.
Accomodati...”
Salotto. Divano. Divano insidioso. Quella giornata doveva pur finire, ma non gli andava di addormentarsi dichiarando implicitamente di desiderare un cuscino premuto sulla faccia. Poiché, candidamente, la sua scelta sarebbe stata così interpretata.
Preferisci una sedia?”
È così evidente?”
Innocente allargò le braccia come a dire: è per questo che provi affetto per me. In parte era vero, se così si poteva chiamarlo.
Vieni in cucina allora. Faccio un caffè.”
Maier lo seguì abbandonando la dichiarazione della famiglia benestante che ama stare in casa declinata in stereo, schermi piatti, mobili blu, tavolini con il piano a vetri e collezione di film ragionevolmente popolari. Approdò, quindi, nella culla della famiglia che rapporta e cioè fra frigorifero grigio metallizzato con molte spie ed altre manopole esterne, inserito in una chilometrica teoria di forni, lavelli, fornelli a fronte di credenza in verissimo legno, magari ereditata. Al centro, il tavolo della famiglia che condivide. Qui Maier prese posto. In pratica la stessa casa che aveva con Valeria.
Solo che Innocente ci sguazzava.
Grazie per stamattina.” fece Maier.
Di niente.”
Come li hai attirati tutti insieme?”
Non l'ho fatto. Li ho portati uno alla volta.”
Ah... scusami, non dovevo chiedere...”
Innocente armeggiò con la caffettiera, accese il fornello, ce la mise sopra.
Zucchero?” al diniego di Maier sedette anche lui.
Comunque già che ci sei... perché sei venuto, a proposito?”
Già, perché? Non ne aveva idea:
Non ne ho idea. - disse infatti – Insomma... mi stai facendo correre avanti e indietro...”
Ma non c'era Colaspina?”
Mi ha chiamato.”
E perché ci sei andato?”
Altrimenti sarebbe come ammettere che ti lascio fare.”
Non è vero. Non sei tu che mi lasci fare. Ti sei messo a convocare tutte le geriatrie d'Italia.”
Maier annuì.
Prima o poi dovrò pure ammetterlo che sono arrivato a te... con delle prove intendo.”
Allora te ne lascerò qualcuna. Soddisfatto?”
Continuerà per molto?”
Quando devo finire finisco.”
La caffettiera borbottò perdendo acqua dalla ghiera. Innocente puntò le mani sul tavolo, con un qualche sforzo si alzò. Servì il caffè.
Correzione?”
Maier accettò.
Non c'eri al funerale. - Innocente, depositando una bottiglia di cognac davanti a Maier. - Di Valeria dico...”
Bevendo Maier considerò come sarebbe stato appropriato che il caffè corretto gli fosse andato per traverso, magari tornando su per finirgli sui vestiti. Invece deglutì senza difficoltà, era ottimo.
Soprattutto il cognac, di cui si servì di nuovo. Che marca?
Perché tu ci sei andato?” chiese studiando la bottiglia.
Ma tu non guardi la televisione, giornali, niente?”
Non escludo possa esser capitato recentemente.”
Innocente versò anche per sé, ma prima bevve il caffè, normale.
Ti ho detto che la tua testa gira troppo... comunque è stata una manifestazione di popolo. Ci sono andato io come anche mezza città... sai le vittime della strada...”
Capisco, ma no, non c'ero.”
Qualcosa la puoi chiedere se vuoi...”
Maier continuava a studiare la bottiglia, rigirandola per leggere anche la più piccola scritta.
Alvaro...”
Ho sentito.”
Allora?”
Innocente si era predisposto in attesa, il suo sguardo fu però attirato sopra la testa di Maier che non poté fare a meno di guardare anche lui. Una macchia di umidità minacciava di espandersi dall'angolo in alto del muro. Bisognava però ammettere che erano belle, Maier spesso le fissava come ci fosse un significato nascosto e non fosse solo nero, ma buio che prima o poi si affaccia. Fu la stessa cosa che lo aiutò a ricordare quel giorno, disteso sul letto, con Colaspina in impasse di bestemmie all'indirizzo della madre di Maier, a qualsiasi specie appartenesse. Poi aveva detto:
Tornaci tu a respirare la muffa...” e Maier aveva ricordato.
Colaspina era uscito in corridoio scalciando i propri stracci, cercava lo sfogo, magari su Portincasa che al contrario degli altri dava la soddisfazione di ribattere. Ne sentì in effetti la voce, ma quieta, quasi bisbigliata. Poi niente. Colaspina rientrò nella stanza di Maier scuotendo a manate la polvere dal cappotto.
Vieni a farti due risate.” semplicemente, Maier non perse tempo nella fastidiosa avventura di stragli dietro. A piedi. Fecero meno di un paio di isolati e si fermarono davanti ad un'altra palazzina, Maier si confermò l'esistenza della periferia seriale, ma già sapeva non solo per la singolare e continua familiarità. Una targa di ottone all'ingresso senza scritte, la vera insegna era la macchia di umidità sulla facciata, una spirale quasi perfetta, i ricordi di una galassia che sta riaffiorando nello spazio che ha diritto di rivendicare, uno stendardo che incuteva timore più efficacemente di qualsiasi spauracchio, di qualsiasi collazione di teste e corpi martoriati.
Stavolta ci è arrivata una cartolina... - disse Colaspina – Avanti, la strada la sai.” il senso di rivalsa nella voce di Colaspina urtò Maier. Dopo. Ci sarebbe stato il momento... probabilmente.
Androne e due ascensori, ma non c'era corrente e quindi salirono a piedi. Gli schedari che facevano capolino da ogni dove non lasciavano dubbi sul soggetto della rappresentazione. Colaspina, ora dietro Maier, gustava l'attesa di arrivare a destinazione.
Ti ricordi la storia dell'avvocato?” disse al piano superiore, corridoio stretto fra gli schedari, tutte le stanze chiuse fuorché una. Maier la riconobbe ovviamente. Colaspina non poté fare a meno di sottolineare:
È il tuo ufficio.”
Vero, ma ai tempi dell'avvocato era quello di Sua Eccellenza. L'avvocato era stato un episodio presto dimenticato, uno che attaccandosi all'astro in ascesa di Michele, era diventato familiare dell'ufficio, lo frequentava come il bar e con la stessa leggerezza andava a braccetto con Sua Eccellenza,
seguendolo anche in molti di quei palazzi che gli stavano definitivamente riservando un posto.
Ma uno appunto, uno solo. E l'avvocato, pur portando in eredità un carico di briscola, era troppo dozzinale per certi luoghi. Almeno a parere di Innocente che di pareri propri ne aveva pochi, ma sempre azzeccati. Come azzeccato il modo in cui si risolse la scomparsa dell'avvocato che, inizialmente, offriva la problematica consistenza di una ottantina di chili ex semoventi difficili da trasportare. Che parte avesse Michele in tutto questo, Maier non aveva mai saputo, anche se secondo lui ci entrava poco o niente. Non aveva avuto vantaggi, se non estetici, dalla morte dell'avvocato – ma non badava a cose del genere – ed in fondo era così che San Giuliano era salito al trono.
Come stavano le cose ora, non lo avrebbe mai scoperto.
L'avvocato era stato abbattuto nell'ufficio di Michele, comunicando così qualcosa sul genere eravate amici, sbrigatela tu con la salma. Lo stesso messaggio, in qualche modo rispettoso, destinato a Maier sotto forma di Michele nel vano tentativo di raggiungere la scrivania per rialzarsi o chissà che. Probabilmente era morto dissanguato prima ancora che il suo ultimo pensiero venisse formulato.
Potevi dirmelo e risparmiarmi di venirci.” disse Maier a Colaspina che di certo non poteva condividere con quell'individuo l'affascinante mistero di un pensiero che per qualche istante animi la massa inerte.
Se ne era quindi andato e solo uscendo aveva notato il cantiere fermo di fronte alla palazzina ed il pezzo di terra rossa, non nella stessa posizione degli originali, ma passibili, credibili. Una carriola rovesciata, senza ruota. Maier doveva verificare, per correttezza anche lui.
Che fai?” Colaspina si era quindi affrettato a raggiungerlo. Fatti suoi.
