mercoledì 24 luglio 2013

Qualcuno da perdonare

In attesa dell'ultimo racconto dedicato a Cialledda e della nuova serie che seguirà, una storia breve in cui una volta tanto i poveri cristi sono gli sbirri.  

Qualcuno da perdonare


1:
Nessuno era mai entrato prima in casa del vecchio, non che ci fosse granché da vedere, ma l’appuntato Valente aveva una passione per le perquisizioni e raramente gliene capitava l’occasione.
Che avesse un brutto carattere, litigasse con quei pochi con cui giocava a carte e fosse razzista lo sapeva tutto il paese. Non passava giorno che non lo si sentisse bestemmiare all’indirizzo di neri, rumeni, musulmani e cinesi. Rumeni neri, mezzi cinesi e musulmani. Magari pure marziani. Ma si era sempre limitato alle parole, riscaldato dal vino e represso dal fatto che in paese non ci fosse un solo forestiero. Una volta ci era passato un ragazzo cinese con un carrello di merce varia, ma aveva sbagliato fermata del treno. Spuntando vecchie foto macchiate e ingiallite, si scoprì che era ebreo.
Per l’esattezza l’appuntato Valente aveva considerato, guardandone una:
"Ah, un rabdomante..." ed aveva passato la fotografia al maresciallo Carenza.
"Semmai un rabbino."
"Comunque è israeliano."
"È ebreo... - con pazienza Carenza - ...di religione ebraica... da quand’è che stiamo a Gerusalemme?"
Valente davvero non riusciva a capire dove Carenza volesse arrivare e che bisogno ci fosse di mettersi a puntualizzare. Carenza lasciò perdere, anche perché era meglio non confondere l’appuntato e lasciargli fare il suo lavoro. Del resto, interrogato a proposito, per Valente una sinagoga risultò essere un intingolo piemontese tipico.
"Bagna cauda..." con tatto, Carenza
"Bleh! Non la mangio certa roba."
Perché insisti? Si chiese Carenza. Torniamo alla questione principale.
Prima delle sua casa e delle sue foto, ovviamente c’era il vecchio stesso a pochi passi, con un buco nel petto che non poteva essere stato procurato altrimenti se non da ciò che il bossolo di cartuccia calibro dodici, poco più in là, aveva contenuto. Omicidio quindi.
Carenza l’aveva visto qualche volta al molo e gli era sembrato l’immagine perfetta di una cartolina pacifica, suggestiva, rilassante, di pescatore con tanto di pipa, reti da riparare e tramonto alle spalle.
Adesso che lo si sarebbe dovuto fotografare per forza di cose, sarebbe venuto una schifezza.
Carenza lo sapeva che prima o poi si va sempre a finire così.
I carabinieri non li aveva chiamati nessuno. Il caso aveva voluto che la pattuglia appuntato Valente più maresciallo Lupi passasse proprio dalle parti del molo quando era partita la fucilata. Avevano poi individuato la casa, la porta aperta e dentro il morto. Buona cosa che non lo si fosse scoperto dopo giorni guidati dalla puzza o da un esercito di gatti e vermi o da tutte e due le cose.
Ma Carenza non lo disse.
Il vecchio risultava Sabbatino Giosuè detto lo Zoppo (ma non zoppicava affatto) ed il maresciallo chiamato da Valente e Lupi disperati, ovviamente Carenza Antonio. Settantadue anni il primo, dai documenti e dal verbale e trentasette il secondo dato che una fotocopia della carta di identità di Carenza si trovava in ogni atto della locale stazione dei carabinieri. Il motivo aveva nome Valente e non era servito proibirglielo né interdirlo dalla fotocopiatrice. Era un segno di affetto, si consolava Carenza, vabbé... Ma in fin dei conti, in tutta sincerità, Carenza non avrebbe saputo dire dove fossero in quel momento il suo portafoglio (con i documenti) ed altri suoi effetti personali.
Gli capitava spesso. Difatti, tornati in caserma, sulla scrivania di Valente che si mise al computer, ritrovò il portafoglio accanto ad un altro (della vittima), la pistola (sempre di Carenza), delle monete (di chi?) ed un pacchetto di gomme da masticare (di Valente). Bisognava riesaminare i fatti in attesa di referti che ci avrebbero messo almeno due settimane ad arrivare, non per cattiveria, si diceva Carenza. Siamo oberati di lavoro, gli dicevano gli addetti. Carenza sospendeva il giudizio, non era un problema suo crederci o meno poiché non era lui il comandante della stazione, bensì il maresciallo Abbonante al momento fuori con i marescialli Borraccia e Cosaro. Altri otto carabinieri popolavano la stazione ed eccetto l'altro appuntato, Citrone, tutti marescialli. Eccessivo? Forse.
Ci siete? Restateci. Aveva concluso in modo lapidario l'Arma. Il paese è piccolo e si mangia bene.
Vera solo la prima affermazione e quando un giornale locale (con annesso canale TV), aveva additato la cosa come spreco di denaro pubblico, sempre l'Arma aveva risposto che sì, era vero, fateci causa anzi, denunciateci ai carabinieri. Carenza, che invece sapeva esattamente quale fosse il punto, si svuotò definitivamente le tasche sulla scrivania di Valente al momento circondato da tre sigarette accese e lasciate a consumarsi in altrettanti posacenere. Valente ne accese un'altra, fece un paio di tiri profondi, poi abbandonò pure quella.
"Ah..." sospirò l'appuntato cominciando alternativamente a picchiettare sul tasto spazio e quello cancella. Avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro... Carenza sospirò pure lui, era ormai lì da abbastanza tempo da sapere che quando Valente partiva, bisognava aspettare che finisse da sé. La sera prima si era fissato con una scatoletta di caramelle tlac, tatlac, tlac, tatlac, apri e chiudi, apri e chiudi... Esasperante. E più per Valente stesso che per gli altri.
Per fortuna durò poco e Carenza gli chiese di rileggere qualsiasi cosa avesse scritto, più o meno c'era tutto e di tutto. Chi era andato dallo Zoppo c'era andato con il preciso intento di uccidere, non sembrava un tentativo di rapina e il tempestivo (fortuito) intervento di Valente e Lupi aveva forse indotto il responsabile alla fuga. Che in linea di massima è ciò che si fa abitualmente dopo che si è sparato a qualcuno.
Soggiungeva, Valente aveva scritto proprio così, il maresciallo Carenza senza cappello.
"Ma che... cancella. - disse Carenza – Lo rifacciamo domani." se la sbrigasse il magistrato.
Ci voleva un cordiale. Valente sbuffò.
Come evocato, l'amaro apparve nelle mani dell'appuntato Citrone, più due caffè.
"Il maresciallo Lupi?" gli chiese Carenza.
"In cucina."
"Se vai di là digli di venire, anzi no, vado io. Valente..."
"Che c'è?" brusco, ma giustamente, dato che Carenza gli aveva fatto cancellare tutto.
"Vattene a dormire."
La cucina allora. Carenza ignorò le camerate perché aveva a sua volta un gran bisogno di sonno e si preparò a mente ciò che aveva da chiedere a Lupi in modo da ottenerne più facilmente risposta.
Lo trovò a darci dentro di caffè pure lui e di sigarette e qualcuno si doveva pur decidere a svuotare i posacenere. Non lo si poteva chiedere a Citrone che altrimenti non li avrebbero trovati più... a Valente? Figurarsi. In quanto allo stesso Carenza, se ne dimenticava puntualmente. Tutti gli altri magari ci si erano affezionati, erano in fondo il loro trofeo ed il loro manifesto, non avrebbero dovuto esserci e c'erano, pieni fino all'orlo apparivano inutili ed ancora esistevano e sempre si trovava il modo di ficcarci dentro qualcos'altro.
Esattamente come loro: non tanto inabili da essere scaricati, ma non tanto abili per essere come si pensava avrebbero dovuto. Eccoci qui ammassati, pensò Carenza, forse c'è ancora posto. Lui che, per quanto aveva capito, un giorno si sera addormentato maniaco depressivo per risvegliarsi battezzato come bipolare. Citrone era cleptomane, Valente una collezione di tic dovuti a vari traumi riaffiorati (era così) dopo un certo conflitto a fuoco. Abbonante, il comandante, non si era ripreso dalla morte della moglie; Borraccia ipocondriaco spinto; Cosaro un paranoico con manie di persecuzione; Beldio unico a non vivere in caserma, ossessivo compulsivo. Restavano Di Gioia e la sua sindrome di Capgras; Balena erotomane; Leccese alcolista violento; Esposito alcolista piromane e Barca, sindrome di Tourette. Nessuno di loro doveva essere rivelato al mondo e non poteva restare a casa altrimenti molti sarebbero finiti in galera ed altrettanti ne sarebbero usciti, carriere rovinate, processi da rifare, altarini scoperti.
Quindi gli avevano promossi e trasferiti. Comportatevi normalmente.
"Stronzo rincoglionito e pezzo di merda!" Carenza identificò la provenienza dalla piccola anticamera da cui si accedeva alla cella frigorifera. Barca ovviamente.
"Testa di minchia!" si sentì apostrofare e salutare Carenza, ma ormai ci aveva fatto l'abitudine.
Ad altre cose no, erano un poco più difficili.
Formulata mentalmente la domanda, era pronto a rivolgersi a Lupi che, Zoppo o non Zoppo, sembrava di buon umore. Meglio, perché a volte poteva risultare snervante ed indecifrabile.
Tutti loro avevano qualche problema, ma almeno si sfogavano, parlavano, bestemmiavano, magari non a livello di Barca, ma buttavano fuori. Lupi, invece, erano sei anni che non diceva una parola.








2:
Ogni tanto però scriveva. Ma gli costava fatica e finiva sempre con lo staccare direttamente la spina del computer o gettare il foglio salvo poi recuperarlo e farlo a pezzi. Quindi, figurarsi se Carenza poteva mettersi a fare domande sullo Zoppo od affibbiare a lui il benedetto verbale.
Difatti era d'altro che voleva parlargli.
"Hai spedito quelle lettere?" chiese
Lui annuì.
"Sei veramente convinto ad andare avanti?"
Di nuovo sì.
"Le ho scritte come volevi?"
Istante di esitazione, ma sì.
"E poi lo sai che sono d'accordo con te..."
Diniego.
"Perché? Io..."
Sempre no, ma più veloce.
"Non io? Gli altri dici?"
Sì.
"Ormai è fatta e non ne sanno niente."
Sicuramente sì.
Dalla cella frigorifera Barca aveva prelevato mozzarelle e uova.
"Cazzo guardate facce di merda! - frugando nella credenza in cerca del pane – Avete fame?"
Sia Carenza che Lupi fecero segno di no.
"Fatemi una sega a due mani!" prese un piatto e ci ruppe le uova. Carenza uscì accompagnato dal ritmo della forchetta che le batteva. Un trillo ronzante e sgraziato annunciò a tutta la caserma che il cancello automatico si stava aprendo. Dovevano essere Abbonante e gli altri due, tutti in borghese eccetto Borraccia (sua la macchina), Cosaro alla guida. Il suono continuò a ripetersi regolare finché il cancello non si fu richiuso e solo dopo aver fatto scendere gli altri, Cosaro parcheggiò facendo manovra per avere il muso della macchina verso l'uscita. Con tanto spazio, proprio fra la volante ed una fioriera di cemento vuota. Dovette togliersi gli occhiali da sole per evitare di ricamare la fiancata dell'altra auto. Se li rimise, Carenza lo vide sbirciare dallo specchietto retrovisore. Si decise a scendere pure lui. Il corto giubbotto nero bombato e la pelata, gli davano l'aspetto di una boa ondeggiante con le gambe. Carenza voleva parlare subito con Abbonante che alzò una mano per trattenerlo dal dire qualsiasi cosa, sgattaiolando nel suo ufficio. Cosenza lo seguì ed aspettò che si togliesse il cappotto e si sedesse.
Abbonante si passò le mani sugli occhi e trattenne uno sbadiglio.
"Che è successo?" chiese a Carenza che espose brevemente i fatti. E più di così non poteva.
"Quell'uomo..." soffiò Abbonante e Carenza non ebbe dubbi che il soggetto in questione fosse Borraccia e non lo Zoppo. Difatti si sentì raccontare una storia che prendeva le mosse dal doversi presentare di Abbonante in città, presso un certo colonnello Vitale, mai sentito prima e che si era messo in testa di conferire con tutti i comandanti di stazione della provincia in una volta sola.
Qui avrebbe esposto, per usare le parole di Abbonante, le solite cazzate sul territorio, la sicurezza, il cittadino, i prodotti tipici, le cure della nonna, l'estinzione del tordo paraplegico. Al che, fuori l'unica volante, non restava che l'auto di Borraccia.
"Potevo prendere il treno? Potevo prendere l'autobus?" accorato Abbonante. Certo che no, sapeva Carenza, non poteva viaggiare solo tanto tempo, prima che il ricordo di qualche tragitto fatto assieme alla moglie lo mettesse fuori combattimento. Come del resto qualsiasi altra cosa che gliela richiamasse anche solo lontanamente. Già tanto dormire e mangiare...
Quindi Borraccia, che però doveva andare anche lui in città per un consulto medico ed aveva convinto Cosaro a guidare al suo posto, impossibilitato com'era da un episodio di gomito del tennista. Lasciare al comandante la macchina e prendere lui un mezzo pubblico? Neanche a parlarne, i sedili sollecitavano il suo osso sacro già vessato, la sciatica sempre in agguato, per non parlare dei patogeni di cui erano intrise quelle trappole o nel migliore dei casi i residui della robaccia cancerogena che usavano per disinfettarle. Piuttosto prevedibile, pensò Carenza. E poi?
