martedì 5 aprile 2016

Gli uomini morti 5 di 5 - Nessuno si farà male

Nessuno si farà male


"Sono sempre stata sboccata." - Bast


La strada serpeggiava in curve strette strette e schiacciate fra loro, sembrava un intestino e quindi intestineggiare doveva diventare una parola vera da usare. E brutta sorte augurò agli intestini di coloro che l'avevano tracciata aggirando cosa? Ogni sasso, ogni formica? Non riusciva davvero a capirlo. Eppure quella via era tanto vecchia da dover ispirare rispetto, far pensare a cose antiche e maestose e misteriose. Ma lei l'aveva percorsa troppe volte e sinceramente quella storia del mistero non aveva mai portato nulla di buono. Non si azzardava comunque a deviare e tirava dritto, seguendo il percorso senza mettere nemmeno la punta del piede fra la terra brulla e la poca gramigna che cresceva fra un giro e l'altro. Sempre per quella questione del mistero: non si sa mai.
Niente però la obbligava a tenere quel velo lungo che la stava facendo morire di caldo, la giornata bellissima di un cielo azzurro, sole alto, nemmeno l'ombra di una nuvola e soffi di vento intermittenti così tenui da non notarli. Se lo tolse, ne fece un fagotto e se lo mise sottobraccio. Andare a piedi costava fatica dopotutto e sulla via era vietato spostarsi in altri modi se non a dorso di mulo, asino, cavallo. Ma dove lo trovava un cavallo al giorno d'oggi? Fino a qualche tempo prima ce ne sarebbero stati molti a disposizione e magari qualche famiglia di contadini ne teneva uno apposta per lei e non si faceva domande quando spariva per poi tornare da sé dopo qualche giorno. Ancor più indietro ne avrebbe avuti di suoi, a centinaia, a migliaia come i suoi servitori, sacerdoti e sacerdotesse a loro volta con altri servitori, templi, botteghe, forge, stalle, campi, fiumi, città e persino un paio di stelle. Aveva avuto tutto questo, non che se fosse mai curata, ma oggi come oggi gli avrebbe fatto comodo per muoversi nel mondo. Per non parlare della magra figura che aveva fatto tentando di rimettere un morto o due al loro posto e cadendo come una sibilla di primo pelo nel trabocchetto di un vecchiaccio maledetto.
Bast doveva ammetterlo con se stessa: aveva perso la mano. Quello invece se ne stava sempre in agguato pronto a fregare chiunque ed in qualunque momento.
Stava per arrivare alla sua deviazione. Ogni tanto se ne apriva una e sperò che almeno imboccare quella giusta gli riuscisse ancora. Non l'aveva mai detto a nessuno, ma una volta aveva sbagliato ed era rimasta bloccata quasi cinquant'anni in una valle dove i fiumi scorrevano dalla foce alla sorgente e gli abitanti erano perennemente in guerra con delle sagome bianche che venivano da un bosco di alberi rossi e di fiori parlanti. Niente di eccezionale, ma quel posto era un labirinto. Avevano forse notato la sua assenza? Macché, non l'aveva cercata nessuno.
Le cose erano in rovina esattamente come le aveva lasciate. Aggiungendo che la via tendeva a contrarsi od allargarsi per contro proprio... ma con chi si stava giustificando? Comunque era piuttosto sicura di quale fosse la sua deviazione. Nessuna conferma finché non l'avesse imboccata ed ovviamente il mondo alle sue spalle cambiato e richiuso.
"Per tutti i cieli e vaffanculo." disse procedendo.
La fortuna le sorrise. Diciamo.
"Da quando sei così sboccata?" uno sterminato lastricato di marmo bianco ospitava una figura sola, nuda, di donna alata. Bast non riusciva a vedere i confini di quella piazza candida e luccicante, ammesso che ne avesse, in cui gli unici due punti fissi e di colore erano i capelli rossi di Bast e quelli neri che la presenza portava raccolti in complicate volute. Non aveva però alcuna difficoltà ad avvertire lo sguardo delle migliaia di occhi che aveva sulle ali. Il cielo era di un celeste chiarissimo e come intermittente, come non fosse sempre lì.
"Sono sempre stata sboccata. - disse – Solo che non avevo occasione di mostrarlo in pubblico. Posso avvicinarmi?"
"Vieni pure Bast."
"Basterebbe dire sì."