Maier rovesciò la carriola. C'era qualcuno sotto? Certo e farcelo stare doveva essere costato fatica. Il segretario di San Giuliano... curioso... sperò che giungesse un tempo in cui Innocente avrebbe potuto spiegargli questo evento.
Torni qui?” Maier era nella cucina di Innocente, aveva trovato la domanda.
Ho trovato la domanda.”
Buon per te.”
Il segretario di San Giuliano... c'entrava con Michele o...”
Nel senso della faccenda di cui mi ha chiesto di occuparmi. Ma per coincidenza e non mi devi niente. Sarebbe successo comunque.”
E il resto?”
Riguardo chi?”
Me.”
Non ti interessa. Mi sbaglio? Non mi rispondere perché è così.”
Devo spararti?”
Ne senti il bisogno?”
Non al momento.”
Sapevo che non potevi essere così volgare.” Innocente fece un cenno verso la finestra che dava sul balcone. Era sempre stata lì? Per forza... da dove altro poteva provenire la luce? Maier scoprì che davvero si era creduto in un limbo di luce diffusa da altezze misteriose, ma sotterranee.
Non sei stato attento, si disse e guardò fuori, ma era Colaspina sul balcone di fronte? Il tiro al piccione? A questo punto?
Come bersaglio lo tento più io.” disse Maier avvicinandosi ai vetri e cercando qualcosa, se non di marziale, almeno vagamente minaccioso in Colaspina con un fucile. Una comparsata di un vecchio attore che non può campare di rendita e cerca di racimolare qualche spicciolo. Patetico, noioso... e se devi fare qualcosa falla e basta. Pensò Maier.
Invece lo osservò desistere, riporre l'arma, rientrare.
Scusalo. - a Innocente – Mi vergogno io per lui.”
Non preoccuparti. Ma abbassa la tapparella per favore.”
La pistola che in quel momento Innocente gli puntava contro, era a titolo puramente indicativo.
Maier la ignorò e si strinsero le mani sulla soglia, mentre ancora veniva tenuto sotto tiro.
Salutamelo. Fai gli auguri di buon anno a tutti, se ti capita.”
Non mancherò... ciao.”
Ciao Alvaro, stammi bene.”
Maier aspettò che richiudesse la porta, un passo di lato prima di voltarsi.
L'ascensore libero al piano.
Forza!” sbuffò bussando, Pastore aprì le porte, la luce illuminò la cabina, il suo bomber nero, i suoi jeans finto povero, le sue scarpe da ginnastica con monogramma ad indicare qualcosa che Maier non conosceva e l'accessorio dalla plausibile forma di coltello o pugnale o spadino o come altro lo si volesse chiamare.
Addirittura...” stavolta sbadigliando, requisì l'arnese e lo usò per premere il pulsante. Oggi era il turno del buco nello stomaco. O più buchi. Lo restituì a Pastore:
Per oggi non ti voglio vedere più” e prima di guadagnare l'uscita dal palazzo dovette sorbirsi la scena di Colaspina che parlottava con il portiere.
Qualsiasi cosa le abbia detto... - disse Maier al portiere piantandosi fra i due - ...lasci perdere perché il signore qui, è un coglione.”
E poi a Colaspina:
Muoviti che abbiamo da fare.”
Abbastanza passivo, Colaspina si ritrovò nell'auto di Portincasa a fare da autista a Maier.
Pastore, come da istruzioni, si era allontanato non visto con quella con cui erano arrivati.
A vista. Colaspina era molto risentito, pronto a fare ostruzionismo, ma Maier non gli dedicò una parola. Fu Colaspina a cedere:
Quei quattro che hai riesumato per la storia del meccanico... si sono messi in testa che eravamo stati noi, che per qualche ragione volevamo spaventarli... ognuno poi, ha sempre qualcosa con cui fare collegamenti... il cazzo è che hanno sempre senso... ma se tu....insomma ci ho mandato Russo e De Vittorio, tanto la vecchiaia è.... ma si può sapere dove stiamo andando?!”
Richiamali. E chiama pure Portincasa...”
Cos'è, ti manca?”
Non rompere le palle e telefona.”
Per dire cosa.”
Piazzalo qua sotto. Innocente non deve uscire di casa.”
E telefoniamo...”
Gli altri... dagli appuntamento da qualche parte.”
Deve essere per forza in Italia questa qualche parte o posso scegliere?”
Non cazzeggiare.”
Perché tu che stai facendo? Di questa cosa di Innocente prima o poi dovremo parlare...”
No. Fai ciò che detto.”
Trovarono Russo e De Vittorio ad una stazione di servizio chiusa e con solo un ragazzo nero che si dondolava su una sedia in bilico sulle gambe posteriori, accanto alla pompa self -service.
E che aveva visto arrivare i primi due, scendere, aspettare gli altri due arrivati dopo, parlare.
Da dov'era colse solo qualche bestemmia. Poi ripartirono tutti. In direzioni diverse.
La seconda auto gli passò davanti, del guidatore notò solo gli occhiali da sole. Dell'altro, che si voltò verso di lui, che gli mancava un orecchio. La faccia triste.
Colaspina si immise sulla strada costringendo tutte le altre auto ad inchiodare.
Dopo ciò che ha detto, ti sarai reso finalmente conto che Innocente è completamente partito. - ora, Colaspina che cercava di razionalizzare, Maier lo trovava decisamente grottesco – Nel delirio...”
Mentre l'altro agitava la mano intendendo formare in aria l'immagine del delirio ed il concetto dello stesso, Maier ripeteva a se stesso che delirio un cazzo, Innocente approfittava della situazione per soddisfare le sue manie, ma per il resto era pienamente consapevole di ciò che faceva. L'equivalente di un impiegato che, mentre affronta una pratica, alza il telefono ed ordina un tramezzino.
Sperò che Russo e De Vittorio arrivassero in tempo. Portincasa gli serviva dov'era. Colaspina faceva numero. Sua moglie, aveva detto Innocente, aveva portato in piscina i due maschi. La piccola era dalla suocera. Detto da uno che aveva ammazzato tutta la sua famiglia con un colpo alla nuca, dopo averla sedata, legata e poi fatta rinvenire; riferito ad un altro come Maier la cosa prendeva tutto un suo senso. Ossia non provare a fermarmi, ti è già andata bene la prima volta. Aveva ragione.
Istintivamente si toccò l'orecchio che non aveva, era anche lui su quel pavimento quel giorno ed
Innocente aveva fatto in modo che se lo ricordasse per sempre. O meglio, almeno per tutta la vita.

27 dicembre dell'anno prima
Che dovevano fare? Come si dovevano regolare? Tali domande, d'un tratto al plurale, affliggevano Colaspina che si era attaccato al telefono al solo scopo di non ottenere risposte, farselo chiudere in faccia. Da Maier compreso quando, dopo la rinfrescata di memoria, era tornato all'assalto in ufficio.
In sintesi la difficoltà di Colaspina: finché c'era Michele, per Colaspina era facile alzare la testa e sbirciare cosa succedeva ai piani superiori od almeno credere di farlo. Michele che da parte sua, considerò Maier prima che il cadavere tornasse vapore nella memoria, era un grande allevatore di individui petulanti che niente o quasi lo irritavano. Non così invulnerabile, Maier era brutalmente divenuto il filtro fra Colaspina ed il resto della gerarchia. Esisteva una cosa simile? Colaspina nel panico. Chi dovevano avvisare? Non c'era una commissione, un ministro, un generale o...
Non so... - Colaspina – Devi andare a Roma?”
Ma che Roma... vado di là. Non venirmi a scocciare.”
Incredibilmente accadde. Dopo un tempo ragionevole di attesa, Maier era ancora solo.
Anche se il pezzo di mondo in cui a tutti loro era permesso di pascolare appariva sconvolto, la morte di Michele non era una tragedia. Maier riusciva a figurarsi Colaspina mentre faceva scongiuri, metteva mano agli amuleti, ricorreva al soprannaturale. Portincasa e gli altri si disperdevano, cercavano rifugi profondi. Lui invece, semplicemente, si sarebbe appellato alla burocrazia.