"Lo sai come guida Cosaro..." Carenza lo sapeva. Lunghissimi percorsi alternativi e presunte scorciatoie, oppure guida pericolosa sulle arterie principali ignorando rossi, stop, strisce pedonali, sensi unici, limiti di velocità, persone e animali. Accelerando in curva e cambiando continuamente corsia, zigzagando con sorpassi a destra e conseguente dileguarsi per un divieto di accesso.
"Fermato dai carabinieri passi, ma la polizia stradale..." Abbonante aveva vissuto il tragitto con quell'incubo, ma Borraccia glielo rendeva preferibile, lui che all'andata li aveva intrattenuti con la storia della propria gonalgia ed al ritorno con quella della colecisti. Ogni invito a tacere, poi ammonimento, poi ordine perentorio, poi minaccia ed alla fine solo insulto, lui lo interpretava come suggerimento a cambiare malattia. Terapie. Complicazioni. Prospettive future. Se aveva poi un futuro, stroncato da chissà quale male o sparato da un ascoltatore impotente ed esausto. E quando stava zitto si lamentava, ad ogni sobbalzo un nuovo organo od osso veniva coinvolto e di certo Cosaro gli offriva spunti in abbondanza.
"E poi le cazzate..." sempre Abbonante.
“Di Borraccia?”
“Di quel Vitale..." e qui Abbonante scoppiò a piangere e singhiozzare premendosi le mani sulla bocca e lasciando Carenza stupito ed un poco imbarazzato. Che Abbonante, sotto pressione, diventasse una pezza lo sapeva, ma la performance di Borraccia e Cosaro non era sufficiente. Non a spiegare quei lacrimoni che inutilmente cercava di trattenere mentre con un fazzoletto puliva il vetro della cornice con la foto della moglie che teneva sulla scrivania. Che devo fare? Le chiedeva.
Che devo fare?
Carenza sentì la propria di pressione, scendergli sotto le scarpe e più forte la tentazione di seguire il consiglio poco prima dato a Valente. Ma non poteva lasciare Abbonante in quelle condizioni, a rischio che qualcun altro lo vedesse. E quindi mormorò qualche parola incoerente che voleva essere di incoraggiamento e così l'altro raccontò tutto il resto. L'immaginazione di Carenza non dovette lavorare molto per figurarsi la scena: Abbonante, nervoso, insofferente, che non trova pace su una di quelle sedie di plastica attaccate le une alle altre. Cerca di resistere e poi, goffamente, tenta di andare via prima, si è messo in ultima fila apposta. Ma l'oratore, il colonnello Vitale, lo punta, lo richiama all'ordine e non contento decide di passare su di lui con uno schiacciasassi. Gli tocca quindi prima l'umiliazione pubblica, poi l'attesa assieme ad altri cui era stato chiesto di intrattenersi, ma per ben altri motivi. Non gli parlano, nemmeno lo guardano. L'ultimo colpo per il poverino è la cosiddetta lavata di testa, non se la sarebbe tenuta nemmeno un bambino dell'asilo, ma Abbonante ha la necessità di non accendere nessun riflettore sulla sua caserma di paesello. Immagini di trattamento sanitario obbligatorio affastellano nella sua mente, Vitale parla e Abbonante quasi trema, tacendo, schernendosi...
A Carenza non poté non venire in mente ciò che Lupi aveva intenzione di fare e che lui appoggiava, far saltare tutto, far sapere tutto perché quella era una tortura, loro avevano bisogno di aiuto e gli impedivano di averne. Abbonante l'avrebbe presa come un coltellata alla schiena, in ogni caso, a dirglielo ora o scoprendolo poi non avrebbe capito, in alcun modo sarebbe stato preparato. Meglio non parlargliene allora ed oltre questa omissione non aveva idea di che altro potesse fare per consolare Abbonante, non ne aveva proprio la forza. Ma chi ne usciva peggio? Si chiese chiudendo la porta dietro di sé. Attribuendosi il pessimismo che ogni scuola attribuiva alla sua condizione, Carenza era convinto che qualcosa di brutto stesse arrivando. Ma allo stesso tempo era convinto di sapere discernere i fatti, quando si sarebbero presentati, non colorandoli con le tinte che la vita proiettava su di lui. O viceversa. I dottori non si erano ancora decisi. Come poteva a sua volta?
Peggio per tutti. Meglio mettersi a letto.
Un paio d'ore dopo si sentì chiamare. Una scia di bestemmie partì in direzione della voce che lo aveva svegliato, ancor prima di rendersi conto che si trattava di Beldio. Meglio alzarsi allora, prima che... troppo tardi, Beldio aveva già sistemato gli armadietti. Gli era stato detto di non farlo, quasi si era arrivati alle mani, ma Beldio non poteva sopportare il pensiero che gli effetti personali di Carenza fossero nel terzo armadietto, quelli di Balena nell'ultimo e quelli di Valente inauditamente nel primo e così via... quindi aveva trasferito tutto in ordine alfabetico. Già era un miracolo che sopportasse che Abbonante avesse un alloggio a parte, forse soffriva in silenzio per continuare a godere del proprio, decisione del comandante acclamata a gran voce da tutti gli altri. Necessaria alla pace di tutti anche se, Carenza doveva ammetterlo, c'era chi ci marciava. Una volta Esposito aveva telefonato a Beldio nel cuore della notte per confessargli che, nonostante l'uso comune, lui in realtà si chiamava L'esposito e contestando la sistemazione da correggersi, purtroppo, solo l'indomani in quanto Abbonante non voleva nessuno in giro per la caserma a quell'ora. Beldio non ci aveva dormito. Esposito ci aveva sghignazzato per una settimana.
Al momento, Carenza non ritirò la bestemmia, ma cercò di non essere troppo duro:
"Che vuoi?" dovevano essere tutti indaffarati se avevano permesso a Beldio di aggirarsi liberamente.
Infatti:
"Ne hanno ammazzato un altro."
E nella frase era implicito che, se in un paese dove non succede mai niente uccidono due persone, la seconda doveva avere a che fare con la prima.
"Chi?" Carenza
"Il sindaco mi è sembrato."
"Come ti è sembrato?"
"Mi è sembrato di capire."
"E dove sono tutti, perché non mi hanno chiamato?"
"Ti ho chiamato io."
Carenza si mise a sedere sul letto, sbadigliando, cercando di ricordare se qualche suono, nel sonno, lo avesse disturbato, svegliandolo per qualche istante, ma ai rumori della stazione era abituato e soprattutto appena sveglio, la sensazione di tornare ad ignorare il mondo intorno era troppo forte ed il più delle volte ci si arrendeva. Aveva dormito vestito ed adesso cercava gli stivali che erano dove gli aveva lasciati? Certo che no. Erano nella scarpiera assieme a tutti gli altri di ricambio, di chi quel giorno aveva preferito le scarpe, era in borghese, aveva scoperto l'amore per la natura e camminava scalzo. Messi in ordine secondo il proprietario e magari con un bel cartellino con il nome? Macché troppo semplice, il cervello di Beldio li aveva sistemati in base alla misura e rientrando tutti loro nei parametri per essere ammessi nei carabinieri, portavano tutti il 44 / 46 che, fra l'altro, secondo Carenza avevano in dotazione solo loro. Si avventò sulla scarpiera facendo volare stivali e scarpe ovunque, strillando come un dannato, il mobile fu rovesciato ed il resto del contenuto disperso a calci. Sono bipolare? Ecco l'altro polo.
Non ci poteva essere il nano raccomandato? Gridava. No che non poteva, dovevano rompere il cazzo a me! E che numero è 44 / 46? Io li ho visti in tutte le caserme d'Italia il quarantaquattro, il quarantacinque, quarantasei uno per uno, come Cristo Comanda!
"E tu..." rivolto a Beldio, che fortuna volle possedesse una salda immagine della propria madre perché Carenza ne stava parlando con tanta confidenza e ricchezza di particolari da far dubitare addirittura chi conoscesse di persona e da lungo tempo la signora. Alla fine Carenza scelse un paio di stivali che gli sembravano familiari ed irruppe fuori dalla camerata.
Timidamente, alle sue spalle, Beldio gli suggerì di seguirlo in ciò che i profani e gli strafottenti avrebbero chiamato sala operativa. Beldio ne era il responsabile e quindi in quel buco dotato di attrezzature probabilmente vinte alla lotteria parrocchiale, le sue manie si erano scatenate. Le pareti erano ricoperte di post-it gialli nella sua calligrafia sottile, minuscola ed incomprensibile, quelli non ancora utilizzati disposti come mattonelle che giravano attorno al telefono su un banco di scuola.
Sulla postazione, due penne perfettamente allineate al bordo a sinistra ed a destra un tovagliolo di stoffa che Beldio utilizzava per asciugare il bicchiere di plastica che infilava sulla bottiglia d'acqua da mezzo litro, al centro, dopo aver bevuto. La sedia era leggermente scostata dal tutto a misura dell'occupante consueto che ebbe un fremito quando Carenza la tirò via per sedersi e cercare di comunicare con Abbonante o con chiunque altro. Avevano una volante sola, come ci erano andati tutti gli altri, a piedi? Che era la più gentile delle domande che aveva da fare, l'unica.
"Sono Carenza..." disse, dall'altra parte silenzio.
"Passami Abbonante."
In paese, Lupi si allontanò dalla macchina per andare a toccare la spalla del comandante che stava parlando con cinque persone, di cui tre in divisa. Abbonante fece finta di non accorgersene e passarono cinque minuti buoni fino a quando riuscì a liberarsi e Carenza a sentire la sua voce.
"Che cazzo... - bisbigliò - Che casino!" Carenza si sentì preso in contropiede.
"Che succede? Che fate tutti fuori? Perché parli sottovoce?"
"Fatti dire. Aspetta... - ed a voce alta - Leccese!"
"No, Leccese no... senti..." troppo tardi
"Bé? - ed ecco Leccese - Muoviti che qui c'è gente."
"Quale gente? Chi è che hanno ammazzato?"
"Dicono il Sindaco. E continua a non farti vedere. Non te l'ha detto quel demente di Beldio?"
"Guarda che ti sente... cos'è che mi doveva dire?"
"Statti là e non dare fastidio che non sentiamo la tua mancanza. Tante cose."
Lo schifoso modo di comportarsi di Leccese era solo l'ultimo dei motivi dello sguardo assassino che Carenza rivolse ad un Beldio che ancora spaventato dal destino della scarpiera, senza che Carenza aggiungesse altro, afferrò uno dei suoi bigliettini dal muro e lesse:
"Arrivato colonnello Vitale con cinque macchine, Sostituto Procuratore, due tenenti e un capitano. Mi ha preso a parte e ha detto: sta' qua il maresciallo Carenza? Sì ma... lasciatelo tranquillo, andiamo noi. Ma quello me lo ha proprio ordinato! Come state arrangiati, contenti che vi ho portato aiuto, mi faccio perdonare dell'altro giorno, andiamo... Tutti? Tutti. E come facciamo Cristo Santo! Beldio la smetti di prendere appunti, possibile che non riesci a ricordarti due cazzate?"
Detto questo Beldio riattaccò il biglietto al muro e scattò fuori dalla portata di Carenza.
Che comunque non aveva alcuna intenzione di infierire. Nonostante tutto il messaggio di Abbonante era chiaro e per quanti interrogativi immediatamente avessero cominciato a scontrarsi uno contro l'altro nella sua testa... con calma, si disse Carenza, resta calmo... non resta che aspettare.
Non poteva fare altro che aspettare.
Cercò di distrarsi guardando la televisione e per disattivare Beldio, Carenza lo aveva convinto a riempire dei cannelloni per tutti consegnandoli personalmente tutto l'occorrente onde anche evitare che Barca trovasse pentole e cibo in diversa disposizione. L'ultima volta che era capitato se l'erano dovuto sorbire tutta la notte a lamentarsi e bestemmiare.
"Non far uscire il ripieno dai bordi." raccomandava ogni tanto e Beldio era contento. Beato lui.
Per avere l'impressione di fare qualcosa, Carenza si mise a scorrere le reti locali per vedere se qualcosa si poteva sapere, ridicolo che dovesse cercare in televisione ciò che gli sarebbe bastato andare a vedere. E poi era preoccupato... che stavano combinando? Molto sospetto non volere proprio lui sul posto, come se sapessero che, suo malgrado, Carenza riusciva a tranquillizzare, a mediare... ma no, cercava di consolarsi, è vero che sono... particolari, ma il loro lavoro lo sanno fare... lo hanno fatto... se ci sono degli estranei poi, dovrebbero saper stare sulle loro... ed intanto cercava ancora fra i canali, ma com'è che non si sapeva niente? Ma com'era possibile?
"No!" scoppiò Beldio e pure qualcosa dentro Carenza fece un salto.
"Che è?"
"Si è rotto un cannellone."
Aveva Beldio delle sorelle?


3:
Passò un'ora, ne passarono due. Al segnale del cancello che si apriva Carenza corse all'ingresso, in tempo per vedere entrare la volante con Abbonante, Barca, Di Gioia e Lupi e fuori, altre quattro auto che a malapena rallentarono per far scendere tutti gli altri, davvero in malo modo. Citrone fece appena in tempo a uscire e chiudere lo sportello che l'auto ripartì a tutta velocità. Carenza non riuscì a fare caso a chi le guidasse. Mancava Valente all'appello. Dov'era?
La faccia di Abbonante era tutta un programma, ma Carenza non riuscì a parlargli perché si andò a chiudere subito nel suo ufficio. Leccese gli lanciò un'occhiataccia e sparì in armeria. Chi in cucina, chi in camerata, sembravano tutti evitare Carenza eccezion fatta per Lupi e Balena che gli andò incontro con un fascio di riviste porno ed in questo caso era Carenza a non essere dell'umore. Sarebbe finita prima o poi quella giornata, si chiese? Intanto entrò da Abbonante senza bussare. Chiuse la porta. Il comandante era assorto a contemplare un foglio di poche righe, dall'intestazione sembrava qualcosa di ufficiale, ma Carenza non riusciva a leggere altro. Fu Abbonante a porgerglielo con una smorfia di disgusto.