"In molti altri mondi è accaduto." rispose. Cominciamo bene, si disse Bast. Intrattenere con Vanth una conversazione essenziale era quasi impossibile. Del resto lo sapeva anche prima e senza bisogno di sondare ogni possibile mondo. Si avvicinò osservata da tutto ciò che lei aveva a disposizione. Non era una bella sensazione.
"Nessuno viene da me da molto tempo. Cosa vuoi?"
"E che fai allora? Te ne stai qui sola in mezzo a... qualsiasi cosa sia."
"Guardo... un po' qui, un po' là, avanti, indietro, ieri, domani, oggi..."
"Non mi dire... comunque è proprio per questo che sono venuta. Voglio che tu dia uno sguardo per me."
"Ah... aspetta..." Vanth batté le ali e si alzò di qualche metro, adesso stava sospesa sopra la testa di Bast e tutti i suoi occhi guardavano in una direzione dove Bast non riusciva a scorgere nulla, per un istante il cielo diventò più scuro, blu, quasi nero e Vanth era l'origine di quel mutamento. Tutti gli occhi batterono le ciglia nello stesso istante e tutto tornò come prima. Vanth a terra.
Le sua ali si rilassarono abbassandosi lungo la schiena.
"È morto un brav'uomo..." disse
"Ancora ti curi di queste cose?"
"A volte. Qualcuno ancora mi prega."
"Tornando a noi... ho bisogno di trovare qualcuno che scoperchia le tombe. Sai cosa in cosa mi sono impelagata recentemente?"
Gli occhi di Vanth brillarono:
"Anche tu ti occupi ancora di queste cose. Vedo. Ed anche malamente. Ma il mortale in questione sarà scomparso da molto tempo, prima che i piani di quell'individuo si realizzino. A meno che tu non voglia vendicare coloro che sono morti di recente..."
"Non voglio vendicare nessuno. Voglio solo sapere dove si trova quel bastardo."
Vanth scosse la testa.
"Si è nascosto bene. Altrove male. Sembra non essere da nessuna parte nell'universo, negli universi dove mi rifiuto di aiutarti ed invece lo troverai subito in quelli in cui ti accordo il mio aiuto. Per trovarlo dovrai usare modi più convenzionali, li hai usati ed hai fallito, li hai usati ed hai avuto successo. Poverina sei morta qui è là.... certo che ti ha preso in giro davvero bene... quando non sei stata tu a farlo."
"Qui Vanth, voglio saperlo qui e adesso."
"Adesso... Sto guardando cosa è successo in quella casa... hai veramente bistrattato quel poverino... non è colpa sua se ancora cammina... è anche stato imprigionato ingiustamente, è stato derubato del suo nome e dei suoi averi ed al momento sta scappando. Mi sembra la tua area di competenza Bastet. Qui ed ora è ciò che debbo dirti"
"Non cominciare per favore... "
"Vuoi sapere cosa succederà? Questo posso dirtelo."
Bast sbuffò, era davvero seccata. Tutta quella strada...
"Senti fammi uscire da qui e lascia perdere, non so nemmeno perché sono venuta."
"Per di là. Grazie della visita."
Una sottile linea dorata si disegnò sul marmo indicando la strada a Bast che si avviò accennando appena un saluto.
"Perché sei innamorata!" disse Vanth
"Di che parli?"
"Sei venuta da me perché sei innamorata."
Il dito medio di Bast forse Vanth non era riuscito a vederlo perché era di nuovo sulla via maestra. Ma lo sa, pensò. Se c'era un lato negativo nel sapere e vedere tutto doveva essere la conoscenza esatta di quante volte si viene mandati a quel paese.