Compilando una scheda o non compilandola, non era importante. Telefonando, in buona sostanza, facendo notare che tal dei tali era morto.
Che gliene mandassero un altro.
Entrò in contatto con un ufficio per cui matricidi, dati anagrafici e numeri al lotto erano la stessa cosa. Fu messo in attesa ed in seguito informato, con buona pace di Colaspina, che il generale tizio e caio era in ferie. Chiamarlo comunque? E dove? Abiterà pur da qualche parte, no?
È un grande segreto... già il segreto.... ma in confidenza... Maier non sapeva se stesse parlando con un militare, un ragioniere od un idraulico con doppio lavoro... in confidenza non credo verrà sostituito, si sentì dire. E perché no? L'altro balbettò qualcosa che Maier non stette a sentire, non era comunque la verità. Almeno si poteva concludere con certezza che la brutta fine di Michele era premeditata e preventivata. Chissà che aveva combinato, come troppo sicuro di sé avesse fatto troppo o troppo poco... ma Maier decise definitivamente di chiudere il capitolo, nella tomba di Sua Eccellenza, dovunque fosse, c'era abbastanza spazio per queste ed altre cose. O persone.
Però... - sentì. Aveva ancora il telefono alzato? Evidentemente. - ...deve presentarsi lei.”
Maier non prese nota dell'ora di quella stessa giornata né del luogo dove era atteso. Tanto meno disse nulla a Colaspina che seguì perplesso la sua uscita. Che trepidasse, scalpitasse, si impiccasse con la cravatta, quel che gli pareva. Non a Roma dunque, ma sempre in città ed una volta tanto non presso un sottopasso di strada provinciale, non in una camera di sicurezza opportunamente incustodita, un appartamento anonimo, uno studio di commercialista. Maier parcheggiò in centro e questa volta presentò documento valido ad un piantone che lo lasciò passare dopo aver registrato il suo nome. Un secondo poliziotto gli indicò un porticato che costeggiava il cortile. Incrociò carabinieri, altri poliziotti, uomini con il maglione sulle spalle annodato sul petto al di sopra di uno smanicato imbottito. Il freddo c'era, ma si sentivano sufficientemente bardati. Capelli corti brizzolati, occhiali da sole, labbra serrate. Facce di cazzo... perché poi i mezzi pesi della Digos fossero tutti così, nonostante la sua esperienza, per Maier rimaneva un mistero.
Ma non era di loro che doveva curarsi al momento.
All'interno dell'edificio gli fu facile orientarsi, meno facile procedere senza urtare qualcuno o dire buongiorno o cedere il passo o ringraziare in caso contrario. I corridoi erano molto popolati e tali manifestazioni di urbanità avvenivano specialmente nelle strettoie fra schedari e carrelli sopraffatti dai faldoni. Maier si chiese se non stesse eccedendo, che vedere esseri umani a distanza ravvicinata, vivi e sentirne voci, non gli rischiasse di stordirlo.
Non ebbe più occasione di approfondire. Salì una scala, attraversò un corridoio più grande e libero, individuò la porta e senza bussare abbassò la maniglia per entrare nell'ufficio del prefetto al cui interno, dietro la scrivania del prefetto e sulla sedia del prefetto, c'era una persona che il prefetto non era e che probabilmente l'aveva mandato a trotterellare libero qui e lì, in ricreazione a controllare i buchi in testa agli sventurati di turno, le costole incrinate, a spuntare la contabilità delle vertebre.
Maier si chiese se non potesse andarci anche lui. Sempre meglio dei giardini, a giocare a briscola.
Maier si sfotteva da solo.
La stanza era quadrata, quasi in penombra, sufficientemente grande da contenere ai lati della scrivania, scaffali per tutta la parete destra ed un tavolino con due poltrone basse e due sedie, sulla sinistra.
Maier?” gli fu chiesto. Lui annuì. La domanda era partita da uno che aveva la metà dei suoi anni mentre Maier si aspettava un sessantenne dalla pelle tirata od un vecchiaccio ex – ex – ex- filo – filo – filo fascista – filo democristiano – filo – filo – filo socialista – filo democristiano oppure un qualche tipo di sbirro masticato, in parte digerito ed all'occorrenza rigurgitato da uno dei due tipi precedenti. No, sono rimasto indietro, si disse, devono essere morti tutti o quasi tutti.
Che cosa ha preso il loro posto?
Niente di buono:
Allora... - capello liscio, erre moscia, colletto rigido, sguardo ruvido - ...ho visto ciò che la riguarda... - negli intestini di Michele - ...quindi non ha che da occuparsi... lei con gli altri... non avete che da occuparvi di questo Innocente...”
Forse nemmeno di quello.” Maier
Infatti. Ho saputo. - ma che cosa? - Quindi Maier, se lei prende in gestione la cosa ad interim… più in là vedremo...”
Di mandarci in pensione?”
Di ricollocarvi. L'onorevole San Giuliano ha... insomma... segnalato il grande impegno... ma la situazione ora è tale da non richiedere...”
La nostra presenza.”
La presenza continua. Ma non si vuole accomodare?”
Maier andò a prendere una delle sedie accanto al tavolino, vecchio per vecchio la trascinò fino alla scrivania, si lasciò andare. Comoda.
Quindi?” Maier
Quindi ho qui... - uno squillo di cellulare lo interruppe, lo cercò nella tasca interna della giacca, lo prese, spinse un tasto, lo rimise dov'era – Mi scusi. Dicevo ho qui...” la frase fu di nuovo lasciata a metà, sotto gli occhi di Maier il tizio letteralmente rimbalzò dalla sedia alle due poltrone basse, su una c'era una borsa, la aprì, tornò indietro con una busta chiusa. Stavolta rientrò lentamente dietro la scrivania e solo dopo essersi seduto porse la busta a Maier.
Prego.”
Maier fece per mettersela in tasca.
Legga pure.”
Maier la aprì fissando il tizio dritto negli occhi, la cosa non lo metteva a disagio. Squillò di nuovo il cellulare, lui ripeté l'operazione di prima, sempre guardando Maier. Sorrise.
Maier passò a leggere la decina di fogli contenuti nella busta. Non ci mise molto.
Può tenerla. - non aveva intenzione di restituirla – C'è risposta?”
No.”
Benissimo. Abbiamo finito.” e come si fosse spento, quello tornò a fissare Maier anzi no, a fissare e basta. Per lui se ne era già andato, sparito.
Maier era dello stesso parere.

28 dicembre dell'anno prima
E continuò ad esserlo per tutto il resto della giornata, della notte e la mattina seguente. Tempo in cui fu irreperibile, supponendo che Colaspina lo stesse cercando leccandosi le labbra, immaginandolo protagonista di una nuova idea di Innocente. Lo deluse telefonandogli verso le undici e dandogli appuntamento alla stazione centrale.
“Portati qualcuno dietro.” gli disse.
La scelta di Colaspina era caduta su De Vittorio, prevedibile data la perenne espressione sbattuta di chi è stato appena evacuato da un qualche mezzo di trasporto. La gita organizzata da Maier li vide poco dopo su un treno, un interregionale mediamente affollato che non era chiaro fosse appena arrivato o stesse per ripartire. Dato che Maier non forniva informazioni, gli altri non ne chiedevano, solo Colaspina sembrava come al solito pronto alla lamentela, quando il treno si mosse e con esso Maier, guastando la preparazione al raglio di Colaspina che Maier riteneva avvenisse anche grazie ad una sacca o vescicola con cui quell'individuo unisse al vocalizio, il gorgoglio di bile.
Il treno era uno di quelli senza scompartimenti, solo lunghe file di sedili ed i tre presero posto il più vicino possibile. Passarono forse dieci minuti ed il treno si fermò in mezzo al nulla, dal finestrino Maier scorgeva edifici in lontananza, un quartiere che dava la schiena e che non aveva nessuna
voglia di essere raggiunto. Un altro treno sfrecciò alla loro destra, qui Maier si alzò certamente per cambiare vagone attraverso il passaggio interno. Il treno si mosse, gli altri seguirono Maier cercando di mantenere l'equilibrio mentre il treno prendeva velocità sobbalzando. Attraversarono un paio di vagoni, poi Maier si fermò sbirciando attraverso il vetro di una delle porte di comunicazione.