Carenza lesse apprendendo del proprio trasferimento.
"Quando lo hai avuto?"
"Come se non lo sapessi."
"Non ne so niente infatti."
"Ma va bene, è giusto... vai pure, noi ci arrangeremo. Vai pure, vai pure..."
"Non è il momento di fare l'offeso. Possiamo ragionare con calma di questa storia?"
"E che c'è da dire? Là c'è l'ordine, vai. Sei libero di fare ciò che vuoi, non c'è bisogno che ci lasci con il contentino e che ci prendi per il culo. È chiaro no?"
"Che cosa?"
"Continui? Io ho capito cosa vuoi fare, tu ci vuoi far rinchiudere tutti e scaricarti la coscienza. Ma tu non lo sai con chi hai a che fare... che io sono buono e caro ma poi..."
Carenza avrebbe potuto offendersi anche lui, ma Abbonante era difficile da far sbollire e se voleva arrivare a capo di qualcosa non gli restava che sedersi ed aspettare. Di nuovo.
"Ti ho detto che non ne so niente ed in ogni caso non me ne vado. - più tranquillo di quanto credeva di essere capace- Quand'è che l'hai ricevuto? È perché stamattina ti hanno detto di lasciarmi qui? Se non ci sono io..."
"Se volevi dimostrare qualcosa non ti è riuscito. Non abbiamo bisogno di te, non ti abbiamo mai chiesto niente. Consideriamo conclusa la vicenda e guarda, non mi parlare nemmeno. Che ce ne dobbiamo fare di te?"
A rispondere ad Abbonante fu uno strillo, l'allarme contaminazione di Borraccia che entrato in camerata, aveva trovato Balena a masturbarsi. Il passo successivo fu un tonfo con rumore di vetri infranti, probabilmente un posacenere tirato da Leccese contro Barca che l'aveva scansato. Adesso si trovavano proprio dietro la porta di Abbonante.
"Chiudi la bocca che puzza!"
"Fermi!" questo era Cosaro che teneva Leccese, Lupi probabilmente teneva Barca.
"Che schifo!" tutti. A questo punto Borraccia stava sicuramente battezzando il mondo di disinfettante, una liquido trasparente con cui si lavava continuamente le mani.
"Se non è la bocca sono i piedi!" Barca.
Dal cancelletto ritagliato in quello più grande per le macchine, un suonare insistente, ecco dov'era Valente, una sedia trascinata, un lamento identificabile con Beldio, altro snodo fondamentale.
Di Gioia era andato a rispondere al suo posto.
"Se non è di piedi è di capra!"
Ancora Valente che suonava per entrare:
"Vattene che non prendi per il culo nessuno!" nella condizione di Di Gioia, chiunque veniva ritenuto un impostore che sostituiva chiunque lui conoscesse. Una convinzione forte, fortissima. Carenza se l'era cavata, con sua stessa sorpresa, all'arrivo di Di Gioia ammettendo che sì, loro erano proprio il nucleo dei carabinieri preposto alle sostituzioni. Ciò comportava che Di Gioia doveva rimanere in caserma e comunque chiunque entrasse od uscisse da lì aveva bisogno del visto di Carenza per essere riconosciuto come autentico.
"È capra, è il culo, è il tartaro!" Barca si era liberato della presa di Lupi, a Cosaro non restava che assestare due colpi di karate ai litiganti che in ogni caso restavano due bestioni di un metro e ottanta difficili da atterrare. Beldio frignava intanto, costretto a viva forza da Di Gioia a non aprire a Valente che era rimasto con il dito incollato al pulsante del citofono. Se il fraudolento appuntato avesse continuato ad insistere, Di Gioia era costretto a considerare d'essere armato e buon tiratore.
Nella stanza, Carenza se ne stava a guardare Abbonante come a dire, che faccio lascio? Sperando che un poco di buon senso si facesse largo nel suo cervello.
"Bé?! " Abbonante battendo un pugno sul tavolo, ma qualcosa alle spalle di Carenza attirò la sua attenzione.
"Ma io non posso..." obbiettò a quel qualcosa il comandante.
"Ma allora... - continuò - ...gliela faccio passare a lui, gliela faccio passare a tutti..."
Il buon senso che Carenza auspicava, andava bene anche se fornito dalla defunta.
"Non è che non mi fido... ma allora io non valgo a niente... e va bene!"
Intanto Di Gioia aveva deciso di passare all'attacco e tutti gridarono il nome di Carenza.
"Non te ne andare per favore..." supplicò Abbonante
Carenza per tutta risposta spalancò la porta:
"Oh! - gridò e calò il silenzio - Di Gioia lascia la pistola, Barca vai in cucina, Beldio aprì a quel povero stronzo, Leccese... Leccese!"
"Che vuoi?"
"Tu vattene a fare in culo! Gli altri in camerata! Lascio la porta aperta."
"Grazie." Abbonante
"Possiamo fare le persone serie per dieci minuti?"
Il trasferimento di Carenza era stato consegnato Da Vitale al comandante, con la stessa disinvoltura con cui si offre una sigaretta. Abbonante aveva subito pensato a malafede da parte di Carenza e quindi non aveva fatto domande per cui, probabilmente, non avrebbe ottenuto risposta in ogni caso. Carenza sarebbe dovuto andare via da lì a dieci giorni e questo era il tempo per vederci chiaro, se qualcosa di poco chiaro c'era. Potevano entrarci i due morti ammazzati? Di certo Vitale aveva saputo dell'accaduto prima di tutti, il sindaco aveva telefonato proprio a lui. Stupito Carenza chiese come fosse stato possibile che il morto denunciasse il proprio omicidio e si sentì dire che, in paese, il sindaco che stava in comune era una cosa, il Sindaco senza ulteriori specificazioni era un tale, Sabbatini Armando, in effetti sindaco negli anni Settanta e padrone di mezzo paese, anzi di tutto a guardare bene. Il Sostituto Procuratore, perniciosamente omonimo di Abbonante, riteneva che lo Zoppo fosse stato ucciso per errore, per la somiglianza del cognome e per l'abitudine della seconda vittima di andare a pescare al molo, dove era stato trovato. Le sue cose le teneva in una casupola non lontana da casa dello Zoppo. Di filare filava, ma in meno di mezza giornata, questo colonnello Vitale, da non essersi mai sentito, si era fatto troppo presente. Carenza avrebbe tanto voluto parlarci.
Aveva qualcosa da dire anche Valente, sulla soglia in attesa.
Mentre se ne stavano tutti lì a rimirare il cadavere, con grande sorpresa di tutti, era stato mandato da Vitale stesso a consegnare a mano una lettera presso una abitazione privata ed a ricevere risposta, sempre per iscritto ed in busta chiusa. Busta da consegnarsi in seguito, direttamente al maresciallo Carenza. Che perplesso disse:
"E dammela..."
"Maristella." fece Valente
"Che cosa?"
"La casa dove sono andato, sul citofono c'era scritto Maristella."
Carenza avvertì un reflusso acido espandersi liberamente all'interno del suo corpo, quasi gli veniva da vomitare. "La posso leggere dopo? - chiese ad Abbonante - Non mi sento bene."
Il comandante annuì, il colorito di Carenza non mentiva.


Valente lo aveva preceduto per sgombragli le camerate, Balena più riluttante ad uscire dal bagno, ma alla fine aveva ceduto. Si distese con la lettera sul petto. Se gli avessero assicurato che ad aprirla sarebbe esplosa o contenesse il peggior incubo di contagio di Borraccia, avrebbe preferito di gran lunga quel destino e si sarebbe arreso di buon grado. Invece, quasi del tutto certo del suo contenuto, si illudeva di poter continuare ad ignorarlo. Il modo in cui gli era stata fatta pervenire, fra l'altro, gli imponeva di metterne al corrente quanto meno Abbonante e ciò avrebbe avuto delle conseguenze irrimediabili sul loro rapporto e nessuno avrebbe avuto più fiducia in lui, ma non gli aveva forse già mentito? Non stavano lui e Lupi tramando alle loro spalle? È gente incapace di intendere e di volere, contestava una voce dentro Carenza, di chi ti stai preoccupando? Che te fai della considerazione di persone del genere? Volevi una via di uscita, adesso ne hai due. Oppure avevi intenzione di restare dove sei vita natural durante? Allora è questo il problema, aveva ragione...
Ma qui Carenza fermò la voce, non poteva permettergli di andare oltre. Aprì la busta, dentro c'era un foglio solo, messaggio brevissimo:
Possiamo tirarti fuori da lì. Non metterti di traverso per partito preso, non potresti aiutare quei disgraziati nemmeno se volessi. Vitale è un amico.
Papà
Nell'immaginario dell'autore, adesso Carenza avrebbe dovuto buttarsi in ginocchio illuminato da una luce divina. Il periodo di purgatorio era concluso, era stato salvato. Il grande e onnipotente Generale Carenza aveva volto il suo sguardo benevolo sul figlio indegno. Il suo angelo messaggero, il figlio che non aveva mai avuto, nella persona viscida del capitano Maristella gli aveva portato la buona novella. C'era bisogno di chiedersi perché era depresso? A voler essere sospettosi, a voler essere cinici e pessimisti? Se i Maristella avevano radici in paese, non era impossibile che un occhio sorvegliasse instancabile lui e tutta la caserma. Sai sempre tutto, vero papà? I tempi confutavano l'ipotesi che tutto fosse stato predisposto proprio per metterci Carenza, come una precauzione.
Ma avrebbe fatto torto a suo padre a pensarlo meno che machiavellico. Stando ai requisiti affatto restrittivi e di conseguenza al gran numero di azioni che il generale riteneva un affronto personale, una più una meno non avrebbe fatto differenza. La lettera (doveva dargli fuoco? Mangiarla? Riconsegnarla perché fosse ingoiata da persona di fiducia?) chiudeva con un post scriptum, un numero di telefono ed un orario. Sempre nella visione del generale, Carenza figlio non poteva che eseguire sempre grato, sempre invasato dall'amor filiale. Oppure, realisticamente, abbassare la testa con la consapevolezza di essere stato messo fuori gioco. Si sentiva male. Grande novità...
Bussando piano, Lupi si affacciò dalla porta, per il corridoio la situazione era tranquilla, doveva essersi reso conto che qualcosa non andava per il verso giusto e che Carenza doveva saperne qualcosa. Non la persona più adatta per scaricargli addosso una ventina d'anni di angosce, oltre a quelle recenti, ma Carenza non si fece sfuggire l'occasione, gli fece leggere la lettera e gli raccontò di ciò che essa comportava. Ma come si fa con un complice e Lupi non prese di buon grado questa insinuazione implicita. Vero era che voleva andarsene, ma pur non dipendendo da lui, Carenza li stava scaricando tutti. Rimasero a fissarsi così qualche istante, Carenza che non sapeva cosa dire e Lupi che non avrebbe detto niente comunque. Carenza sperava in un segno di umanità, una stretta di mano, una pacca sulla spalla, qualsiasi cosa, non sapeva come comportarsi.
"Ricchioni maledetti!" Barca, passando davanti la porta.
Carenza accennò un sorriso e sperò di strapparne uno a Lupi, ma lui non ci trovava niente di divertente. Nessuno di loro lo era. Non lo aveva capito Carenza? Se ne andò piuttosto seccato, lasciando di nuovo Carenza solo. Confidarsi con Abbonante allora? Era una ricerca disperata di conforto o forse così sembrava solo a lui, fatto sta che il solo pensiero lo abbatté completamente e... mi devo vergognare? Si chiese Carenza. Mi ha depresso, non c'è altro modo per dirlo.
Tutti potevano andare a farsi fottere. L'orario per la telefonata era appena passato. Bene, benissimo.
Buonanotte.
Quando la porta delle camerate si aprì svegliandolo, sul trapestio che aveva rianimato la caserma, sperò che fosse Lupi. Volentieri si sarebbe scusato con lui, non aveva giustificazioni per essere stato così insensibile. Invece era Valente:
"C'è un incendio!" esclamò, tutto adrenalina
"Chiamate i pompieri."
"Ma pure due morti."
"L'obitorio."
"No! Morti sparati!"
"In un incendio?"
"Vicino all'incendio. Abbonante ha detto di sbrigarsi."
Già il fatto di non rimanere confinato in caserma gli faceva piacere. Carenza suggerì di usare sia la volante che l'auto di Borraccia, avendo cura di lasciare i più reattivi, una libera uscita era già troppo per loro. Ma:
"Dov'è Esposito?!" quasi ruggì Carenza.
Nessuno lo sapeva, in caserma non c'era, quando era uscito? Il cancelletto si apriva senza che nessuno se ne potesse accorgere. In quella benedetta caserma non c'era mai nessuno a controllare chi entrava e usciva? Certo che c'era. Esposito ovviamente. La faccia colpevole di Valente rivelò che era stato proprio lui a chiamare. E da qui fu facile fare due più due, rischiare di finire fuori strada con Cosaro più eccitato del solito e per tutto il tragitto continuare a sperare che i pompieri non fossero ancora arrivati. In quel buco di paese non c'era bisogno di un genio per capire cosa andasse a fuoco e se le fiamme ed il fumo non erano sufficienti c'erano i paesani che avevano lasciato qualsiasi cosa stessero facendo e si allontanavano il più possibile. Si trattava del palazzo comunale, un edificio lungo ad un piano solo e che era sopravvissuto per chissà quanto tempo prima di trovare quella fine, a Carenza parve di ricordare un 1875 scolpito da qualche parte. Si fermarono e scesero un poco prima, ma dopo pochi passi il calore si fece insopportabile. L'edificio era quasi tutto pietra viva e marmo e conteneva ancora le fiamme, Carenza ebbe l'impressione di guardare in un enorme fornace accesa apposta e che non aspettava altro che loro. Il fumo era asfissiante, non potevano avvicinarsi ancora, dov'era Esposito? Lo chiamarono, ma era inutile, Carenza non aveva idea che il fuoco potesse fare così tanto rumore, a malapena sentiva le voci di Abbonante e Leccese vicino a lui. Citrone e Valente giravano irrequieti come cani in attesa di essere sfamati, Balena pure gridava e Borraccia con un panno premuto sul viso fissava il fumo come se prima o poi potesse riuscirgli di diradarlo con lo sguardo. Lupi, anche in mezzo a quel casino, era chiaro che facesse come se Carenza non ci fosse. Spettacolo pietoso a cui dei paesani cercarono di porre rimedio intervenendo con degli estintori, pur di far qualcosa in attesa dei pompieri. Di Esposito ancora nessuna traccia, Cosaro, che dal baule della volante aveva tirato fuori una maschera antigas si era inoltrato il più possibile ed era tornato facendo segno agli altri di allontanarsi. Se mai Esposito c'era stato assieme ai due morti ormai era inutile cercare ancora.