Vanth sapeva anche che non c'era cattiveria nelle parole o nei gesti di Bast, povera, confusa Bast. Con una mano cancellò il cielo ed il piano marmoreo che aveva fatto per l'arrivo della sua visitatrice, per quanto possibile farla sentire a suo agio. Tornò dunque nel buio siderale dove miliardi di soli di miliardi di galassie formavano le scie impalpabili su cui camminava, la polvere e la nebbia che scuoteva dai capelli e dalle ali, i suoi occhi esaminandone ogni granello che era un mondo presente o da venire, vite e morti che erano, sono e sarebbero state. Poteva, allora, considerare le vicende di quella piccola terra, una sola fra gli innumerevoli piani degli infiniti regni, i crucci di Bast e le lacrime degli uomini? La risposta era sì, ovviamente, poiché il tutto non sarebbe stato completo altrimenti e vedere e sapere erano la compassione di Vanth. Bastet, una dea caduta, nemmeno lei sapeva esattamente da dove, che correva per le vie antiche ad interrogare le alte potenze, una foga di fuggire dal dolore, tale da far dimenticare o non voler ricordare di sapere già, che nessuna risposta poteva esserle data. Quell'uomo, il vecchissimo mago, Vanth aveva detto di non riuscire a trovarlo in nessuna parte dell'universo ed era vero, ma alla fine, alla fine dell'universo, quando tutto sarebbe morto e scomparso nel nulla, ecco, lì riusciva a trovarlo. Era in sua compagnia. Era riuscito o quasi, nel suo intento di arrivare per ultimo. Trasfigurato dalle ere in cui, in ogni modo, si era conservato, non era nemmeno lontanamente simile alla figura che ancora si immischiava nelle vicende degli uomini per rubare un poco di vita favorendo piccole e grandi ingiustizie, aprendo spiragli per mezzo dell'odio e della meschinità in una realtà da cui ancora dipendeva. Era quindi assurto ad un ordine di esistenza tale da poter contemplare per l'eternità il nulla eterno e Vanth gli sarebbe stata accanto assieme a pochi altri tanto antichi e grandi da non poter essere visti e più nessun giudizio si sarebbe potuto dare e più niente su cui intervenire, condannare o salvare, nessuna misura possibile perché anche il tempo sarebbe stato esaurito, esistere o non esistere due concetti, ricordi di concetti privi di senso.
Quando ogni stella si sarebbe spenta e il silenzio ed il vuoto riflessi uno nell'altro.
Vanth si era spinta fin lì nello stesso istante in cui Bast era ancora con lei ed in quello in cui era appena andata via ed in quello in cui sola percorreva la strada a ritroso ed in tutti gli altri.
Davvero Vanth voleva aiutare, la sua conoscenza la faceva sentire responsabile e triste per lei e per tutti, come era triste per i popoli che l'avevano cercata in lunghi ed oscuri viaggi nelle viscere della terra perché erano quelli i luoghi in cui si aspettavano di trovarla. Vanth allora guardò pure verso Cialledda, che probabilmente non sarebbe riuscito di certo a vedere come, l'essere nell'attenzione di una creatura strana e occhiuta, poteva essergli d'aiuto. Cialledda, vedeva Vanth, scappava.
Correva con tutto il fiato che non aveva in corpo e sempre troppo lento. Si doveva vergognare?
No, solo un cretino sarebbe rimasto lì a farsi crollare la casa addosso e la terra sotto. Odiava ammetterlo a se stesso, ma la sua intenzione era tornarsene a casa, dato che pur considerando tutti i guai che aveva già avuto, finché era rimasto al suo paese nessuno lo aveva messo in un sacco per cadaveri, sballottato qua e là in mezzo alle forme di formaggio, mangiato e vomitato, infilzato con radici che sembravano tentacoli di un polpo gigante e messo davanti all'evidenza che c'è chi può usare i morti a piacimento per fare i propri affari. Quindi, a questo punto, meglio tornare e magari studiare un piano migliore per eclissarsi che farsela a piedi e fermarsi dove capita. Stava cominciando a farsi schifo da solo. Non era poi nemmeno sicuro che lo avrebbero lasciato perdere dato che tanta gente di cui non conosceva nemmeno l'esistenza si sentiva in dovere di metterlo al centro ed al corrente dei propri affari. Uscire dal Buco del Culo non era stato così facile come entrarci ed aveva praticamente girato in tondo quasi tutta la notte. Da dov'era riusciva ancora a vedere il cimitero del Buco del Culo da un lato e dall'altro il carcere. Cialledda si rassegnò a prendere un autobus che passava dal suo paese, senza biglietto dato che non aveva un centesimo in tasca e che di campagne o qualsiasi altro posto che comportasse la presenza di animali o vegetazione ne aveva avuto abbastanza.