Gli altri si affacciarono pure loro, ma nessuno attirò la loro attenzione. Poco male per Maier a cui servivano, più che altro, come deterrente. Maier in tasca aveva un tronchesino, lo estrasse nell'assoluta indifferenza degli altri due, tagliò il cavo metallico che impediva l'uso del freno di emergenza e poi lo tirò giù.
Il treno cominciò a rallentare. Trenta secondi dopo si manifestò il capotreno, mentre erano ormai quasi fermi. De Vittorio lo colpì allo stomaco, Colaspina lo afferrò per i capelli per saggiare con la faccia di questi la resistenza delle pareti del treno. Maier concluse con un colpo del tronchesino sulla nuca. Erano stati veloci, nessun rumore, molto probabilmente l'uomo era vivo.
Maier varcò la porta: ragazze con trolley, una famiglia, una coppia giovane, una anziana, altra famiglia, due uomini seduti semplicemente vicini. Tutti sembravano disorientati dalla sosta ulteriore, guardavano fuori dai finestrini. Maier trovò posto accanto ai due uomini.
Uno a sinistra ed uno di fronte.
“Signor giudice perché viaggia così, in treno, da solo?” chiese senza guardarlo a quello di sinistra, offrendogli lo spettacolo del suo orecchio.
“Ci sento benissimo.” specificò
“Non dovrei?” la risposta, piccata. Maier avvertì nella sua voce l'indignazione del probo, l'indefessa - e da fessi – forza del dovere, la dignità e le ferma – nonché lievemente fascista – volontà, che gridavano dall'alta vetta sui cui brucavano i servitori dello Stato. Quell'altro tipo di servitori.
“Eviti.” Maier.
E poi:
“Quelle voci che ha raccolto su San Giuliano... tutto vero... Ma è quell'altra faccenda ad essere più interessante no? Scavi, scavi pure e troverà i fatti. Non la fermerà nessuno.”
Chi mi dovrebbe fermare?” gli onesti, pensò Maier, sono poco flessibili in quanto onesti appunto. Indipendentemente dalla gentaglia da cui vengono e in aggiunta monotoni, sterili.
A suo modo, invece, Maier stava vivendo un momento creativo, una esplosione creativa.
Esattamente come quella che scosse il treno, facendo tremare i sedili, disegnando lunghe crepe sui finestrini, fischiare le orecchie con il risultato che tutto il mondo bisbigliava lontano.
Tutti quindi gridavano più forte.
“Quella era per lei.” gridò Maier, afferrando il giudice per il bavero. Loro due erano gli unici immobili nel panico che era seguito.
Forse il giudice non aveva sentito, ma aveva afferrato il messaggio.
Colaspina e De Vittorio avevano fatto defluire la piccola folla dal vagone come si fa con le pecore che non vogliono rientrare nell'ovile, il capotreno era stato calpestato un bel po', ma alla fine Maier ed il giudice erano soli.
“Ed ora?” chiese Colaspina.
“Aspettiamo.”
Arrivarono i soccorsi. Nei vagoni più pieni, la gente aveva dato il meglio di sé. In ogni senso e grado. Maier non era un cinico, no davvero. Pronto anche il passaggio per lui e per il nuovo amico. Sempre la macchina di Portincasa. Pastore alla guida. Russo dietro.
Seguiva Portincasa con l'auto di Maier.
Ora questi signori porteranno anche lei - caricò il anche lei - da sua figlia. E lì che stava andando no?” stretto fra De Vittorio e Russo, il giudice avrebbe voluto chiedere molte cose.
Maier solo una.
“Ci ha visto bene in faccia?”
Deludendo Maier, il giudice scosse la testa, non aveva visto nessuno.
“E invece sì. - Maier – E cerchi di ricordarselo. Vai!” a Pastore, chiudendo lo sportello.
Restarono Maier e Colaspina, Portincasa non era sceso, il motore acceso.
Sullo sfondo un concerto di vigili del fuoco, lampeggianti, sbirraglia, gente intontita.
“Ma davvero abbiamo sventato un attentato? Noi?” Colaspina, incredulo, ma disposto ad ammettere che c'era una prima volta per tutto.
“Una volta tanto...”
“E chi ce l'ha messa la bomba?” sul tono: almeno fammela godere questa novità.
“Io. - Maier, tornando alla realtà – Ce l'ho messa io.”
“E perché?”
Maier passò a Colaspina un rettangolo di carta spiegazzato, che poi era il contenuto della busta, come aveva trovato posto nelle sue tasche.
“Ah...” Colaspina poco dopo.
Prese posto davanti, Maier dietro. Colaspina aveva ancora le carte fra le mani. Ci si sventagliava.
“Che sono?” chiese Portincasa
“E che devono essere... puttanate... andiamo dai!”

3 gennaio
Maier non riusciva a comprendere – non che volesse farlo – la necessità di Innocente di mescolare la propria vita con il lavoro. Maier stesso, nonostante tutte le... poteva dire eversioni? Poteva, chi glielo impediva? Maier nonostante le eversioni che aveva approntato e richiesto per la propria, l'aveva conservata come possibilità, c'era una profondità – sondabile beninteso – in cui riposava la possibilità della sua vita come non era stata. Era un trofeo che prima o poi avrebbe potuto esibire a se stesso e nell'imbarazzante caso dell'esistenza di Dio, di fronte a costui, come a dire vedi, a questo non avevi pensato. Ho deliberatamente occultato qualcosa ad un giudizio che dovrebbe essere certo. Maier sarebbe stato assolto ed assunto fra le anime beate per insufficienza di prove.
Colaspina invece, nell'eventualità dell'oltretomba, doveva esserci un posto a parte per tenerlo e così non angosciare l'eternità di chi non avrebbe nemmeno più la forma necessaria a disprezzarlo.
Al momento mugugnava qualcosa di cui Maier coglieva solo il riferimento ad Innocente ed a sé come ispiratore – non era così, ma che ci sarebbe stato di male – delle vicende degli ultimi giorni.
Dell'ultimo anno. Dell'ultimo secolo.
L'ultimo dell'anno, per circoscrivere la cosa, Maier era stato costretto ad ammette a Portincasa – con la raccomandazione di riferirlo a Colaspina – che aveva effettivamente chiesto ad Innocente di sbrigare la commissione affidatagli da San Giuliano. Era tutto. Il vecchio porcone però, non c'era stato modo di capire come l'avesse presa. Ma qualsiasi cosa avesse fatto quel povero Cristo, perché ammazzarlo? Sarebbe stato più igienico rovinarlo piuttosto, aveva detto Colaspina, ma non era una frase sua, non poteva. C'era quindi stato un colloquio con San Giuliano a cui Maier non era stato invitato. Non gli interessava. Michele era morto.
Se l'onorevole aveva qualcosa da rimbrottare o da chiedere, era da Maier che doveva andare.
Anzitutto per capire chi e perché stesse cercando di toglierlo di mezzo e nella maniera igienica da lui stesso consigliata e sapendo benissimo di poter andare a segno. Era una disgrazia personale quella dell'onorevole, qualcosa che non poteva controllare. Da qui Innocente, disgrazia di Maier che se non si sforzava lui di controllare, non vedeva il motivo per cui dovessero farlo altri.
Mentre guidava, Colaspina sterzava bruscamente cercando di evitare i resti di qualche batteria di fuochi d'artificio di pochi giorni prima e ancora ne sparavano, Maier poteva capire la fase di rifiuto che il cittadino mediocre attraversava. Se gli fosse stata garantita l'immediata rigenerazione all'alba del primo gennaio, ogni bravo padre di famiglia ed anche i meno bravi, si sarebbe fatto saltare in aria senza pensarci due volte. Dovrebbe essere garantito per legge un modo di disintegrare il proprio essere, opprimente, lento, petulante, senza poter rinunciare alla vita. Garantendo che non c'è nessun oltre cui votarsi, che si possa superare lo stato dell'inetto che va in guerra solo per poi scoprire che nella morte degli altri non c'è lo stesso gusto che nella propria. Maier poteva consolarsi nell'aver raggiunto un risultato parziale.