"Non lo spegnete voi l'incendio?" gridò da un balcone alle loro spalle, una donna anziana che per coraggio o ottusità non ne aveva voluto sapere di andarsene da casa.
"I pompieri!" di rimando, molto brusco, Cosaro
"E che cazzo state a fare?" pronta, la nonna, che per dare meglio ad intendere di non essere nata ieri, in quell'aria appestata, si accese una sigaretta.
"Stiamo cercando un collega." Valente, incapace di frenare la lingua.
"E là in mezzo lo cercate?"
"Torni dentro signora!" Carenza. Il vento misericordiosamente cambiò direzione.
"Ma non è quello là?" la vecchia. E cambiando direzione scoprì un portone dal cui interno Esposito stava assistendo al suo capolavoro tracannando birra. Pressoché i fondamentali del piromane, fra cui evidentemente non rientrava il principio noto a chiunque di non toccare i cadaveri, dato che Esposito se li era trascinati appresso. Meglio, del piromane imbecille perché, meticoloso, si era tenuto anche la tanica di benzina vuota. Le sirene dei pompieri. Erano vicini.
A gesti Carenza richiamò l'attenzione degli altri, strozzare Esposito, magari solo gambizzarlo, queste le domande che si presentavano alle loro menti.
"Occupiamoci solo di quelli già morti. - Abbonante ad Esposito che capì subito l'antifona – Ti avevo detto di non venire perché è pericoloso!" e questo alla moglie, ma non era il caso di soffermarsi, già troppi occhi addosso, attiravano più attenzione loro che se il paese fosse avvampato in una volta sola. Cosaro aveva tirato fuori dal bagagliaio ciò che sembrava una tuta con respiratore, un manrovescio di Lupi dietro la nuca lo convinse a rimetterla a posto. Carenza pensò valesse la pena di verificare che le sorprese di Cosaro fossero finite, quando la sua tasca si animò. Il cellulare. Il portone era il posto più vicino dove poter parlare sentendo qualcosa. Ma quando rispose si rese conto che i suoni che lo circondavano, giungevano identici anche dall'altra parte.
"Non mi ha chiamato. - sentì Carenza – Sono Vitale."
"No. Infatti."
"Non vi è nemmeno passato per la mente di arrestarlo? Sa a chi mi riferisco." la seconda affermazione non poteva in nessun modo essere confusa con una domanda.
"Non ho intenzione di parlare con lei."
"Io sono costretto ad insistere. Sto prendendo in questo momento le generalità dei vari testimoni... Testimoni e registi della domenica. Oggigiorno tutti hanno qualcosa che riprende, fotografa o registra, non posso assicurarle un elenco completo, ma credo che quel che ho sottomano valga la pena sequestrarlo, non le pare? E non mi riferisco solo alla vostra ultima interpretazione, goffi, imbranati, qualcuno potrebbe dire... inadeguati, ma non siamo nel penale. Non ancora."
"Si può sapere che vuole?" Carenza alzò la voce, catturando l'attenzione degli altri, chini sui morti. Fece segno che niente, niente di importante, mezzo sorriso forse credibile. Non per Lupi comunque.
"Sono al bar in fondo alla strada. Mi raggiunga appena le è possibile."
Carenza soffrì molto il telefono chiuso in faccia. Si sforzò di non pensarci. Propose ad Abbonante di rimanere solo lui con Lupi e Valente, che tutti gli altri se ne tornassero in caserma e soprattutto Esposito, meglio toglierlo di torno il prima possibile. Il comandante non poté che acconsentire, la situazione era grave e Vitale aveva ragione, avevano tutti pensato subito a nascondere l'accaduto.
Ma che avrebbero potuto fare?
"Vado a prendere un po' d'acqua." disse a Valente e Lupi, una volta andati via gli altri. Una volante era parcheggiata in divieto di sosta davanti al bar, Vitale era dentro, sorseggiava una limonata. Non poteva essere che lui, anche se non l'aveva mai visto e non era in uniforme. Gli rivolse un sorriso e l'espressione di chi deve rivolgersi ad un povero cristo, Carenza non poteva dargli torto, ma sperò di poter affrontare la conversazione senza dare ad intendere che, in linea di massima, era d'accordo con lui. E pure con suo padre. Carenza acquistò un paio di bottiglie da mezzo litro, spacciate per fresche.
"Andiamo in auto." disse Vitale, precedendolo senza attendere risposta.
"Rimettile in frigo." Carenza al barista.
Vitale aprì lo sportello del guidatore, poi fece il giro per sedersi su quello accanto. Carenza rimase fuori dalla macchina e si diede uno sguardo intorno prima di entrare, sentendosi un ladro.
"Anzitutto vorrei specificare che sono dalla sua parte. - disse Vitale – Non è giusto ciò che hanno fatto, non va bene che lei o chiunque altro sia bloccato qui, in questo posto. Le sue argomentazioni sono chiare, semplici ed inconfutabili. Ha la mia solidarietà."
"Di che parla?"
"Le sue lettere. Credo di avere ragione nel dire che sono sue, anche se sottoscritte dal suo collega. Per favore, non mi guardi così. Non c'è nulla di strano nell'essere prudenti da parte di chiunque, non solo di suo padre, ma non è per questo che gliene ho parlato, ma per farle capire che sono assolutamente in buona fede. Quelle lettere possono non giungere mai a destinazione come arrivarci oggi stesso, è una scelta sua, non ho opinioni in merito."
Carenza, da un tasca della giacca, tirò fuori la lettera.
"Qui non dice la stessa cosa." Carenza
"Solo in modo diverso. Dice che sono un amico ed è ciò che sono, un amico."
Carenza avrebbe potuto rispondergli mille cose, richiamarlo (forse ingenuamente) al dovere, sputargli in faccia che il suo era un modo di fare mafioso se non peggio, sputargli in faccia e basta.
"Che palle..." riuscì solo a dire e per quanto lui stesso lo trovasse deludente, esprimeva sinceramente i suoi sentimenti.
"Non le do torto." Carenza, in quel momento, capì che Vitale doveva essere una di quelle persone a cui si poteva dire di tutto senza ottenerne una reazione. Magari poi faceva una strage, ma sempre serio, composto.
"Nel migliore dei casi... - continuò Carenza - ...ha rovinato Esposito e sconfortato un depresso, davvero ragguardevole, non ci si crederebbe...”
Non c'è motivo di fare del sarcasmo. Esposito mi è servito per dimostrarle che lei non può controllarli tutti e non può pretendere di essere responsabile per loro. Per quanto encomiabile risulta essere anche cretino, mi scusi eh? Ma è un dato di fatto. Comunque tutto ciò è... come dire... assolutamente incidentale, ho approfittato della situazione, non sono qui per giocarle qualche brutto tiro né per guastare la giornata a qualche disgraziato. Sono un amico, quante volte lo devo ripetere?”
Carenza stava per ribattere qualcosa, ma Vitale lo incalzò:
Mi ascolti, questi morti sono casuali, ma non a caso. Come? Perché? Chi? Le è stato affidato qualche incarico specifico? Ha ricevuto degli ordini? Non mi sembra. Lei è stato trasferito e può andarsene anche adesso. Se resta, mi riservo di chiederle qualche favore, nulla di trascendentale, ma faciliterebbe molto il mio compito. Sono stato chiaro?”
E quale sarebbe questo compito?”
Un'auto si accostò alla volante, alla guida Carenza vide uno sconosciuto, ma dalla testa capì che si trattava di un carabiniere. Non sapeva se fosse solo una sua impressione, ma il cranio di carabinieri e poliziotti, dopo un po', assumeva una forma tipica ed anche l'espressione cambiava. E fra i casi inseriva anche se stesso. C'era poi il particolare della sciarpa arrotolata stretta al collo. Quelli della Digos invece, tendevano a stempiare, occhiali da sole alzati sulla fronte ed un maglioncino (salmone o celeste) sulla spalle con nodo sul petto. Vitale dovette attirare la sua attenzione, Carenza si rese conto di essersi messo a vagare con il pensiero, suo malgrado o per una difesa automatica. Vitale scese dalla macchina lasciando lo sportello aperto ed entrò nell'altra.
Godetevi la nuova volante." disse allungandosi verso il finestrino abbassato del guidatore.
L'auto partì senza dare a Carenza il tempo di dire qualcosa. Ma che devo dire? Si chiese.
La conversazione con Vitale era durata forse dieci minuti. Carenza recuperò le bottiglie d'acqua ed alla guida della volante tornò da Lupi e Valente che lo guardarono un poco stupiti, ma non quanto facevano con la decina di uomini in tuta bianca che erano apparsi sulla scena e che sciamavano attorno ai cadaveri. I pompieri avevano stavano spegnendo il fuoco e avevano spostato in avanti il loro mezzo per lasciare il posto ad altre auto e ad un furgone dei carabinieri. Incredulo, Carenza vide vigili urbani, protezione civile, volontari, persino qualche soldato, attivi a transennare, delimitare, spostare, fotografare. Da dove spuntavano? In disparte, Lupi e Valente ricevettero l'acqua bevendo con evidente sollievo. Carenza cercava lo sguardo di Lupi, ma inutilmente, aveva davvero scelto il momento peggiore per offendersi. O Carenza per offenderlo, a seconda.
Sono carabinieri...” disse ad un tratto Valente e dall'espressione di Carenza fu spinto ad indicare i due morti.
Così me lo dici?”
E come lo devo dire?”
Ce ne possiamo andare.” disse Carenza. Una persona mediamente intelligente infatti, in occasioni simili o si lascia andare a congetture o se ne va a casa. Carenza non aveva avuto nessun dubbio su quale fosse l'opzione migliore. Nella nuova automobile, Lupi si mise dietro, Valente accanto a Carenza a bocca aperta, aspettando che l'ultima goccia cadesse dalla bottiglia vuota.


4:
Fra un paio d'ore questa giornata finirà. Si consolava magramente Carenza, al ritorno in caserma. Tutti erano in cucina eccetto Balena e Leccese. Interrogavano Esposito o meglio lo bombardavano di domande, parlandosi addosso, alzando la voce, litigando su chi avesse la precedenza. Abbonante cercava di tenere ordine e allo stesso tempo di tenere sveglio Esposito, stonato da quella confusione e dalla birra. Nessuno sapeva quanta ne avesse bevuta, ma al punto in cui era, una era più che sufficiente a metterlo fuori combattimento. Lui e Leccese avevano un problema con l'alcool e normalmente in caserma non c'erano alcolici e quando uscivano, se uscivano, c'era sempre qualcuno con loro. A tratti Carenza, quando proprio erano arrivati ad un punto critico, gli concedeva un bicchierino e spesso seguiva un breve periodo in cui non bevevano, anche se erano due fantasmi che ciondolavano fra la camerata e la cucina. Esposito era più docile di Leccese il cui astio verso Carenza derivava proprio dal fatto di esserne controllato. Ma quello di Carenza era un metodo improvvisato e tutti e due spesso sfuggivano e se li ritrovavano ubriachi da qualche parte, in campagna o nel peggiore dei casi, ossia Leccese, a cercare la rissa in piazza o in un bar. Per fortuna la maggior parte delle volte, Leccese si era messo contro piccoli pregiudicati che non avevano voglia di inimicarsi i carabinieri e poi Abbonante, a non conoscerlo bene, era una figura che incuteva un certo timore e gli era bastato farsi vedere per calmare gli animi. Un'altra volta lo avevano riagguantato mentre molestava le prostitute sulla tangenziale, ne aveva schiaffeggiate un paio e solo un miracolo gli aveva evitato una coltellata o peggio. Esposito, da parte sua, aveva bruciato una casupola diroccata con attrezzi agricoli, una macchina rubata e già parzialmente incendiata, un divano lasciato ad un incrocio eletto a discarica, cataste di rami potati già destinati alla stessa fine. Nessun danno anzi, aveva addirittura risparmiato il lavoro a qualcuno e non era comunque mai stato visto. Adesso era diverso. Continuava a sostenere, disse Abbonante a Carenza, che quando era arrivato in comune, qualcosa già stava bruciando e di aver trovato la tanica accanto ai morti e di aver portato via prima i corpi e di essere tornato a prendere la tanica perché poteva essere utile come prova. Era stato lui ad allertare le persone che abitavano vicino e poi, realizzando che la situazione congiurava contro di lui e nessuno avrebbe creduto che non c'entrasse niente, gli era venuta voglia di bere.