E fu così facile che non riusciva a crederci, piano piano, ad ogni fermata, le facce dei passeggeri cominciavano a diventargli familiari, ad un certo punto un tizio lo salutò e Cialledda sapeva di conoscerlo ma non aveva idea di chi fosse. Arrivò in paese poco prima dell'ora di pranzo e Cialledda realizzò, volendo tanto sputarsi in faccia da solo oppure chiedere a tutti i passanti di farlo, che era stato via così poco tempo che fra caparra, mesi anticipati e quelli versati, aveva ancora in affitto la casa. Aveva buttato le chiavi perché lì non si sarebbe presentato più? Macché, le aveva conservate e con cura persino. Il circondario lo guardava come se lo avessero visto la mattina prima, ma se ne erano accorti che era stato via?
"Ho visto tua madre ieri." una vecchia che passava con due buste della spesa, ma chi cazzo è? Pensò Cialledda, ma poi...
"Ah... ciao zia." per l'esattezza la moglie del fratello di suo padre, due uomini che non si erano mai potuti soffrire, affiancati e fomentati in questo dalle mogli. A quanto risultava a Cialledda però, lei era una delle pochissime persone che aveva speso mezza parola in sua difesa quando l'avevano buttato dentro. Una volta era persino andata a trovarlo. Da diverso tempo era divorziata e quindi, tecnicamente, non era più nemmeno sua zia. Il marito era morto, tre mesi dopo il divorzio, sotto un trattore che si era rovesciato.
"Io non ci tengo più di tanto." le disse poi Cialledda, facendo per andarsene, ma la zia o quel che era, sembrava intenzionata a dirgli qualcosa, almeno prima di cominciare a fare considerazioni e domande sul suo stato strappato ed impiastricciato.
Infatti:
"Tuo cugino sta a casa. Vienilo a trovare. Io gliel'ho detto che se ti incontravo te lo dicevo."
Cugino... neanche era nato che Cialledda stava già dentro.. che fosse venuto al mondo glielo aveva detto la zia durante quell'unica visita e poi una volta uscito, mentre blaterava le sue cazzate, la sorella di Cialledda gli aveva ricordato della sua esistenza e che si chiamavano nello stesso modo, con quella brutta abitudine di dare ai figli i nomi dei nonni. Il soprannome però se lo era beccato solo Cialledda.
"Quanti anni ha adesso?" chiese Cialledda che non se la sentiva di mandare a fare in culo la zia.
"Deve farne trentadue."
"Ah... bé... ho lasciato la casa che era un casino..."
"Vai, vai... ciao."
E con gli incontri sperò di aver finito. Sempre lo stesso cazzo di paese...
Qualcosa però era cambiato: le gru dei cantieri spuntavano da dietro ogni palazzo a perdita d'occhio, stavano costruendo davvero tanto ed il sottofondo non aveva accompagnato Cialledda da quando era arrivato, semplicemente perché molti operai dovevano essere in pausa. Eppure un martello pneumatico od un mezzo pesante, a tendere l'orecchio, li sentiva sempre. Se si volevano collegare al Buco del Culo, li avrebbero colti a braccia aperte.
Entrato in casa, superata una montagna di volantini compattata dalla pioggia davanti la porta, ogni cosa era come l'aveva lasciata e per fortuna, non essendoci mai stato del cibo, nessun ospite volante o strisciante. Che proprio non gli andava di mettersi a fare la disinfestazione, tanto più avrebbe preferito dormire fra gli scarafaggi e dati gli sviluppi recenti oramai c'era veramente poco che riuscisse a dargli fastidio. Dovevano esserci dei vestiti da qualche parte.... ne trovò e si cambiò dando un'occhiata all'effettivo stato del suo corpo e specialmente del suo petto. Essere infilzato non è notoriamente una cura estetica. Non veri buchi, anzi la carne si era richiusa un poco, ma come dire.. cercò le parole Cialledda... proprio a cazzo. E poi la pelle si era ingrigita ed a chiazze scurita, sembrava il guscio di un'ostrica ed al tatto era dura nello stesso modo. Se prima la speranza di una scopata c'era, gratis si intende, adesso o si spogliava solo a metà oppure... Cialledda fu assalito dal terrore, ma per fortuna attorno al suo uccello le cose erano piuttosto normali. Il televisore pure era rimasto ad aspettarlo e lui prima di andare via non aveva di certo pensato a venderlo o regalarlo.
Per fortuna.