L'ultimo dell'anno c'era stato il botto più grande di tutti. Ed una parte di Maier che da tempo pendeva secca e coriacea era finalmente saltata via. Il giorno dopo il suo finto salvataggio del giudice, era andato in ufficio convinto che tutto sarebbe andato finalmente al suo posto, non necessariamente quello a lui favorevole e che semplicemente, Innocente, bastava ignorarlo. Era la strategia migliore. Non sarebbe andato oltre la semplice costatazione e la pura presenza fisica, ora che non c'era più Michele a pretendere od a fingere di pretendere. Fu contattato da sua madre, richiamato al suo dovere di padre, ci fu anche un tentativo di farlo parlare con il ragazzo, cosa che si rifiutò di fare.
Colaspina si era manifestato in un completo bianco che a suo dire doveva indossare almeno una volta perché gli stesse perfettamente al veglione dell'ultimo dell'anno. La gente come Colaspina ci va, perfettamente in grado di coniugare l'essere ciò che è, con la sussistenza popolare. Maier ci aveva provato, una volta, poco dopo sposato e l'unica attrattiva di quella occasione collettiva, gliela offrì suo cognata che aveva ubriacato il marito, appioppato l'inseguimento di nipoti alla moglie di Maier e l'aveva raggiunto in bagno, dal pavimento sporco di piscio e costellato di orme nere. Siccome la cosa poteva ripetersi anche in luoghi non maleodoranti, Maier non partecipò più a feste o simili manifestazioni di giubilo, maldestre coperture dell'assoluta irrealtà dello stesso. Trovarsi sempre davanti questioni di fede, pure lo aveva stancato.
Sua madre continuò comunque a telefonare e Maier alla fine cedette, più che altro perché già scorgeva la morbosa quanto inconsapevole tendenza della vecchia a sostituirsi alla ex moglie, ex viva. Forse non ex donna, se si sentiva il desiderio di occupare al più presto posizioni libere.
Per non farle trovare diletto nel rifiuto, Maier promise che quella sera ci sarebbe stato.
Anche per tuo figlio, lei. Anche per mio figlio, Maier. Sono proprio questi i momenti in cui bisogna riunirsi, sempre lei. Sono proprio questi i momenti in cui bisogna riunirsi, di nuovo Maier.
Lunghi anni avevano permesso a Maier di essere accondiscendente, ma ammantando la cosa di una sfumatura quasi religiosa, una pseudo rivelazione, una piccola illuminazione. Il cui combustibile erano ovviamente frammenti di buone intenzioni e corpi umani. Tuttavia si sentì come sconfitto, subito dopo, le elucubrazioni modaiole di Colaspina si sarebbero ripetute, lui estasiato dalla sua convinzione che nulla era cambiato, che il mondo non sarebbe finito. Gli altri, che arrivarono in ordine sparso le avrebbero subite e magari persino apprezzate. Gli dispiaceva per Portincasa in cui una certa tendenza gregaria lo spingeva a fraternizzare. Di conseguenza obbligava Maier a tenerne conto circa i propri atteggiamenti nei suoi riguardi. Si sarebbe trascinata così? Si domandò e si convinse in senso positivo. La perenne rivoluzione di vari tipi di menzogne gli suggerì che alla fin fine aveva bene una scadenza da rispettare. Poteva accontentarsi e finire così quel giorno.
In macchina, nel presente attuale, mentre Portincasa lo avvertiva che Innocente non accennava ad allontanarsi da casa, considerò che insolita sensazione di pace aveva provato quel giorno.
Se ne era stato buono in casa una volta tanto, un dolore al ginocchio destro a ricordargli che il tempo continuava a passare, se non altro ne beneficiava a livello di salute mentale. Di informazioni sulla propria salute mentale che esaminerò al più presto, non si preoccupi, aveva detto – mentendo - a se stesso. Ma probabilmente, quell'aria di sufficienza che si era riservato, mascherata da modi educati, era dovuta al pessimo stato con cui gli capitò di passare davanti ad uno specchio. Da quanto non si cambiava, lavava, radeva? Non poteva dirlo esattamente, ma aveva fango sui pantaloni, barba lunga, capelli unti. Doveva essere stato una delizia per Colaspina. Si piegò alla necessità di una doccia e di sbarbarsi. Quel che ne ottenne lo rese più disponibile nei propri confronti.
“Meglio. - si disse con voce rassicurante – Adesso chieda pure. Vediamo cosa posso fare per lei...” ma il momento era passato, come le parole, che erano scappate da qualche altra parte dove sentirsi più apprezzate. Mi sto nascondendo qualcosa. Concluse Maier.
Mettiamola così: potresti non trovarmi per quando sarai pronto.
Il suono si ripeté una, due, tre volte. Le due più brevi, la terza più prolungata. Convenzionalmente doveva trattarsi del citofono. Sempre secondo l'uso comune, Maier lo localizzò accanto alla porta d'ingresso. In base a comportamenti generalmente accettati Maier sollevò una cornetta che offriva familiarità con quella del telefono, permettendo così un utilizzo intuitivo della stessa ed infine per imitazione di altri individui adulti della propria specie, Maier chiese:
“Chi è?” la prima volta che lo sentiva suonare e la prima volta che lo utilizzava per comunicare tramite una formula rituale.
“Sono io. - gli fu risposto – A che piano?”
Maier riconobbe la cognata e fornì l'informazione richiesta. Non si preoccupò di essere ancora nudo. Lei non era di certo accompagnata. Infatti. Ed a sua volta non era interessata sulla presenza od eventuale altra collocazione degli abiti di Maier.
Non si dissero nulla. Maier si sedette in poltrona e le offrì la propria erezione. Lei si inginocchiò senza nemmeno togliersi la borsa che aveva a tracolla. Scostò la bocca dopo qualche minuto, il cellulare nella sua borsa suonò. Lei lo afferrò e rispose mettendoselo fra spalla e orecchio.
“Ho accompagnato i ragazzi in piscina. - disse mentre masturbava Maier con una mano e con un dito dell'altra gli stimolava l'ano. - La piccola è da mamma. Mia madre. Ci vediamo a casa. Ciao.”
Doveva con tutta probabilità essere il fratello di Maier. Lei lo confermò prima di avere di nuovo la bocca occupata. Maier non vedeva in questa precisazione nulla di inerente al suo bisogno fisico, le implicazioni morali era già scappate via da tempo lasciando posto al polpettone sentimentale, all'adulterio, all'introspezione delle corna, risorsa di scrittori incapaci e anemici.
Lei se ne andò dopo un poco senza che Maier avesse fatto nulla in quel senso come nemmeno per il contrario. Ciò che invece aveva lavorato affinché lui facesse qualcosa, ottenne il risultato voluto.
Ebbe una intera notte e poi una mezza giornata e ripensandoci in seguito, dalla mancanza di avvenimenti, Maier poté affermare con certezza di non essere fra quegli individui che ammettono di possedere facoltà di premonizione. Una fortuna poiché, avendole possedute, la sua posizione gli sarebbe risultata scomoda. Comunque, quel giorno, con la semplice conoscenza ed accettazione di impegni contratti in precedenza, Maier poteva e doveva limitarsi a prevedere quanto tempo gli sarebbe occorso per essere puntuale. Doveva andare a casa di sua madre. Era pronto. Tutti sarebbero stati lì già dal primo pomeriggio, Maier non aveva ceduto per prima delle nove di sera. Non dopo, ovviamente. Fin qui la sua parte che non trascurò lungo la strada, quando fu superato da un mezzo dei pompieri e subito dopo da due ambulanze. Continuò deciso, fino a quando trovò la strada definitivamente bloccata, alle sue spalle le altre auto gli impedivano di tornare indietro e non si mossero per almeno venti minuti. Il vantaggio di Maier era sfumato del tutto, ma era ancora fortemente convinto ad arrivare a destinazione. Provò a telefonare, ma tutti i cellulari della parentela, compreso quello di suo figlio ed il telefono di casa di sua madre, erano irraggiungibili od occupati. Pensò di allontanarsi a piedi, la macchina sarebbe stata probabilmente rimossa, l'avrebbe fatta riportare indietro.