Carenza era invece disposto a credergli, forse perché si sentiva in colpa per averlo subito pensato responsabile, forse perché Vitale lo aveva ritenuto prevedibile ed ora voleva andare in senso contrario a tutti i costi. In linea di massima Esposito era una persona affabile e senza bere magari persino amabile, Leccese invece doveva essere una schifezza anche prima, infido e prepotente e se mai ci fosse stato bisogno di rinchiudere qualcuno di loro, lui doveva essere il primo, ma in galera. Ma difficilmente uno si allontanava senza l'altro, più per scoccare che per sostenersi e le brutte pensate venivano solo a Leccese. Ma al momento Carenza non poteva dire nulla di preciso, bisognava ancora stabilire come e perché Esposito si fosse allontanato dalla stazione per ritrovarsi proprio al Comune che avrebbe dovuto essere chiuso. Abbonante, infatti, aveva fatto una telefonata ed un consigliere rintracciato a casa, aveva assicurato che non c'erano né uffici aperti né altro che giustificasse la possibilità di accedere all'edificio. Un mistero? Carenza non si sarebbe stupito se Leccese avesse spinto in qualche modo Esposito, se si fosse venduto il collega e quel poco di dignità che aveva per qualcosa da bere e qualche soldo per comprarne altra. Avrebbe avuto tutto il tempo di uscire e tornare in caserma. Io, si maledisse, dormivo.
Esposito era cotto, Barca e Lupi lo portarono di peso a letto.
"Leccese!" gridò Carenza per i corridoi, nessuna risposta. Solo un coro di proteste dalla camerata per il bagno occupato, una serie di improperi generici a detrazione di qualche santo e poi precisi insulti a Balena.
"Leccese!" ancora Carenza.
"Ehi, non mi scassate!" dalla stanza della fotocopiatrice emerse Balena che aveva pensato di ingrandire qualche dettaglio di suo gradimento, nonché un collage da varie copertine di dvd per adulti.
"Ce la dobbiamo fare a colori. - disse a Carenza, riferendosi alla fotocopiatrice. Così mi toglie tutta la poesia... Che volete da me, sto qua!" di nuovo agli altri.
Carenza scattò travolgendo Citrone, appena sbucato in corridoio e sbraitando di togliersi tutti da davanti. La prima spallata alla porta del bagno fu totalmente inutile, così male assestata che di sfondato si ottennero forse solo un paio di costole di Carenza.
"Figura di merda!" sghignazzò Barca strappando qualche risata.
Lupi invece capì e ci pensò lui, con un calcio secco, tenendosi a Valente e ad un Carenza dolorante.
Leccese era dentro. Non c'era modo di risparmiare lo spettacolo a nessuno.
Borraccia tirò uno strillo alla vista del sangue sul corpo e sul pavimento e corse fuori seguito da Beldio che non poteva sopportare quello scempio. Valente fissava la scena battendo nervosamente il piede e tamburellando contro l'armadietto.
"Non è lui!" esclamò Di Gioia
"Lo stronzo s'è ammazzato." Barca
"Difficile." Carenza che pure lo aveva pensato.
Almeno non gli risultava che qualcuno fosse in grado di tagliarsi la gola da solo.




Poco dopo anche la caserma veniva rilevata e sondata. Cosaro si era messo in testa che l'assassino non poteva essere andato lontano ed aveva bloccato tutte le uscite guardando con sospetto chiunque. Leccese non poteva essersi chiuso dentro da solo ed infatti la chiave del bagno non si era trovata. Chiunque fosse stato aveva fatto quel che doveva fare e l'aveva portata con sé. Altra cosa facile da stabilire era che Leccese era stato ucciso in un momento che andava dal suo ritorno in caserma a forse cinque o dieci minuti prima che iniziasse la gazzarra per il bagno. Cosaro lo aveva visto allontanarsi dalla cucina e pure Beldio che lo aveva seguito con lo sguardo e poi si era affacciato in corridoio, nel caso a Leccese saltasse in mente di andare a mettere disordine in sala operativa. Era entrato invece nell'ufficio di Abbonante e Beldio non ci aveva pensato più. Quanto a tutti loro, se ce ne fosse stato bisogno, erano stati tutti assieme fino al trasporto a letto di Esposito. Lupi poteva giurare che la porta del bagno era aperta e di Leccese nessuna traccia. Da lì in poi qualcuno era riuscito ad entrare in caserma, tagliare la gola a Leccese ed andare via. Carenza aveva già deciso di controllare la registrazione della telecamera all'esterno per vedere quando ed eventualmente con chi si fosse allontanato Esposito. Anche questa era una incombenza di Beldio e Carenza, di solito molto contento di fissare il monitor e guardare i numeri in sovrimpressione susseguirsi, i secondi, i minuti, le unità che diventavano decine, i due che diventavano tre, i nove zero e poi ricominciavano da capo.
Quel giorno però, Beldio aveva avuto molte emozioni e nemmeno un attimo per controllare il suo amato orologio. Carenza pensò che non avrebbe reagito, così come fece scoprendo che la telecamera era stata manomessa, nemmeno se gli avessero ammazzato un figlio. L'ultima immagine era Cosaro che quella stessa mattina parcheggiava, di ritorno dalla città con Abbonante e Borraccia. Poi più niente.
"Su dai..." Carenza a Beldio che soffocava le lacrime. Con tutta quella gente in giro non era il caso di una scenata. Se lo tirò appresso. Pure lui. Infatti, dato il gran numero di estranei, Carenza aveva imposto a Di Gioia e Barca di sedersi accanto a Valente intento a scrivere un breve rapporto e di non muoversi. Lo stesso fece con Beldio. Ordinò a Valente di rimuovere la descrizione della spallata uscita male, ma a nulla valse pretendere che la frase il maresciallo Leccese veniva rinvenuto apparentemente morto sparisse, come anche il particolare che lo scarico o sciacquone non era stato tirato dopo minzione precedente. Pochi minuti dopo Valente consegnò a Carenza la sua fatica letteraria, protetta da un foglio di protocollo. Carenza tolse, appallottolandola, la fotocopia della propria carta d'identità e riaffidati i tre a Valente portò il rapporto ad Abbonante. Qualcuno interessato sarebbe arrivato prima o poi.
"Dobbiamo avvisare la famiglia?" chiese Abbonante
"Ho già provveduto io." Vitale, sulla soglia. Si era messo anche ad origliare? Più probabile fosse sua abitudine.
"Grazie." secco, Abbonante.
"E con questo siamo a tre carabinieri morti." sempre Vitale, agitando tre dita appunto, come se ad essercene un prossimo, si sarebbe vinto alla lotteria.
"Come tre?" Abbonante, Carenza maledisse se stesso ed il giorno in cui era nato, si era scordato di riferirgli i fatti. Prima la conversazione con Vitale e poi Leccese lo avevano messo fuori fase.
"Ne stavamo appunto discutendo... - recuperò – Quando..." Abbonante annuì reggendogli il gioco
"Capisco... - Vitale, distrattamente – Quel tale, Cosaro... è piuttosto agitato..."
"Molto zelante." Carenza
"E quel Lupi, risponde a gesti..."
"Postumi di operazione alle tonsille."
"Scommetto che ognuno dei suoi colleghi ha una giustificazione plausibile per non fare il proprio lavoro..."
"Più che plausibile."
"Mi sta sfidando?"
"E lei che è venuto a sfottere. Se non ha altro da fare, noi..."
"Certo che ce l'ho." Se era stata una sfida, Carenza aveva perso. Vitale tirò fuori un foglio e si avvicinò ad Abbonante per spianarglielo ben bene sulla scrivania.
Un mandato di cattura.
Per Abbonante.
"Maresciallo, se vuole seguirmi... evitiamo pubblicità."
Istintivo fu per Carenza mettersi fra Vitale e Abbonante che invece lo scostò gentilmente:
"Va bene. - disse – Andiamo."
Lo stesso Vitale fu colpito dalla dignità del comandante, forse si aspettava facesse resistenza, forse una sollevazione generale e magari non chiedeva altro di meglio. Se ne sarebbe andato quindi con un risultato, ma senza soddisfazione, se Abbonante, voltandosi verso un angolo vuoto della stanza non avesse detto:
"Tu resta qui."
Carenza si sentì ridicolo.
"La signora può seguirci, se vuole." sogghignò Vitale e peggio delle manette il braccio attorno alla spalla di Abbonante, un modo di accompagnare l'infermo, Dio non voglia che si perda per strada.
Abbonante lasciò la caserma in una volante, stretto fra Vitale ed un altro carabiniere, seguiva un'altra auto, nemmeno la cortesia di accedere le sirene e premere sull'acceleratore, non c'era fretta, perché mai averne? A parte Lupi, nessuno si era accorto di niente, Cosaro intento a perlustrare il perimetro della caserma, Beldio che si era ripreso a spolverare la sua postazione, Citrone tutto contento di aver fregato un tampone a quelli della scientifica, Borraccia che li importunava chiedendo di possibili patogeni capaci di attecchire su residui ematici. Nella stanza di Valente, lui e gli altri due erano tutti presi da un ghiacciolo al limone, smisero per un istante di succhiarlo lanciando uno sguardo interrogativo a Carenza che schioccò la lingua e richiuse la porta. Ignaro di tutto ciò che lo circondava, Esposito russava sul letto dove l'avevano lasciato. Carenza si scoprì ad invidiarlo, anche a lui sarebbe piaciuto essere all'oscuro di qualsiasi cosa, sempre meglio dell'essere certo di sapere solo un po', non tutto, giusto un brandello che aiutava ad intuire, ma non ad agire. Tutto il contrario... che non lo si lasciasse tranquillo, ciò che lo faceva più soffrire, l'accanimento non l'ingiustizia, il mormorio continuo non il complotto che magari vedeva solo lui. Già se lo immaginava, il dottore (o i dottori), maresciallo Carenza – una voce nasale, come dietro il vetro di uno sportello d'ufficio – deve provare a capire che nessuno ce l'ha con lei, il povero colonnello Vitale anzi, ha subito una forte scossa emotiva a causa del suo atteggiamento. È ovvio che, improvvisandosi nel trattare i suoi colleghi, lei ne abbia risentito e fra parentesi, se c'è qualcuno imputabile... è proprio lei stesso.
Non vogliamo parlare della mia infanzia? Avrebbe timidamente chiesto Carenza. No, si faccia analizzare nel tempo libero e senza oneri per lo Stato. Ma scusate, è di me, è della mia salute che si sta parlando! Lo vede, lo vede che insiste? Sia serio e prenda queste pillole per amore del casellario giudiziario.
A stento Carenza scacciò questi pensieri, il sottofondo di Esposito non aiutava. Perché si era fermato lì allora? Un grosso peso sul petto, questo sentiva e qualcosa che batteva dentro la sua testa. Respira, si disse, respira e non pensarci nemmeno a farti venire da piangere. L'armeria era l'unico luogo in cui poteva stare da solo, si sedette sul pavimento, si tolse la giacca. Era sano, in quel momento, essere circondato da armi da fuoco? La sua d'ordinanza, riuscì a visualizzarla in cucina, accanto al barattolo del caffè. Cosa che gli strappò un sorriso, doveva essere uno di quei momenti di lucidità in cui tutto diveniva chiaro. Doveva essere così, perché Carenza realizzò che a conti fatti, gli restavano solo due cose da fare. Fra le due, la più simpatica era suicidarsi.
L'altra comportava guadagnare l'ufficio di Abbonante, comporre un numero in possesso, forse, di una decina di persone in Italia e di un paio all'estero e far suonare un telefono su una scrivania di mogano lunga quanto una pista di go kart. L'ora era insolita, meglio. Irritante? Benissimo. Inappropriata, inaudita, insolente? Sette più. Dovette aspettare un poco, prima che la cornetta fosse alzata; Carenza si schiarì la gola, prese fiato, si fece forza per affrontare la voce che di lì a poco avrebbe sentito, quasi un conto alla rovescia:
"Sì?" sentì e non era la persona che si aspettava, non era suo padre. La voce da doppiatore svenevole del capitano Maristella. Ebbene sì, pure la voce era meglio della sua.
"Voglio parlare con mio padre." gelido il più possibile Carenza, ma che? Pensò. Vivete insieme?
Gli venne in mente una delle uscite di Barca.
"Vedo cosa posso fare." e per un paio di minuti più niente. Che l'avesse lasciato lì così? Stava per riattaccare.
"Antonio..." Carenza fu colto di sorpresa, la gola secca, pregò di non produrre un falsetto stridulo od una specie di sfiato raschiato.
"Devo chiedere il permesso a Maristella per parlare con te?" un basso malaticcio, meglio di niente.
"Come tutti. Ti eri scordato come si usa il telefono?" cos'era, il povero genitore abbandonato? Forse ne era convinto.
"Non volevo disturbarti." e qui Carenza si morse la lingua perché, nel modo di vedere le cose di suo padre, c'era bisogno, era più che giusto anzi essenziale che venissero spiegate abbondanti risorse al fine, appunto, di non disturbarlo. L'ironia amara di Carenza cadeva. Ciò che questo figlio faceva non bisognava di certo considerarlo con i suoi occhi, un mondo indebitamente fantasioso per un adulto e forse bisognava accorgersene prima che non era adatto... che sì insomma, non era per lui... ma ciò che era stato era stato e quindi occorreva, da persone serie, valutare il tutto come una situazione reale affrontata da persone realistiche. Nel senso di plausibilmente reali, a vedersi sembravano vere.
"Lo stai facendo adesso. - considerò il disturbato generale concedendosi al per altri versi, disturbato figlio – Che succede?"
"Come che succede?"
"Mi sembra di parlare un buon italiano. Che cosa c'è, come mai hai chiamato... non mi risulta che le tue siano mai state chiamate di piacere."
Carenza si fece forza per evitare di invischiarsi in altre discussioni, quelle in cui suo padre preferiva incastrarlo e che si concludevano con lui che sbatteva il telefono, letteralmente picchiandolo con la cornetta (ossia prevedibile distruzione di oggetti inanimati) e la palla sarebbe tornata al generale con sopracciglio inarcato, per la serie che cosa mi tocca sopportare.
"Vitale. - disse Carenza – Perché lo hai spedito qui? Sta combinando un casino."
"Perché stai avendo qualche problema? Non sei stato trasferito?"
"Sì, ma..."
"Non c'è niente che ti tocchi personalmente allora, è corretto?"
"Ci sono dei morti che..."