Il telegiornale cominciò nel momento stesso in cui una forte fitta alla testa quasi lo piegò in due. Passò subito e Cialledda si peritò pure di controllare di non avere qualche presa d'aria supplementare o qualcosa incastrato e di altrettanto ridicolo. Niente. Stava bene. Bene? Ma chi voleva prendere per il.... ma che due... enormi... e non riusciva ad allargare le braccia tanto da rendere chiaro, almeno a se stesso, la dimensione delle palle, giganti e stratosferiche palle che si sentiva rimbalzare a yo-yo e all'infame, non appena si distraeva un attimo. E guarda dove mi sono venuto a chiudere... poteva servire? Un paio di giorni? Ma anche non servire affatto... che ci fosse una qualche specie di sbirro coinvolto (in cosa poi?), era chiaro, ma non era di loro che si preoccupava. Il vecchio e quella strana donna non avevano avuto alcuna difficoltà a trovarlo ed erano loro ad avergli fatto passare il peggio. L'aveva scampata la prima volta, ma una seconda, perché ci sarebbe stata, non era sicuro di essere altrettanto fortunato. Come aveva fatto ad uscirne? Questo l'aveva capito bene perché, nonostante fosse ormai palese che si trattasse di soprannaturale, incantesimi, fatture, malocchio e cioè cose di cui Cialledda non sapeva niente e non voleva saperne; dalla vita aveva imparato che quando ci sono troppe teste che non vanno d'accordo e troppa carne al fuoco, ognuno pesta i piedi dell'altro senza riuscire a combinare altro che un grandissimo casino. Così, sempre le stesse teste, si riscaldano sempre di più e chiunque si trovi nei paraggi paga per cose che non lo riguardano nemmeno lontanamente. Oppure riesce a districarsi come aveva fatto lui, ma Natale viene una volta sola.
Ecco come la vedeva Cialledda e sapeva di aver ragione. Come aveva detto il vecchio? Che lui era un incidente? Quanti altri proiettili vaganti c'erano ancora? A fronte di tutto ciò, in agguato, c'era la domanda che Cialledda aveva avuto la bruttissima idea di porsi e rispondendosi quasi si era sputato in faccia da solo. Se ancora respirassi, se tutto fosse normale, la mia vita sarebbe migliore? Veniva quasi da ridere per quanto ovvia era la soluzione del problema. No. Ma per niente, ma nemmeno in sogno... Della sua vecchia vita, l'unica comodità era la consapevolezza (una fesseria, ora lo sapeva) di potersi togliere davanti. Ed infatti aveva fatto l'impiccato, in carcere. Ma ora, come prima di appendersi, Cialledda si sentiva di fottere, di fare un favore ad un mucchio di gente, veramente tanta e di cui non conosceva nemmeno una faccia. Motivo per cui, oggi, non tentava di tritarsi da qualche parte o diventare una specie di marmellata spalmata su un marciapiede o cuocersi a scottadito.
Questo suo insistere ad esserci... che ancora non poteva escludere essere nei conti di qualcuno imboscato a rigirarsi i pollici e ad aspettare che altri facciano tutto al posto suo. Pensieri che lo confondevano, lo ubriacavano, non erano cosa sua... ma non riusciva a mandarli via.
Che bordello... a cui si aggiunse il campanello ed il dito di chi stava suonando doveva essersi fuso con il pulsante. Suonata da sbirri, quando suonano. Nell'ondata di incazzatura e depressione in cui Cialledda aveva avuto voglia di scassare la testa a chiunque, compreso se stesso e sparare a questo, a quello e pure a quell'altro, aveva glissato sul fatto di essere disarmato e con la mente corse ora alla sua stanza del Buco del Culo ed a quella pistola fregata ai carabinieri e che tanto aveva insistito per tenersi. Si accontentò di un posacenere di vetro pesante. La scampanellata si interruppe per un istante, poi riprese. Chiunque fosse aveva cambiato dito.
"Chi cazzo è?" gridò Cialledda. Ci fu effettivamente una risposta, ma non riusciva a capire niente, da dietro la porta si continuava a parlare, come se la persona avesse la bocca piena.
"Ma che..." fece, con l'intento di spalancarla pronto a colpire.
"Suu io!" distinse stavolta ed era sicuro di aver capito bene.
Fece come aveva deciso e la mano armata di posacenere rimase sollevata, Cialledda era troppo stupito per pensare a coordinare i propri movimenti. Il tipo che aveva di fronte, da un lato gli ribadì quanto misera fosse la vita e dall'altro, proprio per questo, era felice di vederlo trattandosi dell'unico amico che avesse mai avuto. Uno che, se si faceva il suo nome normale, nessuno sapeva chi fosse, ma se invece si chiedeva di Papà Non Vuole, allora lo conoscevano tutti.