Quel che fosse. Scese e raggiunse il marciapiede passando fra le auto che avevano pensato bene di addossarsi una all'altra. Gente gesticolava più in là, forse una tamponamento. Sul marciapiede trovò il percorso ostruito. C'era una volante di traverso fra un cassonetto ed un lampione, il muso minacciava la porta a vetri di un negozio. Il proprietario stava sulla soglia, cercando con gli occhi qualcuno con cui lamentarsi. Il bravo cittadino non si lamenta mai direttamente con gli sbirri, per cautela, per sicurezza personale, come se ciò potesse proteggerlo. Maier scorse delle transenne in fondo alla strada, se qualcosa era successo era dopo la curva al di là di esse, dove si erano arrestati pompieri, autoambulanze e altri sbirri. I lampeggianti a tratti facevano capolino, invito o scherno che fosse. Più il secondo, lo sbarramento aveva ottenuto che la via diventasse un insaccato di vetture, persone che avevano cose da mettere subito in frigo, vigili urbani, carabinieri e poliziotti che sciamavano fra tutto questo con l'apparente intenzione di porvi rimedio. Essendo la gente misera che è, Maier sapeva che avevano o cercavano di ottenere una erezione da quel momento in cui tutti volevano sapere e loro potevano redarguire e offendere impunemente, più del solito cioè. In cui ognuno si aggrappava alle loro assurdità per avere una via di uscita. Non si poteva neanche tornare più indietro, dall'altra parte le automobili si erano incastrate fra di loro, provenendo da traverse, stradelle, bloccandosi davanti ai passi carrabili, lottando per la precedenza, affondando l'acceleratore per conficcarsi in ciò che un minuto prima era parso un varco e poi solo un disastro di fiancate, sportelli che non si aprivano, persone bloccate nelle loro scatolette. Se mai scoppierà la guerra civile, scoppierà così, pensò Maier. Proprio in quel momento una donna si rivolse a Maier sporgendosi dal finestrino:
“Che è successo?" non ricevendo risposta si rivolse ad un altro accanto a Maier. Che si scoprì circondato di persone. Da dove erano sbucate, era colpa sua? Una superstiziosità si fece strada nelle sue viscere, era accaduto poiché non aveva risposto, era una omissione che comportava una penitenza. Lui non aveva detto nulla per fedeltà ai fatti, non per alterigia. Nulla gli permetteva di parlare liberamente sull'accaduto, né il fumo nero che si alzava da dietro la curva né che si trattasse dell'esatta ubicazione di casa di sua madre. Ma intanto aveva troppa gente intorno e ne era infastidito.
"Una bomba." se la sentì di rivelare l'uomo accanto a lui.
"Ci sono morti?" un altro. Doveva essere un moderato cattolico.
"Per forza." un decisionista di centro destra
"Ma è una bomba?" una donna, di certo ancella post oltranzista confluita nel centro, diciamo sinistra, riformista.
"No, è un incendio." un cassintegrato extra parlamentare.
"Ma se una bomba..." l'elettore indeciso.
In questo grumo di larve in punto di morte, Maier sentì nascere dentro di sé la voglia di parlare, da tanto non la avvertiva, ma diede un calcio a quel poco di anima che gli era rimasta e che fuoriusciva sempre, escremento indesiderato, affermando un eccesso di vita e come tale, politica. Si ricordò che era ad un punto della sua vita in cui aveva deciso di ignorare e che quindi poteva e doveva usufruire di tutti i suoi privilegi, variamente definibili ma suoi. Adorando la propria putrefazione.
Ma fu preceduto. Tanto per cambiare, l'insopportabile Colaspina gli annunciava il suo nuovo, inedito stato di orfano, per quando ti muore un figlio invece, non c'è una parola. Essenzialmente, Maier sperò che Innocente non avesse fornito a Colaspina l'occasione di mettersi a pontificare su cose che non gli competevano, giusto per dimostrare a Maier che c'erano delle intuizioni immediate, delle idee innate che li apparentassero. Il resto era delitto, bene, strage, anche, ma non c'era motivo di aggiungervi questo tipo di umiliazione. Vada pure per la profanazione dei corpi, ma almeno alle idee si poteva permettere di esistere in pace. E Pace era, ora riconosceva la scena, l'attentato al giudice Pace dove lui si era salvato per puro caso al contrario di buona parte della sua famiglia. Innocente voleva sottolineare che anche Maier aveva sbagliato, una volta sola era più che sufficiente, non si giudicava mai sulla quantità. Il giudice poi non era riuscito a dimostrare che di attentato di trattasse e non aveva avuto la scorta - per quel che sarebbe servito. Maier sorrise. Sapeva che non era il caso, che avrebbe dovuto impazzire per il dolore, era stato sempre affascinato dalla possibilità di poter diventare un relitto del lutto, un avanzo di malinconia, ma evidentemente non era per lui.
Il divertente stava o - secondo coordinate temporali più precise - ci sarebbe stato quando, in treno, con Pace in persona davanti, Maier si era scordato di ciò che aveva già fatto a quell'uomo.
In conclusione, il botto più grande di tutti: Innocente che lo conosceva meglio di quanto lui conoscesse se stesso. E che pure lo aiutava, non con la rimozione fisica di individui in nessun modo influenti sulle loro vicende, ma da buon collega, che dice anche quando non può dire.
"Dormi?" Colaspina brusco per ripicca, perché non gli era poi riuscito di convincere Maier a trattarlo meglio.
"Fatti i cazzi tuoi. Sono arrivati?"
"Aspetta ora vedo..." Colaspina si premette gli indici sulle tempie e chiuse gli occhi, Maier non vide motivo di subire oltre quella sceneggiata. Scese dall'auto.
Dov'erano? A casa del fratello di Maier ovviamente. Innocente teneva sotto controllo movimenti e telefono della cognata di Maier, probabilmente ben prima che andasse da lui. E fra l'altro senza secondi fini, figurarsi Innocente passare sopra tali dilettantismi... Maier avrebbe esteso le responsabilità allo stesso modo. Non negli stessi tempi.
Russo e De Vittorio dovevano essere imboscati da qualche parte o magari erano già entrati.
L'ordine di Maier era di prendere chiunque ci si trovasse in quel momento.
Ripensandoci ci si era fiondato con troppo slancio rispetto rispetto alla pura ipotesi di trovarvi qualcuno o qualcosa. Ma Maier cercò di essere indulgente con se stesso, l'ultimo periodo l'aveva vissuto come in uno stretto pantano in cui fossero confinate delle bestie nervose ed aggressive, per quanta violenza potesse consumarvisi, il pantano rimaneva sempre e solo una macchia di fango sul volto del mondo. Voleva uscire, ecco. Doveva perdonarsi in qualche modo, era una aspirazione encomiabile, ma guai a farla dilagare fra gli sciacalli. Gli avvoltoi lo sapevano già.
Tornando alla sua attuale condizione, le cose, come le aveva ricostruite lui, cominciavano con Ermanno Maier che aveva fatto una piccola carriera di partito in provincia. Come?
Un giorno era andato da suo fratello Alvaro, che vedeva essenzialmente come uno che lavorava fra i ministeri - e i ministri magari – pregandolo di aiutarlo, adducendo moglie incinta, rappresentanza del caffè in crisi, depressione, matrimonio annaspante. Almeno della bontà dell'ultima affermazione Maier - quello con l'orecchio in meno – era convinto e forse per senso di colpa aveva chiamato Michele e Michele aveva chiamato San Giuliano. Che l'aveva preso presso di sé.
“Mi chiederanno molti favori in cambio.” si era limitato a dire al fratello, non specificando quali, quanto insanguinati e per quanto. Finché tu sarai vivo, aveva pensato Maier – sempre quello poco raccomandabile - in quel momento.
Esatto.
Ma adesso che Ermanno era morto il suo debito era saldato ed anche Michele sapeva che, prima o poi, sarebbe accaduto. Con malafede in realtà, supponendo che il fratricidio sarebbe stato lo sbocco inevitabile ed economico, morto più morto meno, ad un rapporto con San Giuliano ormai venuto a noia. Ciò rivelava il contenuto di quella busta, disposizione postuma di Sua Eccellenza da consegnarsi a Maier in caso di dipartita. Qualcun altro le aveva viste? Maier non sapeva.