"Le persone si ammazzano da che il mondo è il mondo. Che altrimenti saremmo tutti disoccupati. Avete bisogno di aiuto, vi manca qualcosa per le indagini?"
Carenza sorvolò sul fatto che non aveva parlato di morti ammazzati, cosa più o meno implicita, ma proprio non ci stava al generale che cadeva dalle nuvole:
"Da quando è arrivato Vitale, hanno ammazzato un collega, abbiamo trovato altri due carabinieri uccisi e come se non bastasse ha pure arrestato Abbonante! Come possiamo lavorare? Come puoi dire che non mi tocca niente? Sono anni che lavoro con queste persone, come se non lo sapessi in che condizioni siamo..."
Ma l'ascolto selettivo di suo padre era troppo difficile, impossibile, da sconfiggere.
"Abbonante... - fece il generale – Sì... mi è parso di sentire che avesse qualche problema, ma ne so quanto te... vuoi che veda se posso dargli una mano... è questo che volevi?"
Carenza, in quel momento, avrebbe voluto tanto scoppiare e dire cose terribili, che ferissero, che facessero male, ma tranne che a qualche provocazione specifica, la maggior parte delle volte crollava su se stesso. Che potevi dire ad una persona così? Negare, negare sempre...
"Lascia perdere. Ciao..."
"Antonio..."
"Che c'è?"
"Mi ha fatto piacere sentirti." e fu lui a chiudere.
Le dita di Carenza persero per un istante ogni capacità di fare presa e la cornetta gli cadde finendo a penzolare dalla scrivania. Cercò di prenderla una, due, tre e solo alla quarta volta ci riuscì, la vera impresa era rimetterla a posto ed il telefono sembrava spostarsi e non faceva in tempo a puntarlo che già cambiava posto, proprio difficile stargli dietro, troppo veloce, gli occhi non riuscivano a seguirlo ed allora Carenza cercò con la forza di colpirlo, ma quello continuava a scappare e gli faceva girare la testa, meglio lasciare perdere, meglio fermarsi, riprendere fiato, Carenza si poggiò con tutte e due la mani al bordo della scrivania, adesso gli toccava farsi forza per respirare, qualcosa gli aveva afferrato la gola e quella caserma era un forno dall'aria irrespirabile, meglio chiamare qualcuno, meglio sedersi, meglio andare fuori, meglio farsi fuori, meglio...
"Oh, marescià!"
"Carenza! Antonio! Lo vedi che non funziona?"
"Ma la stai facendo bene almeno?"
"Continua continua, sta aprendo gli occhi..."
A Carenza sembrò di essersi appena svegliato, ma una di quelle volte in cui per un motivo o per l'altro si è disturbati in piena notte e non si riesce a capire subito dove si è, in che verso è il letto, dov'è la porta della stanza. Si sentiva sballottato su e giù, bloccato alla vita e riprendendo possesso dei suoi arti realizzò che toccava a terra solo con la punta dei piedi e le braccia si agitavano come quelle di un burattino.
"Ma che cazzo..." di fronte aveva Valente e Cosaro, ma chi è che lo stava...
"Sei svenuto." gli disse Cosaro
"Basta, basta!" Valente. Carenza, ancora stordito si rese conto di Borraccia che per qualche motivo noto solo a lui, aveva deciso di eseguire la manovra di Heimlich.
Carenza cercò di liberarsi con uno strattone, Borraccia lo lasciò andare, toccò a Cosaro reggerlo finché non riuscì a ritrovare l'equilibrio. I polmoni gli erano arrivati praticamente in bocca.
"Serve per quando ci si sta strozzando!" tossì Carenza rivolto a Borraccia, Valente lo fece sedere. Carenza si portò la mano alla fronte, svenendo doveva aver sbattuto la testa.
"Aceto o candeggina?" esordì nella stanza Citrone con entrambe le sostanze, atte a far rinvenire Carenza o ad asfissiarlo, non avrebbe saputo dire.
"Sto bene. - tossì ancora – Basta così, sto bene." ma ormai tutti erano intervenuti e lo fissavano un po' preoccupati, un po' perplessi. Lupi più degli altri.
"Dov'è il comandante?" chiese Balena
A Carenza non restò che esporre i fatti e che la prendessero come gli riusciva.
"Ma perché?" Barca, senza nemmeno mezza bestemmia. E la sua espressione, Carenza la vide sui volti di tutti gli altri, non capivano, non volevano nemmeno provarci.
"Quelli lo ammazzano." Cosaro
"Quelli chi?" Balena
"Gli stessi che hanno fatto fuori Leccese. E pure gli altri secondo me... e pure noi."
"Calma! - Carenza – Non cominciare... non c'è nessuno che vuole ammazzare nessuno..."
"E tu che sai? Qual'è il modo migliore di sbarazzarsi di noi?" Cosaro
"Secondo me torna." Balena
"E chi sono?" Borraccia
"Che dobbiamo fare?" Valente
"Non ci sto capendo niente!" Citrone
"E il comandante? Che ha fatto?" sempre Borraccia
"Non ha fatto niente! Che vuoi dire?" Cosaro in risposta
"E come possiamo saperlo?" ormai Carenza non seguiva neanche più, la testa gli girava tanto da fargli venire la nausea, avevano preso a litigare fra loro ed a starnazzare allarmati, a darsi la colpa l'un l'altro e sicuramente si sarebbero dispersi per la caserma tutti scompensati a dare fondo alle loro fisime, Beldio si sarebbe messo a pulire le fughe del pavimento con lo spazzolino e...
"E Beldio?" Carenza, in quella cagnara non lo sentiva nessuno, faceva ancora fatica a riprendere fiato. Lupi se ne accorse e lo aiutò a rialzarsi.
"Dove andate?" chiese loro Cosaro, ma senza averne risposta. Beldio non c'era. Non poteva essersene andato a casa perché le sue cose, chiavi comprese, erano tutte ben disposte nel suo rifugio. E non era tipo da dimenticarsi niente. Lupi toccò la spalla di Carenza indicandogli la fondina vuota accanto alla bottiglia dell'acqua, c'era un post-it attaccato sopra. Torno subito, diceva. Carenza sperò di sbagliarsi, ma negli occhi di Lupi leggeva non solo che avevano pensato la stessa cosa, ma anche che ci avevano azzeccato. Passi per Leccese che lo sfiniva, come sfiniva tutti, ma in quel puzzle che era il mondo di Beldio, un pezzo come Abbonante non poteva essere rimosso senza conseguenze. Beldio, il giorno in cui la sua mente si espresse davvero al mondo, si era barricato in un ufficio ed aveva mangiato tutte le carte presenti per impedire che chiunque fosse trasferito. C'era voluta una giornata intera per stanarlo e oltre alla lavanda gastrica, avevano anche dovuto operarlo per liberarlo da graffette e punti metallici ingoiati assieme ai documenti. A questo poteva arrivare Beldio ed adesso che gli avevano tolto il comandante, semplicemente era andato a riprenderselo.
"Questa notte sarà lunga." disse Carenza.




5:
La volante della caserma, quella nuova di Vitale e l'auto di Borraccia erano in cortile. Beldio si era allontanato a piedi? Carenza ordinò di prenderle tutte e tre e di andarlo a cercare, nella speranza di riuscire a ritrovarlo presto, perché altrimenti gli sarebbe toccato avvertire Vitale. Come? Si chiese d'un tratto. Dov'era andato? Dove avevano portato Abbonante? Perché continuavano a sfuggirgli le cose più elementari? Lo sai perché, si disse. Non gli sfuggì invece Cosaro che armeggiava con il portabagagli della nuova volante.
"Non perdere tempo!" gli fece
"Non si chiude..." Cosaro. Ma Carenza era più che certo che, al suo arrivo, il baule fosse perfettamente chiuso. Si avvicinò, la serratura era stata manomessa, meglio, modificata. Cosaro infilò una mano e riuscì a farla scattare dall'interno. Ora si richiudeva perfettamente.
"Qui dentro c'era qualcuno." disse Cosaro e Carenza non poteva che dargli ragione, non c'erano altre spiegazioni.
"Ma chi?" ancora Cosaro e la risposta amara e chiarissima prese forma nella mente di Carenza. Non aveva modo di dimostralo, ma c'erano buone probabilità che chi aveva ammazzato Leccese fosse stato lì dentro, avesse fatto ciò che doveva fare per poi andarsene tranquillamente assieme a tutta la mandria di gente che era seguita alla scoperta del corpo. E ciò implicava altri tre fatti di cui Carenza non sapeva quale fosse il più terribile e grave. Il primo: non avrebbe mai potuto immaginarne le conseguenza, ma quell'auto l'aveva portata lui all'interno della caserma. Il secondo: l'assassino doveva essere un carabiniere od almeno si era spacciato come tale. Terzo e ultimo: Vitale sapeva. Godetevi la nuova volante, aveva detto. Carenza poteva ancora sentire la sua voce e ad ogni passaggio infieriva sempre più odiosa. Quei morti erano casuali ma non a caso, aveva detto anche e Carenza si convinse che se voleva fermare Vitale od almeno impedire che altri di loro facessero una brutta fine e forse riavere Abbonante, doveva capire la morte di chi e perché era quella che si cercava di nascondere fra le altre. Intanto Beldio: si ricordò del numero di telefono sulla lettera, dove l'aveva messa? Sperò di non averla gettata via. Finalmente le auto uscirono alla ricerca di Beldio, lui corse in caserma per cercare la lettera, era sicuro che dovunque avesse chiamato all'infuori di quel numero, nessuno avrebbe voluto o saputo passargli Vitale: non c'è, è appena uscito, non lo conosciamo. Buttò Esposito giù dal letto, si era riposato abbastanza ed ancora doveva raccontargli per filo e per segno la sua avventura con contorno di fuoco e cadaveri. Della lettera nessuna traccia, che qualcuno l'avesse sottratta, non vedeva perché, ma ormai tutto era possibile. Dopo cinque minuti di ricerca disperata, la trovò semplicemente nel cestino della cucina, forse gli era caduta e qualcuno l'aveva raccolta e gettata senza nemmeno controllare di cosa si trattasse. Con un nodo alla gola chiamò. Ormai la voce di Vitale la riconosceva all'istante.
"Maresciallo carissimo. Che posso fare per lei?" Carenza aveva delle proposte, nessuna delle quali concernente i fatti recenti, ma tutte luoghi dove Vitale avrebbe potuto dirigersi e modalità insolite in cui farlo. Trattenendosi gli spiegò di Beldio.
"Già... - Vitale insopportabilmente affabile – Stavo proprio per riportarglielo, si era nascosto nel portabagagli di una volante, ma il poveretto non riusciva più a uscire sa... è impossibile aprire dall'interno."
Che fa, sfotte? Pensò Carenza, ma Beldio era sano e salvo, era già qualcosa.
"Abbonante... - chiese – Stava per riportarmi anche lui?"
"Non vorrei che fraintendesse... il comandante aveva dei problemi pregressi e sì insomma... c'era una indagine... e prima o poi le indagini si chiudono e qualcuno viene arrestato."
"Prima o poi o quando serve." Carenza
"Allora ha frainteso. Comunque i fatti parleranno da soli. Ora se non le spiace... è molto tardi..."
"Perché ha fatto uccidere Leccese? – diretto, Carenza. E non ci credeva neanche lui – Che sapeva o che aveva fatto?"
"La sua è una accusa grave..."
"Me lo dica e mi metto l'animo in pace. Ha la mia parola."
Dall'altra parte una pausa, Carenza sentì il respiro di Vitale amplificato dal telefono.
"Stia bene. - chiuse Vitale – Buonanotte."
Carenza provò immediatamente a richiamare, ma trovò occupato e così le volte successive.
Rinunciò.
Decise di non richiamare gli altri in cerca di Beldio, non fidandosi di Vitale e nel frattempo di dedicarsi ad Esposito che trovò in contemplazione della porta aperta del bagno, ora arredata da una sagoma tracciata con il nastro adesivo ed ancora il sangue di Leccese.
"Che è successo?" è vero, lui non ne sapeva niente.
"Hanno ucciso Leccese. - nessuna particolare reazione di Esposito - Hanno arrestato il comandante. - sempre niente – Che ci facevi in paese?" a bruciapelo.
Esposito si strinse nelle spalle. Carenza ebbe la tentazione di scassargli la testa, giusto per vedere se dentro c'era rimasto qualcosa capace di una risposta da considerarsi tale. Aveva esaurito la pazienza.
"Sei andato via da solo?" si limitò, non sapeva ancora per quanto.
Esposito scosse la testa.
"Mi basta già Lupi... - ringhiò Carenza – Sì o no?"
"No."
"E con chi? Porca puttana te le devo tirare fuori le parole una ad una ?"
Esposito sembrò risvegliarsi del tutto, come se fino a quel momento fosse stato perso in altri pensieri od ancora nel sonno. L'atteggiamento di Carenza lo riportò bruscamente alla realtà, ma non spaventato, più che altro dispiaciuto.
"Con Leccese." Carenza finalmente sentiva dirsi qualcosa
"E che avete fatto?"
"Prima?"
"Anche prima."
"Avevamo delle mignon di brandy... nascoste nella fotocopiatrice... - Carenza si era sempre chiesto dove nascondessero ciò che bevevano di straforo – ...una di amaro... una di grappa..."
"Ho capito. E poi che avete fatto?"
"Siamo usciti e... non mi ricordo più... ma mi ricordo il fuoco... non sono stato io, davvero..."
"Ti credo. E Leccese? Dov'era Leccese? Vi siete separati prima, lui si è allontanato, ha cambiato idea e sei andato via da solo..."
Esposito cercò nella sua memoria, ma i suoi buchi tra una bevuta e l'altra erano con il tempo diventati sempre più grandi e difficilmente gli tornava qualcosa, se non dopo molto tempo.
"Non..."
"Va bene, non fa niente. Però quando hai trascinato via i due morti te lo ricordi?"