"CialleDeDedda!" disse. Guardare in su gli riusciva difficile gobbo com'era e pure nano ed il braccio destro l'unico che gli funzionasse. Il sinistro aveva una mano piccolina, come quella di una bambola, stretta a pugno e con solo pollice e indice capaci di muoversi appena. Da queste parti si ostinano ad accoppiarsi fra parenti.
"Quando sei uscito?" gli chiese Cialledda
"Due settiGHEGHEmane fa. - Papà Non Vuole entrò, aveva una borsa a tracolla – Ti ho venu venu venuto a acchiare subito ma ma noncici stavi." di capirlo, negli anni, ormai Cialledda lo capiva.
Di solito c'è chi balbetta, fischia, spernacchia... Papà Non Vuole faceva tutte queste cose ed in più infilava suoni che non c'entravano niente all'interno delle parole. Parole di un italiano misto a dialetto a sua volta italianizzato e mescolato con sue nuove creazioni. Ma quando si doveva far capire, Papà Non Vuole ci riusciva pure troppo e nonostante il modo in cui si presentava alla vista, non era un tipo da scherzarci. Lo aveva pur sempre conosciuto in galera, dove era finito a ventidue anni per omicidio, per doverne uscire poi a trentasei, ma solo perché non erano riusciti a condannarlo per tutti gli altri che aveva commesso. E che si sapeva benissimo fosse stato lui. Bastava chiedere. Anche se Papà Non Vuole era affezionato alla definizione di legittima difesa, che da un certo punto di vista reggeva se non si fosse trattato in realtà di regolamenti di conti quasi inevitabili in quelle che erano le sue principali attività dallo spaccio alla truffa ai furti d'auto alle rapine... Ma con Cialledda aveva legato, per quanto semi comatoso fosse il suo stato e peggio ancora di davvero innocente. Era per merito di Papà Non Vuole che Cialledda non veniva infastidito, storpio, nervoso, sempre armato.
Lo sapevano tutti dall'ultimo arrivato al direttore, ma bastava ignorarlo allora e miracolosamente spariva.
"Com'è che che che stai?" Papà Non Vuole, gettando la borsa per terra e trovandosi una sedia.
"Vuoi il riassunto o è tanto per dire?"
Quella sulla sedia era una vera e propria arrampicata, anche perché la gobba a sinistra la faceva pendere sempre pericolosamente da quella parte. Ma il braccio buono di Papà Non Vuole era forte e tutto un muscolo.
"Vai!" disse a Cialledda, mettendosi comodo.
Cialledda gli fece un resoconto dettagliato, curioso di vedere come Papà Non Vuole prendesse il fatto di parlare con il morto. Dimostrazioni pratiche? No. In realtà la notizia fu accolta con la stessa espressione di rassegnato sovrappensiero, come se Cialledda gli avesse comunicato che il prezzo delle zucchine era di nuovo aumentato.
"Ah.... - fece Papà Non Vuole – Ma io l'ho ho ho seSESEmpre saputo che eri strano." e data la provenienza dell'affermazione a Cialledda venne da ridere.
Ed alla fine del racconto:
"Ma ma mandali a cacare questi cri - cristiani di merda! Mò MOMMO' ci penso io a te!" e con un solo movimento si piegò ad afferrare la borsa ed a spingerla verso Cialledda che la aprì. Dentro c'erano dei soldi, una decina di cellulari, un bel pugno di catenine e filetti d'oro e due pistole.
"O – O - Oggi è FeFEFEsta che è! Festeggiamo il mio lallà il mio compleanno!"
"Trentasei anni eh? - Cialledda – Sono arrivati..."
"Che che cazzo staii adire? Ne fa fa faccio trettrè trent trentadue?"
"Sconto di pena? Indultino?" già le campane cominciarono a stonare
"No." decisamente a stonare, proprio assai...
"Papà..."
"Che c'è?"
"Non è che sei evaso?"