Più probabilmente erano state esaminate e Michele, Maier, Innocente e tutti gli altri erano stati scartati, una piccola storia che con la crudeltà cercava di attirare l'attenzione senza mai riuscirci. Ermanno, sistemato nel feudo dell'Onorevole, niente di più di un lecchino pagato dalla collettività, non era di certo per la sua parentela che era sorvegliato da Innocente.
Michele si stava muovendo contro San Giuliano, anzitutto proteggendo il giudice Pace che aveva trovato qualcosa. In questo contesto Michele e San Giuliano avevano avuto la sciagurata idea di rivolgersi ad Innocente che, da persona seria qual'era, non aveva nessun problema nel lavorare per clienti con interessi contrastanti e soddisfacendo entrambi equamente, da vero professionista.
Quindi se Ermanno era il termine medio, sapeva qualcosa riguardo San Giuliano che interessava Michele.
Facile fare due più due.
Aveva ragione Colaspina.
Veniva sempre dispari.
Non restava che da scoprire esattamente l'oggetto di questo contendere, anche con l'aiuto del giudice che presto Maier sarebbe andato a trovare.
Finalmente Russo e De Vittorio si manifestarono e si avvicinarono all'auto dove erano Maier ed un sempre più scettico Colaspina che cominciò a scuotere la testa prima ancora di Russo.
Non c'era nessuno in casa. L'avevano perquisita? Avevano. Niente eccetto un paio di fogli che potevano volere dire tutto e niente. Due referti medici che attestavano lo stato di cadavere di un tale, un calabrese e di un altro tizio invece di quelle parti. Entrambi provenivano dall'ospedale del paese di San Giuliano. A meno che il grassone non tenesse, con gusto antico, la contabilità dei propri sudditi, erano magari un indizio, una prova.... Innocente aveva detto che gliene avrebbe lasciate... aveva già deciso di farlo allora.
Non restava che andarlo a ringraziare.
Affidò a Colaspina le carte, che trovasse lui qualcosa, che finalmente si rendesse utile e si fece portare dagli altri due a casa di Innocente.
Portincasa era di fronte al palazzo, poggiato ad una macchina, in modo tale da far presente ad Innocente che era sorvegliato costantemente.
“Allora?” chiese Maier
Portincasa annuì all'indirizzo di un bicchierino di plastica sul tettuccio dell'auto.
“Ha mandato il portiere a prendermi il caffè.”
Russo e De Vittorio, notò Maier, sbavarono all'indirizzo del bicchiere vuoto. Che pretendevano, che li mandasse al bar?
“Andate, animali.” disse Maier e quelli non si scomposero e presero d'assalto il locale più vicino.
“Salgo.” Maier a Portincasa.
Innocente lo accolse con in mano ago e filo, in salotto rammendava dei pantaloni.
“Non sono l'unica cosa da ricucire.” commentò Maier, finalmente prendendo posto sul divano.
Gli sembrò una conquista.
“Allora? Novità?” chiese Innocente.
“Ho trovato i due referti. Almeno dal dover attendere Colaspina... almeno in questo mi puoi favorire? Il mondo è già tanto brutto...”
Innocente ci pensò su, controllando che il suo cucito andasse per il verso giusto.
“Un vero capolavoro... - disse - ...Colaspina intendo, a farne uno così ci vuole un artista con un senso dell'orrido sufficientemente sviluppato... lo sai sì, che è corso da San Giuliano?”
Maier scrollò le spalle:
“Se non ne può fare a meno... hai lui sulla lista?”
“Mi piacerebbe... ah, tu dici San Giuliano? Nessuno mi ha interpellato in proposito. Sia lui che Michele sono stati serviti. Tuo fratello si era impelagato nella vendita a dettaglio di voci da stanza da letto. Se l'è cercata... e non è colpa mia se avete una famiglia numerosa ed in comune.”
Maier non commentò.
“E che altro ci sarebbe da ricucire?”
“Mai il mondo, no? Ma sembri stanco, non penso che tu sia abbastanza in forze da affrontare questo discorso.”
Innocente aveva ragione, nondimeno doveva arrivare ad un punto in cui poteva ritenersi soddisfatto per come viveva od avrebbe dovuto vivere gli avvenimenti recenti, dare la colpa a qualcuno.
Provò a recitare con piglio tecnico:
“Quindi... - disse l'investigatore che non era - ...Michele ti aveva chiesto di spiare Ermanno e San Giuliano di ucciderlo?”
Innocente, che stava continuando a rammendare, alzò lo sguardo fissandolo come se si fosse trasformato nella proverbiale rana e cominciato a gracidare. O gli fossero cresciute le orecchie d'asino.
O spuntata la proboscide. Innocente serbava sempre un po' di infantilismo da parte.
Da te non me l'aspettavo... ti facevo più... creativo... - disse - ...È tuo fratello che mi ha chiesto di uccidere Michele, lui... - sospirò – Vedi, è da un po' di tempo che il caro onorevole non andava neanche a pisciare senza chiedere il permesso a tuo fratello. Quel maiale di San Giuliano, non ci crederai, ma ha spiccate virtù genitoriali, ma ci pensi?”
No. Al momento non penso. Contento?”
Fuori luogo. Ermanno sapeva tutto di te e allora? Aiuto mi hanno scoperto! Dai Maier, lo so che non sei così... continuo?”
Continua...”
Michele mi aveva chiesto solo di tenerti fuori dai piedi con un po' di morti qua e là, niente di più.”
E la sorveglianza? Porca puttana, San Giuliano potrebbe non essere il solo con le virtù genitoriali.. Cristo santo Innoce' hai fatto saltare in aria casa di mia madre...”
A questo punto Maier avrebbe tanto voluto alzarsi e dare di matto o gridare, ma c'erano anni e persone negli anni che chiedevano di essere completamente riviste. Se si fosse fatto andare il sangue alla testa, la sua mente, gonfia dell'afflusso abbondante, lo avrebbe aggredito.
Lascia tutto alla vecchiaia. - Innocente, intuendo i pensieri di Maier - Metti la mano sotto il cuscino del divano, guarda, che c'è?”
Maier eseguì e ne ottenne due foto formato ricordo di famiglia, guardo caso, ritratto di Ermanno con un buco in fronte.... da incorniciare al più presto. Ma quando?
Ma quando?” chiese
Ma che ne so?” Innocente mal celava la noia. Ti sto annoiando, sconcertata constatazione di Maier. “Saranno state le otto... - continuò Innocente – Le otto e mezza al massimo... L'esplosione era per te o meglio, per te, per sua moglie e come condimento per tuo figlio. Purtroppo Ermannino era un dilettante ed ha fatto un casino... e sulla questione della moglie tralasciamo che te la sei voluta... un po'... ai fatti: immagina lui che scappa per le strade, urta i passanti, una scena pietosa... e mi ha fatto sudare... poi sai cosa fa lo stronzo... si ficca in un bar affollato come se ci fosse qualcosa che mi impedisse di... ma ti rendi conto che non aveva capito niente? Sono entrato, gli ho sparato e mentre qualcuno chiamava i carabinieri ho persino preso il caffè. Che ho pagato ovviamente.”
E la bomba?”
O me ne stavo lì ed aspettavo che scoppiasse comunque, magari con te dentro casa oppure la facevo scoppiare prima e ti bloccavo per strada. Ho telefonato a tuo figlio...”
Che hai fatto?”
Ho telefonato a tuo figlio e gli ho detto come stavano le cose, dov'era la bomba e come fare per disinnescarla... mentendo ovviamente... te l'ho detto, Ermanno era un dilettante... è già tanto che non gli sia esplosa fra le mani... insomma, in fin dei conti, qui è morta della gente per salvarti la vita.”
Quindi, riassumendo, mio figlio è l'eroe, tu il cattivo che viene incolpato ingiustamente ed a me non resta che prendermela con uno già morto?”
Se ti piace... ma adesso vattene per favore. Non c'è più niente da dire su questa storia.”