"C'erano già due stanze che andavano a fuoco ed un ripostiglio pure, pieno di risme di carta, non riuscivo a trovare un estintore e così... quelli stavano proprio in mezzo al corridoio e puzzavano di benzina..."
"Ma come ci sei arrivato lì dentro?"
"Era aperto e io stavo aspettando che... " Esposito si assestò una manata in testa, ma non sembrò sortire alcun effetto, ma stava aspettando qualcosa o qualcuno, era già un passo avanti.
"Ah..." Esposito frugandosi nella giacca, aveva avverito di avere qualcosa addosso e con sua sorpresa ne tirò fuori una delle mignon in questione, insolita, pesante, nera, aveva la forma di una statuetta indio e l'etichetta riportava appunto Inca Pisco, in arancione. Vuota ovviamente.
Carenza se la fece consegnare.
"Dove l'hai presa?"
Ma da Esposito non c'era modo di sapere né questo né niente altro.
"Torna a dormire." Carenza
"Magari poi..." grato, Esposito.
"Eh sì, magari..."
Alle tre e mezza gli altri tornarono senza notizie di Beldio, avevano girato per il paese, le statali, le complanari, le vie di campagna e Cosaro si era preso l'impegno di buttare giù dal letto un po' di malavita locale e di farsi un giro di pozzi, fossi o dovunque, secondo la loro esperienza sarebbe stato conveniente cercare un cadavere. Sorvolando sulle violazioni di domicilio di Cosaro e sul suo aver minacciato a mano armata persone, pure discutibili, ma inermi a letto, Carenza non poteva chiedergli di più, erano stanchi, nervosi e su un ciglio pericoloso per loro. La marmaglia reclutata da Cosaro fu congedata con una caffè ed una stretta di mano e Lupi si offrì di rimanere sveglio con Carenza, che rifiutò. In quanto a Borraccia e Barca, si erano addormentati in macchina e lì li avevano lasciati. Di Gioia si era impuntato per prendere il posto di Beldio in sala operativa e di fare da piantone con Citrone e Valente.
"Se viene lo riconosco subito." disse riferito a Beldio, Carenza lo vide così convinto e calmo che non ebbe cuore di dire di no.
Il giorno arrivò che di Beldio non si avevano notizie. Tutti avevano dormito pochissimo e male, am ciò non gli impediva di rimettersi in attività, magari di tornare a cercare Beldio. Carenza, invece, si era messo in testa una cosa che cominciava con lui che faceva il giro completo dei bar del paese, più o meno una decina e quasi tutti nei dintorni del municipio. Citrone sarebbe andato con lui.
"Valente trovami la pistola!" e dopo un paio di minuti ne rientrò in possesso.
"Era nella cella frigorifera." lo mise al corrente Valente.
Un'oretta più tardi, Carenza aveva mostrato a tutti i padroni dei bar la bottiglia di Esposito, tutti erano disposti a giurare di non averne mai vista, ricevuta, acquistata od esposta una simile. Le versioni non erano cambiate nemmeno di fronte alla sua faccia peggiore.
Chiese allora a Citrone di portarlo dove Vitale gli aveva fatto consegnare la lettera. Carenza non si stupì che ci si arrivasse da una stradina di fronte al municipio, lastricata di pietra bianca e chiusa da una bella casa, forse degli anni Trenta, tutta bianca e con un giardino che però, assieme alle finestre serrate rivelava il suo non essere abitata. Una targa d'ottone: Maristella.
Carenza si era fatto accompagnare da Citrone in ogni bar, non gli aveva permesso di aspettare fuori né di allontanarsi in nessun modo e non gli di certo sfuggita l'espressione dell'appuntato ogni volta che veniva tirata fuori la bottiglietta. Motivo per cui, di fronte al basso cancelletto di ferro della casa gli chiese:
"Ti hanno fatto entrare od aspettare sulla porta?"
"Mi hanno fatto aspettare fuori, ma la porta era aperta."
"E tu hai guardato dentro?"
"Sì."
"E dopo che ti hanno dato la lettera, che hai fatto?"
"Sono tornato in caserma. - ma lo sguardo di Carenza gli fece cambiare idea – Ho aspettato là dietro." si corresse indicando un vicolo.
"Ed hai visto che chi c'era dentro se ne andava subito dopo."
"Sì."
"Quante persone?"
"Tre uomini."
"E poi?"
Citrone stava cominciando a connettere pure lui. Preferì non mentire:
"Sono entrato..."
"Come?"
"Da dietro. C'è una finestra facile da aprire.
"Che ti sei fregato? Oltre questa..." e gli mostrò la bottiglia.
Citrone ne tirò fuori una identica, eccetto per i caratteri verdi dell'etichetta.
"L'hai fatta vedere a Leccese?"
"Me l'ha trovata lui..." e solo l'accenno ad un piagnucolio fece saltare i nervi a Carenza che partì con un pugno che Citrone scansò facendogli perdere l'equilibrio. Carenza finì riverso sul cancelletto e l'avrebbe scavalcato con una capriola se Citrone non l'avesse tenuto per la giacca che cedette sotto il braccio sinistro. Avevano tutte e due sentito lo strappo, non ci volevano credere, ma il brandello di giacca saltellante di Carenza era un fatto. Citrone con gli occhi chiedeva pietà. Adesso era pronto a prenderselo un cazzotto, due, fermo senza muoversi di un centimetro.
"Tu... - Carenza, ma non era lì per fare la macchietta. Perché finiva sempre così? – Muoviti, per amore di Cristo... " si tolse la giacca e la lasciò fuori sul cancello, che si apriva facilmente tirando un catenaccio senza lucchetto.
Entrarono, Carenza decise di fare le cose per bene e suonò il campanello. A lungo. Niente.
Suonò e bussò, la porta si rivelò aperta, appena accostata. Prese la pistola. Citrone fece lo stesso.
"Carabinieri!" forte Carenza, aprendo del tutto la porta. A parte il poco di luce dall'ingresso, dentro era tutto buio. Carenza si mosse cauto, cercando con la mano un interruttore ai lati della porta, lo trovò, ma non c'era corrente.
"Carabinieri!" stavolta Citrone, un rimbombo nella casa vuota e nell'orecchio di Carenza, che lo allontanò con una gomitata.
"Perché mi stai incollato?"
"Io..."
"Togliti.... togliti da dietro!"
Un po' perché non sapeva dove effettivamente collocarsi, un po' per recuperare con Carenza, Citrone avanzò per aprire un paio di finestre. Fu illuminato un soggiorno e le due porte che davano sulle varie stanze. In casa non c'era nessuno, almeno questo era sicuro.
"Allora?" fece Carenza. E Citrone gli indicò una vetrina in cui c'erano ancora delle bottigliette di liquore, oltre a vari monili e soprammobili. Il tavolo del soggiorno e gli altri mobili erano coperti da teli di plastica, la polvere ovunque spessa e scura. In un angolo, sempre sotto un telo, Carenza trovò dei quadri, stampe senza valore, poi ancora dei piatti in una scatola di cartone, cuscini, bicchieri avvolti in carta di giornale, altri soprammobili. Citrone guidò Carenza verso la finestra che gli era servita per entrare e che era in cucina ossia la porta a destra del salotto. In effetti pur sembrando perfettamente chiusa, si apriva con facilità ed una persona poteva passarci comodamente attraverso. Negli stipiti c'erano bottiglie di salsa, scatolame vario. Carenza controllò i fornelli, niente gas.
Il lavandino, niente acqua. La porta a sinistra dava su un corridoio stretto e lungo su cui si affacciavano quattro stanze. Due erano vuote, la terza ospitava tre materassi in piedi contro il muro e tre brande chiuse, la quarta si rivelò più interessante, piccola, più che altro un ripostiglio, ma lì c'erano l'interruttore generale della corrente, attaccato ad una presa un fornello elettrico con ancora su una caffettiera ed infine una tanica di benzina, piena a metà. Carenza alzò il coperchio della caffettiera, pure mezza piena. In un angolo una bottiglia d'acqua ed una pila di bicchierini di plastica. Tre usati in una busta di plastica. Fu raggiunto da Citrone che disse quello che anche Carenza stava pensando e cioè che lì c'erano state della persone che, se si erano fatte il caffè e non l'avevano finito, erano sicure di tornarci. La tanica di benzina poi, apriva determinate ipotesi su ciò che era successo la notte dell'incendio che era anche la notte in cui era morto Leccese. Carenza, o chiunque altro, non aveva modo di dimostralo e probabilmente non sarebbe servito, ma secondo lui le cose erano andate così: Leccese accompagnato da Esposito era venuto con l'intenzione di rubare un po' di alcolici, imbattendosi però in tre uomini intenti, al momento, a dare fuoco al comune ed a preparare chissà che altro, chissà perché. Leccese era un pezzo di merda, ma Carenza era sicuro che aveva sparato lui ai due per difendere Esposito. La terza persona era poi finita nel bagagliaio della volante e Leccese aveva fatto la fine che aveva fatto.
Una vendetta? Forse Leccese lo conosceva già da prima? Probabile la prima, molto improbabile la seconda ipotesi. Comunque finiva sempre con la certezza che Vitale fosse a conoscenza di ogni cosa. Certo sarebbe stato utile sapere quei due chi fossero, se i proiettili che li avevano uccisi venissero o meno dalla pistola di Leccese, ma Carenza e gli altri avevano potuto dare appena un'occhiata ai loro documenti prima che tutto fosse portato via da Vitale e dall'esercito che con lui era calato. Pistola di Leccese compresa e secondo Carenza se ci fosse al mondo un modo di tirare fuori un singolo ricordo come i semi da un melone, non avrebbero esitato a scavare dentro i loro cervelli fino a ridurli in poltiglia.
"Andiamocene. - disse Carenza, non valeva la pena prendere niente – Hai un pezzo di carta ed una penna?" chiese a Citrone che li aveva e chissà chi li stava cercando in quel momento. Carenza scrisse due righe e lasciò il biglietto sulla tanica. All'ingresso ordinò a Citrone di svuotare le tasche, ma:
"Non voglio niente da questi bastardi." si sentì dire.
"No..." concordò lui.
Recuperarono la giacca di Carenza, richiusero il cancelletto, le due bottiglie Inca Pisco finirono gettate in malo modo in giardino.


Tornati in caserma di Beldio ancora nessuna traccia e la mancanza di riposo era in tutti ancora evidente. Borraccia e Barca morti di sonno su delle sedie in corridoio, Balena ciondolava senza pace da una stanza all'altra e Di Gioia combatteva contro le proprie palpebre in sala operativa. Lupi se ne stava in cucina a guardare la televisione, senza volume, Valente stava girando con un cucchiaio un caffè che aveva già bevuto. Fu Carenza a togliergli la tazza vuota da sotto ed a richiamarli tutti per raccontare cosa lui e Citrone avevano visto, sperando di colmare almeno in parte il vuoto di memoria di Esposito. Che però fu attirato da tutt'altro e si affrettò a togliere il telecomando dalle mani di Lupi e ad alzare in volume al massimo. Era di qualche anno più giovane, ma il faccione che riempiva tutto lo schermo apparteneva ad una fotografia di Abbonante. Staccò ed ecco una conferenza stampa con niente meno che il Sostituto Procuratore, tre prefetti ed apparentemente un vice capo di gabinetto che istruivano le telecamere su qual'era e quale non era la verità. Alle loro spalle, come se si trovassero lì per caso, tutti riconobbero Vitale e Carenza poté apprezzare anche Maristella e suo padre. O forse era padre di tutti e due... Per quel che ne poteva sapere... l'idea di Maristella illegittimo e favorito lo fece sorridere. Il seguito dello spettacolo no.
"Il generale Carenza fornirà alcuni ulteriori dettagli..." annunciò una voce fuori campo mentre, in un'orgia di strette di mano, veniva fatto posto per il generale. Degli sguardi interrogativi, salvo quello di Lupi, si volsero a Carenza.
"Tua madre ti ha fatto dal culo!" Barca si coprì la bocca con le mani, troppo tardi, ma riprendendo così bene il pensiero dello stesso Carenza che lui stesso non poté fare a meno di annuire.
"Me ne ero già accorto, grazie."
"E io che mi lamento..." fece Di Gioia.
"Povero Cristo..." Balena
"Marescià mica te li puoi scegliere i parenti..." Valente.
Carenza intercettò lo sguardo di Lupi che pareva dire vedi? Siamo molto meglio di come stiamo messi male. Od almeno così credette Carenza
Tornarono ad Abbonante, l'Abbonante come lo chiamava il generale. L'Abbonante che aveva disturbi psichici, l'Abbonante che parlava con la defunta moglie distrutto dal rimorso di aver simulato l'incidente al fine di uccidere lei e l'uomo per cui lo aveva lasciato. E così via a frugare nel matrimonio di Abbonante, con primi piani virtuali della moglie che faceva la sirenetta sullo yacht dell'amante ingegner tal dei tali, un individuo furtivo e baffuto a ricostruire il maresciallo che sabotava (come?) il natante e la solita storia di issa esso ed il malamente che si concludeva con la tragedia in mare. Poco ci mancava che la platea di giornalisti applaudisse e chiedesse il bis. Di nuovo faccione di Abbonante ed una barca a caso, in mare, colpita dalle onde. Primo piano di culi sulla spiaggia. Di nuovo faccia. Passiamo al calcio.
Conoscendo suo padre, Carenza... conoscendo suo padre niente, in che cosa poteva essergli utile conoscerlo? Una vaga di idea di cose in cui avrebbe voluto vedere coinvolto uno con il suo stesso cognome e che invece non dava nessuna soddisfazione. Come poteva,questa informazione, aiutare loro, Abbonante o chiunque altro? Parentela a parte quell'uomo era un estraneo ed estranea, anzi aliena quella situazione. Che poi ci fosse un fondo o tutta la verità, che Abbonante fosse innocente o colpevole, non era quello il punto bensì chiedersi perché lo avessero tenuto in caldo tutto quel tempo e solo in quel momento deciso di tirarlo fuori.