Una mosca provò una picchiata sulla faccia di Cialledda che la scacciò con la mano. La mosca non ci riprovò ed andò a posarsi contro il vetro di una finestra, lo scalò di qualche centimetro, cadde, di nuovo su, giù ancora. Finalmente lasciò perdere e passando alta sopra le teste dei due si infilò nel bagno che Cialledda non aveva mai usato e trovò un'uscita attraverso la ventola che Cialledda non aveva mai azionato. Oltre la mascherina tonda di plastica bianca, zampettò per qualche centimetro e fu fuori. E da lì in poi di nuovo padrona della propria esistenza. Il vecchio aveva visto e udito abbastanza. Nel proprio spazio, inspirò dalla bocca e ritrovò forme e consistenze, non aveva bisogno di procedere oltre per il momento. Si era anche reso conto di non essere l'unico osservatore, aveva avvertito una presenza talmente grande da rischiare di essere ignorata e di essere confusa con una assenza, allo stesso modo in cui si ignora e trascura il fatto che il mondo esiste, mentre ci si vive.
In ogni caso, non poteva dire altro se non che non fosse necessario il controllo di altre creature grandi o piccole. Anche lui, a suo tempo, avrebbe espanso la propria coscienza per ottenere lo stesso risultato... Intanto, certamente, il fenomeno doveva avere una relazione con l'intervento di Bast.
Chi era andata a scomodare che corrispondesse a quel, seppur sommario, profilo? Gli vennero in mente molti nomi che altro non erano che, appunto, nomi e molti modi in cui e da cui Bast si era di certo vista rifiutare qualsiasi aiuto. Inevitabilmente. Da parte sua, il vecchio le aveva dato una dimostrazione blanda, estremamente blanda, per darle ad intendere l'opinione che aveva sul suo intervento, non era una minaccia, non aveva alcuna intenzione di essere irriguardoso nei confronti della dea. Più che altro un promemoria, una postilla. Lei non aveva nulla a che fare con qualsivoglia vicenda accaduta o prossima e (per capriccio?) quello di Bast era un contestare le condizioni di un contratto trasparente, accettato da ambo le parti ed in cui lei non era menzionata esplicitamente o implicitamente che fosse. Fra l'altro mettendosi da sola nella condizione di essere unica origine di tale resistenza e principale ostacolo alla stessa... al limite il vecchio sarebbe stato anche disposto ad accontentarla se solo gli fosse stato dato di comprendere in che modo ed a che riguardo.
Cosa mai poteva volere Bast?
Bussarono alla porta alla sua sinistra, il notaio entrò reggendo cappotto e cappello.
"È già ora?" chiese il vecchio
"Vuole posticipare?" il notaio
"No. Andiamo pure."
Il notaio lo aiutò ad alzarsi, infilarsi il cappotto, mettere il cappello.
"I guanti. Li hai portati?"
Li aveva portati. Il vecchio li teneva così, senza infilarli, un suo vezzo, ne aveva ancora qualcuno. Uscirono, sempre dalla sinistra, su un pianerottolo con ringhiera. Il notaio assistette la seduta del vecchio sul monta-scale elettrico, ne seguì la discesa e lo sorresse all'arrivo. Restavano pochi gradini che portavano in un cortile interno ed all'auto. Facendogli il notaio anche da autista, lo fece accomodare sul sedile posteriore. Poco dopo partirono. Il cellulare del notaio suonò, il passeggero strinse i denti scoprendo le gengive come per un sapore molto amaro.
"Sì. - disse il notaio al telefono – Il professore sta arrivando. Di niente. A lei..."
Percorsero il paese di taglio, allontanandosene subito, il notaio evitò una buca, ma lo scossone fu comunque avvertito ed il fastidio del Professore niente affatto celato. Il notaio ricevette un tocco del pomolo del bastone, una pressione sulla testa, simbolica, ma chiara.