“I referti. I due morti.”
Innocente aveva terminato il suo lavoro. Ripiegò i pantaloni e li mise da parte. Si alzò, Maier fu tentato di seguirlo, ma:
“Per cortesia. Siamo seri. Vengo subito.” Maier lo vide dirigersi verso, presumibilmente la camera da letto ed in effetti Innocente tornò immediatamente con la giacca, la camicia, la cravatta, le calze, le scarpe. Nell'insieme aveva un completo scuro, motivo per cui davanti a Maier si spogliò e non disse nulla finché non fu completamente rivestito.
“Come sto?”
“Decente.” rispose Maier.
“Ancora devo rispondere?”
“Parla e basta.” l'aveva chiesto per favore, aveva atteso pazientemente, adesso era il momento di ricordare a quell'altro che era della sua stessa pasta.
“Non c'è bisogno di essere scortesi, non fra di noi. - Innocente ci stava bene nella parte del deluso – Uno è un poveraccio, il calabrese, un giardiniere. L'altro è uno che hanno dichiarato morto, ma il cadavere è sparito prima di arrivare all'obitorio. Non so dirti altro. Ho lavorato in proposito. Nel contesto l'importante era che tutto ciò che c'era da dire se ne andasse con Ermanno. Soddisfatto?”
“Ma perché? E non rispondermi di nuovo che era per salvare me...”
“Perché ho deciso così. Ci sono cose che non si devono sapere e sopratutto non deve venirle a sapere gente come noi. Sarebbe ancora più ingiusto di ciò che facciamo normalmente. E ti ho già chiesto di andartene.”
Maier non riusciva più a considerare. Fino a quel momento aveva creduto di poter inserire Innocente in uno schema che della follia faceva solo un accessorio. Adesso stava delirando, troppo persino per lui. Non voleva parlare? Maier era già tornato indietro dalla sua decisione di ignorarlo, ma era sempre in tempo per ricominciare. Innocente non lo accompagnò alla porta. Maier si ritrovò sul pianerottolo con una certa acidità di stomaco. Portincasa faceva capolino dall'angolo delle scale. Evidentemente Russo e De Vittorio avevano terminato di ingozzarsi di caffè e cornetti e si erano piazzati vicino al collega in appostamento magari ancora con la bocca sporca ed evidenti tracce di zucchero a velo. Portincasa aveva ancora una dignità dunque, ma era troppo tardi anche per lui per ritornare dalla parte di Maier.
E stava per dirgli qualcosa in proposito quando udirono lo sparo provenire dall'interno dell'appartamento di Innocente. Portincasa era pronto a partire alla carica, sfondare la porta, ma Maier lo trattenne. Via di corsa. Lasciarlo razionalmente crepare. Via!
Presero l'ascensore per non essere visti da chi si affacciasse per le scale. Russo e De Vittorio stavano parlottando con il portiere, pontificando su grigliate di pesce, sagre della cipolla rossa, vino sfuso a prezzo maggiorato. Il colpo era rimbombato per tutta la palazzina d il portiere si era messo in allarme mentre gli altri due continuavano sulla loro linea di gastronomia tipica. L'arrivo di Maier e Portincasa diede il segnale di fuga. Senza testimoni. Fu De Vittorio a sparare al portiere un colpo in faccia, poi un altro quando fu a terra e sì che gli dispiaceva e sì che era un intenditore.
In auto guidarono senza troppa fretta, una cosa è essere sul posto, una nei pressi.
Siamo sempre nei pressi. Pensò Maier.
Portincasa riattaccò con il volere sapere dove fosse la sua macchina.
“Ti faccio vedere. - disse Maier ed a Russo che guidava – Gira di là.”
La macchina di Portincasa era davanti all'ambasciata privata di San Giuliano, ce l'aveva portata Colaspina che doveva essere dentro quindi. Maier stava per scendere, non sapeva bene con l'intenzione di fare cosa, ma gli fu risparmiata la fatica da Colaspina che usciva proprio in quel momento, a braccetto con il giudice Pace. Ridacchiavano. Nessuno dei due fu sorpreso dal vedere Maier:
“Stavo per chiamarti.” fece Colaspina
“Spero che non abbia in mente altre esplosioni.” sardonico, il giudice.
“Il pupo si è addormentato o sta piangendo?” Maier, intendendo l'onorevole.
Portincasa riprese possesso della sua vettura, ma Colaspina aveva già da andare a spasso con Pace, verso significative degustazioni, molli ed umidi aperitivi, triviale e vantaggiosa posateria.
Od almeno Maier sperava che Colaspina arrivasse almeno a mescolare illuminazione soffusa, menu e conseguenti viottoli per il pattume. Invece si mise lui alla guida e Pastore spuntò alle spalle del giudice per spingerlo assieme a lui sul sedile posteriore. Colaspina non aveva ancora messo la prima che già era partita la prima coltellata. Il resto era mediocre e prevedibile.
Maier entrò. Non erano problemi suoi.
Di sopra, San Giuliano era sulla sua solita sediolina a contemplare i granelli di polvere che nuotavano nella poca luce. Sembrava più cascante e svuotato dell'ultima volta che lo aveva visto. Ma la domanda era, si era accorto di Maier?
Evidentemente:
“Lo sa... - disse - ...come chiamano il mio paese? I paesani, le autorità... - qui fu scosso da un ghigno - ...io stesso?”
“Non mi interessano le questioni locali. Sono qui per altro” Maier
“Il buco di culo. Così lo chiamano... Per altro? Non lo sa nemmeno lei perché è qui e nemmeno io so come ci sono arrivato... ma il buco di culo la deve interessare, interessa tutti. Ma lo sa cosa ho fatto io in quel posto?”
“Immagino.”
San Giuliano scosse la testa.
“Non può saperlo... è una storia lunga lunga e che non ho cominciato io... ma la vita dura quel che dura e io pensavo di averci messo le mani, che con la vita poi finisse... ed il buco di culo cresce e distrugge...”
“Innocente si è suicidato.”
“Ed è morto?”
“Di solito accade così.”
Ma l'onorevole non sembrava convinto.
“Si può tornare. Ermanno non lo aveva capito e si è messo a ricattarmi per cosa? Intanto lei se la sono presa, è andata via. Ed io so che si può tornare e che che potrebbe non bastare la morte..”
Maier non seguiva.
“Chi è lei?” da quel che aveva detto Innocente doveva trattarsi di una figlia, una nipote, qualcosa del genere. Ma San giuliano non aveva niente di meglio da fare che mettersi a piangere.
Chiudiamola qui, pensò Maier. Prima o poi qualcuno doveva pur ammazzarlo San Giuliano.
Da qualche parte però, doveva star scritto che non doveva essere cosa sua. San Giuliano smise di piangere, sospirò, istanti in cui Maier pensò che riattaccasse da un momento all'altro. Niente, aveva smesso di respirare. Di punto in bianco? Si chiese Maier e gli assestò un calcio, poi un altro. Alla fine San Giuliano cadde. Inerte. Maier si chinò su di lui.
“Papà?” sentì. La voce era di suo figlio, non aveva dubbi, ma ovviamente non vide nessuno.
Ultimo stadio, pensò, prima o poi doveva accadere.
“Papà!” proprio voleva la sua attenzione
“Dimmi.” Maier
“Papà, non ti sento!”
“Nemmeno io dovrei sentirti.”
Frugò nelle tasche di San Giuliano, trovò i suoi bigliettini. Un paio riguardavano le recenti attività di Colaspina, li scarto. Gli altri erano più interessanti, alcuni erano scritti da un'altra mano. Non gli ci volle molto per capire che erano opera di suo fratello. Istruzioni abbastanza precise su una persona il cui cadavere, letteralmente, passeggiava, si ubriacava e scopava senza ritegno.
“Papà!”
Questa ombra di figlio stava cominciando a dargli sui nervi. Ma a quanto pareva si poteva tornare.
“Papà, si può tornare.” fastidioso e pleonastico.
“Ma chi è?” Portincasa e gli altri due. Chi li aveva detto di entrare?
“Di che parli?”
“Di chi è la voce?”
“Non ho sentito nessuna voce...”
Proprio nessuna.