Oggi era giorno di grandi rivolgimenti e rivelazioni? Vediamo di non essere da meno... Carenza si appellò a tutte le persone presenti in quella stanza, avanti, aiutatemi, secondo voi che sta succedendo, che dobbiamo fare, idee, proposte, impressioni, suggerimenti? Rischiava di sembrare un test attitudinale e così infatti fu recepito, precipitare tutti nello sconforto non era una buona idea, ma ci dovevo provare no? Si chiese Carenza. Hai perso un'occasione per starti zitto. Si rispose. Ed intanto Beldio non tornava... riprovò a chiamare Vitale, il numero stavolta risultava inesistente. Non restava che riprovare con suo padre, magari la soddisfazione di sentirlo strisciare lo avrebbe indotto a dargli aiuto... era la delusione che era? Perché non volgere la cosa a suo favore? Da quel punto di vista era un abilissimo stratega, quante volte per se stesso e per il mondo aveva preparato il giaciglio per i rimpianti, i rancori, le malinconie e non ne aveva approfittato. Fosse stata, la sua, come sosteneva suo padre, una posa decadente, al limite un capriccio, sarebbe stato più amato. Ed invece aveva voluto inseguirlo invece di farsi inseguire. Vediamo, si disse, se per una volta mi è riuscito il contrario. Non capiva il generale, continuasse a non capire. E non ammettere.
Rispose Maristella ovviamente.
"Passami papà." disse Carenza, intendendo così comunicare che puoi leccare quanto vuoi, ma il sangue, quello non puoi conquistarlo in nessun modo. Difatti Maristella si limitò a girare la telefonata. Sospiro del generale.
"Che vuoi?"
"Papà... - e dagli - ...ho bisogno di aiuto." disposto anche a piangere od a cantare o tutt'e due le cose.
"Che è successo?" e stavolta Carenza non ci cascava.
"Un collega è scomparso e Vitale sa dov'è e non lo dice. - e qui letteralmente cominciò a frignare - Gli ho detto che mi sarei rivolto a te e lui mi ha risposto che potevo fare come mi pareva e mi ha chiuso il telefono in faccia."
"Impossibile."
"Perché? Non ti ha detto che l'ho chiamato?"
Silenzio. Carenza si aspettò da un momento all'altro di essere mandato a quel paese.
Invece:
"Come si chiama questo collega?"
"Beldio."
"Ti occorre solo questo?"
Carenza si era lasciato per la fine il colpo da maestro:
"Non potremmo pranzare assieme una domenica?"
"Non lo so. - risposta pronta, troppo pronta – Devo vedere... non credo... ti faccio sapere. Ciao."
Carenza aveva avuto successo, sperò di non essere tanto fesso e sfortunato da svenire pure per quello, forse era l'unica volta che gli capitava. A casa sua, il generale – il servizio consegne aveva funzionato benissimo – aveva ben presente, pur avendolo distrutto, il biglietto che Carenza aveva lasciato a casa Maristella. Semplice, addirittura Spartano:
la prossima volta che ti vedo ti ammazzo.
Venti minuti dopo, Beldio telefonò in caserma. L'avevano portato a casa sua. Con chi o dove fosse stato fino ad allora non sapeva dire.
"Mando Cosaro a prenderti." Carenza. La notizia fu accolta da tutti con gioia e da Di Gioia in particolare, sembrò rinascere.
"Possiamo tornare a fare i matti." aggiunse. Ma nessuno parve sentirlo.
Meglio, perché non era loro destino stare tranquilli. Tornato Cosaro con Beldio, Carenza non ebbe tempo di chiedergli nulla. Un uomo sulla cinquantina, cinquantatré si seppe meglio poco dopo, si presentò in caserma dicendo di essere stato lui ad uccidere Sabbatino ossia lo Zoppo, il Sabbatino detto il Sindaco, di aver dato fuoco al comune e di aver aperto il fuoco sui due passanti (così li chiamò) e che no, non sapeva che questi ultimi fossero carabinieri. Non reggeva il rimorso per ciò che aveva fatto ed intendeva costituirsi. La sua storia reggeva: orari, modalità, l'arma del delitto. Le armi per l'esattezza. Un fucile ed una pistola.
"Le ho qui fuori, in auto." disse, ancora prima di dire come si chiamasse. Specchiato Michele ad ogni modo, professione? Elettrotecnico. Residente in paese? No, domiciliato da circa due mesi.
Incensurato? No, un precedente per violenza privata. Pena sospesa. Nient'altro?
"Sì, ho problemi con il bere."
In quanto al movente:
"Sabbatino mi ha rovinato, non solo me, molte altre persone. Ho perso tutti i risparmi in una cooperativa edile per la costruzione di prime case. Sabbatino, il pescatore? Ma quale pescatore? Era un prestanome. Certo che ho denunciato, ma non ho ottenuto nulla. Li ho uccisi come ho detto."
E l'incendio?
"Non so perché l'ho fatto. La benzina l'avevo con me. Il benzinaio può sicuramente confermare. I due hanno tentato di fermarmi e ho sparato."
Quindi questo tale andava in giro armato di fucile e pistola e munito per di più di tanica di benzina.
Ma si poteva credere ad una cosa simile? Carenza, da regolamento, doveva.
Scommettiamo che c'è posto pure per Leccese?
"Il maresciallo Leccese mi ricattava. Mi aveva scoperto. Quando ho visto una volante ferma di fronte al bar mi è venuta l'idea. Sono poi salite due persone... lei... - indicò Carenza – Ed un altro uomo. Ero nascosto nel portabagagli. Sono arrivato qui, ho manomesso la sorveglianza e ho ucciso il maresciallo Leccese. Sono fuggito subito dopo. Ecco la chiave del bagno..." e fuori la chiave dal taschino della camicia.
Il coltello sempre in macchina? Ma certo che sì.
Quella modifica alla serratura del baule?
"L'ho trovata così. Dove devo firmare?"
Carenza aveva in mente una serie di posti alquanto bislacchi per apporre firme in calce, ma di fronte ad una piena e comprovata confessione, c'era poco che si potesse fare. Un miracolo? Impossibile, ne aveva già uno di fronte. Il colpevole di tutto, l'arrendevole responsabile, vuole tradursi in carcere da solo? Ecco le chiavi, guidi lei, vada, vada pure, mille grazie.
"Quant'è alto lei?" chiese Carenza
"Come?" cos'è, pensò Carenza, la testa troppo piena della tua storiella?
"Quant'è alto lei?" di nuovo, Carenza
"Uno e ottantatré."
"Vista?"
"Ottima."
"Piuttosto in forma, nonostante il bere." davvero un bestione.
"Per fortuna..."
"Praticamente un carabiniere."
Ma per tutti i computer ed i casellari giudiziari, davanti a Carenza c'era Michele Specchiato che diceva di essere se stesso. Valente rilesse.
"Firmi qui." disse poi
Specchiato con lo sguardo sembrò dare una controllata pure lui.
"Ma è lei?" Specchiato a Carenza, porgendogli la solita fotocopia.
"Lasci perdere." quasi strappandogliela di mano.
Affidò a Valente e Citrone il compito di spedizionieri, desiderando disinteressarsi completamente del reo confesso sul quale, come una spirito inquieto, vedeva aleggiare la faccia di Vitale che in quel momento, ne era certissimo, si stava ammazzando di risate alle sue spalle. D'ora in poi nulla più riguardava lui o chiunque altro di loro, se mai avessero avuto un ruolo e non fossero stati unicamente una interferenza, meno, uno squittio di nessun senso e valore.
Dalla stanza di Valente, passò in cucina dove Lupi ammanniva caffè a tutti, ancora sfatti dalla nottata ad eccezione di un the verde preteso da Borraccia. Morivano tutti di sonno, Barca aveva appena fatto in tempo a spostarsi dalla sua sedia in corridoio a quella della cucina prima di cedere di nuovo, come anche Cosaro a braccia conserte sul tavolo. Esposito, a vederlo, non disdegnava una doppia razione di incoscienza non alcolica. Beldio era così a pezzi da non rendersi conto che il suo cucchiaino era caduto per terra invece di essere perfettamente parallelo al bordo del tavolo.
Meglio così, si disse Carenza, aveva bisogno di pensare e di farlo in silenzio.
Aveva occupato momentaneamente, almeno così si diceva, l'ufficio di Abbonante il cui ritorno era comunque altamente improbabile, se non già impossibile. Il suo alloggio... che si doveva fare con la sua roba, lasciare tutto com'era a mo' di mausoleo? Deprimente. Sgombrare tutto? Sempre più deprimente. Decise comunque che valesse la pena di dare un'occhiata, realizzando che in tutti quegli anni non ci era mai entrato, neanche per caso e persino Beldio aveva sempre rispettato il limite invalicabile rappresentato da quella soglia. Non era chiuso a chiave, che ci si fosse già avventurato qualcuno? Non avrebbe saputo dirlo. Accese la luce, passò attraversò la stanza per alzare la tapparella e poi la spense. Diede prima un'occhiata nel piccolo bagno, sapone, una confezione di rasoi usa e getta, schiuma da barba. Nella stanza il letto matrimoniale (ovviamente, si disse Carenza) ci stava a malapena, disfatto solo dalla parte su cui Abbonante dormiva. Sul cuscino, dal lato intatto, due fedi d'oro. Carenza lesse i nomi all'interno. Che Abbonante avesse fatto davvero ciò di cui era accusato ed il possesso della fede di sua moglie ne era ulteriore prova? Oppure lei poteva avergliela lasciata o gettata contro prima di andare via. Chissà e chissà quali prove avevano contro di lui.
Ci sarebbe pur stato un processo e Carenza sperò di avere la forza di seguirlo e magari essergli d'aiuto. Esaminò distrattamente il contenuto del comodino e poi dell'armadietto, biancheria intima, un paio di camicie, un completo, due cravatte, il cappotto... che sto facendo? Si chiese. Che ci faccio qui? Carenza aveva letto qualche libro e in uno di essi, non ricordava quale, l'investigatore si stendeva sul letto, in camera di uno dei sospetti (per incastrarlo? Scagionarlo? Bah!) e così facendo riusciva a catturare il particolare, a dedurre il fatto, ad inquadrare il dettaglio utile alla sua inchiesta. Fu tentato di provarci, ma ebbe paura che qualcuno entrasse e deducesse a sua volta che il maresciallo Carenza era partito completamente e si era convinto di essere il nuovo comandante della caserma. Che poi... c'era anche la possibilità che la prendessero bene... non rischiò. Si limitò soltanto a sedersi sul letto, a piedi, dalla parte disfatta... piuttosto scomodo, considerò molleggiandosi, non tanto il materasso quanto la rete... doveva essere proprio scassata... Carenza istintivamente si chinò per dare un'occhiata, il materasso risultava schiacciato contro qualcosa fra di esso e la rete. Carenza tirò fuori due plichi di carta bianca, pieni di soldi, molti soldi. Rovesciò il contenuto sul letto e ne contò ancora di più. Che ci facevano lì? Che ci faceva Abbonante con tutto quel denaro? Da dove veniva? Era una trappola? O un invito, contorto, di Vitale? All'investigatore del romanzo dimenticato non era capitato nulla di simile ed in ogni caso avrebbe saputo come comportarsi. Carenza no.
Un cerchio alla testa era l'unica certezza, in quel momento. Per un minuto, per molto più di un minuto in verità, pensò di prenderli, uscire dalla caserma come nulla fosse e sparire per sempre.
E non furono la sua coscienza o l'integrità o la morale o comunque la si voglia chiamare a cacciare via quel pensiero, ma Lupi che gli puntava contro la pistola, sulla porta. L'investigatore di cui sopra, l'avrebbe quantomeno chiusa a chiave.
"Ma come?" fu l'unica cosa che Carenza riuscì a dire prima che Lupi gli sparasse. Due colpi. Il secondo del tutto sovrabbondante. Ma senza astio. Niente affatto, di certo non per quell'uomo.
Carenza era caduto di lato, sul materasso e di conseguenza sui soldi, Lupi posò la pistola e lo scostò per raccoglierli. Fatto questo li portò in cucina per comodamente bruciarli, poco a poco, nel lavello e lavare via la cenere. Aveva tutto il tempo del mondo e non voleva ci fossero dubbi su di lui, su tutti loro. Borraccia possedeva una vera e propria farmacia, stipata nel suo armadietto e l'ultima riordinata di Beldio, gli aveva reso facile individuare ciò che occorreva per addormentarli tutti. Per loro un proiettile era sufficiente, ma per scrupolo controllò polso, battito, respiro. Proprio Borraccia sopravvisse qualche secondo in più degli altri, probabilmente gli avrebbe fatto piacere saperlo, se avesse potuto. Citrone e Valente dovette attenderli per un'ora o poco più, poco male, era calmo anzi sereno, meglio ancora, era felice. Poi arrivarono e l'unico modo di riuscire a sorprenderli era sulla soglia della caserma, mentre scendevano dalla volante. Citrone alla guida morì sul colpo, Valente provò a scappare e con suo rammarico Lupi dovette colpirlo alla schiena. Frugò nelle tasche di Citrone e trovò un cellulare. Lo prese e con quello tornò in cucina dove, lasciando cadere Beldio sedette al suo posto. L'unico dispiacere di Lupi era che Carenza, morendo, potesse aver pensato che lui avesse qualcosa che fare con quella brutta storia di cui, per qualche motivo, si affannava a cercare la soluzione. Non li riguardava, non poteva, come si faceva a non capirlo? Era una deviazione, una sofisticazione, un annacquamento e null'altro. Compose il numero di suo interesse e quando gli risposero, dopo tanto silenzio, la voce gli uscì sgraziata, soffocata, sembrava uno scherzo.
Difatti chiusero. Riprovò.
"Polizia." sentì dall'altra parte.