"Chiedo scusa." il notaio guardando nello specchietto retrovisore. Il Professore appariva come un uomo anziano con una corta barba bianca, leggermente stempiato, che conservava una sfumatura di grigio. Diverso dalla figura esile e glabra che aveva fatto entrare in auto. Ci aveva fatto l'abitudine, se così si poteva chiamare. Imboccarono una complanare ed il tragitto fu libero e spedito fino alla rampa che li immise sulla statale più trafficata. Di lì a poco si offrì loro lo svincolo per un altro paese che costeggiarono, potendo osservare un corso principale ostruito da lavori in corso, gran suonare di clacson, martelli pneumatici. Il notaio entrò nel centro abitato per piegare subito sulla sinistra lungo una strada solo in parte asfaltata che scorreva alle spalle di una fila di palazzi. Qui l'auto rallentò di molto ed ancora di più immettendosi lungo una percorso stretto, costeggiato da vigne spoglie e alberi d'ulivo. Qualche metro ed entrambi riuscirono a vedere il profilo della casa verso cui erano diretti. Di nuovo a destra, una leggera salita ed arrivarono all'ingresso, un cancello automatico di acciaio dipinto di verde che rendeva impossibile guardare all'interno. La casa aveva tre piani e dal balcone del più alto doveva potersi facilmente sorvegliare il paese. L'edificio, di forma squadrata, di costruzione recente, battezzato di un color senape che il vecchio avrebbe trovato sgradevole se certe cose ancora lo avessero toccato. Il notaio pensò di avvertire con un colpo di clacson, ma fermò la mano a mezz'aria e preferì scendere e suonare. Due telecamere lo osservarono. Fu aperto ed il cancello rientrò sulla destra rivelando uno spiazzo abbastanza grande da ospitare diverse auto, il notaio ne contò quindici, dieci scure e lucide più due volanti dei carabinieri, due di polizia, una di vigili urbani. Le uniformi, gli autisti ed alcuni altri uomini attendevano in macchina. Il notaio fece scendere il Professore ignorando quella piccola folla ed entrò con lui. Dentro, i mobili erano tutti coperti da lenzuola, ma nessuno di loro due era interessato ad altro che all'ascensore che li portò di sopra. Usciti in corridoio, due uomini ben vestiti ed armati gli indicarono una porta che il notaio aprì senza bussare. Erano al terzo piano. Entrando, il Professore notò di aver avuto ragione circa la visuale che si offriva. C'era anche un tavolo e uomini seduti attorno ad esso. Si alzarono tendendo mani ed il notaio le strinse in vece del Professore che trovò la sua via verso una poltrona in un angolo della stanza, continuando ad ignorare i presenti e formulando, per un gusto che si sarebbe potuto definire sportivo, un giudizio estetico per quell'ambiente composito di neon e cromature a fronte di paccottiglia dorata e pareti rosa antico. Sedette e finalmente sembrò notare gli altri, come se fossero apparsi solo in quel momento. Il notaio era stato fino ad allora l'unico fra quella marmaglia a cui era stato concesso di incontrarlo e per l'iniziativa che costui aveva dimostrato, il Professore lo aveva ritenuto passabile al fine di servire e come servo ora viveva. Gli ulteriori individui, però, avevano insistentemente chiesto di fare la sua conoscenza e considerando la sua lunga solitudine, da sempre avversando il sussiego eremitico, il Professore aveva deciso di manifestarsi.
"Mi vedete." disse con sincero intento di incoraggiarli. Sapeva benissimo che le loro menti non erano adatte alla sua presenza. Solo quel Bordiga era stato una piacevole eccezione, una innata capacità di scrutare nell'abominio, un talento non coltivato ed addirittura sprecato. Uno dei presenti cercò di prendere la parola, il Professore vide una scia traslucida che li attraversava tutti unendoli come grani di un rosario. Era il massimo dell'esultanza che la poca luce delle loro anime poteva produrre e che allo stesso tempo anelava a barlumi altrettanto tenui ed affini nello sconcerto per ciò che era stato ottenuto. Niente di più lontano dal pentimento o da un generico ed istintivo ritrarsi, solo l'incredulità di aver avuto e subito e tutto e che blandiva la consapevolezza di poter ottenere di più, ancora di più e che al contempo mai nulla sarebbe mai stato in loro potere, nemmeno, all'ultimo istante, rifiutare. Alla fine uno di loro parlò, un banchiere, se il Professore giudicava correttamente come di fatto faceva.
"Noi... - mormorò recuperando poi voce - ...siamo molto soddisfatti."
"Lo so." il Professore
"Se vuole finalmente dirci quanto..."
"Non cerco il vostro soldo. Tutto a tempo debito."
"Quindi..."
"Riceverete al più presto quanto vi ho ulteriormente accordato. Nel frattempo il notaio vi fornirà un elenco di persone che desidero vengano uccise nel momento, nel modo e da chi ho stabilito. Anche un solo errore vi perderà tutti. Definitivamente."
Il notaio consegnò effettivamente una lista scritta su ciò che a tutti gli effetti risultò una pergamena consunta e resa fragile dal tempo, dal molto tempo passato da quando era stata vergata. Dopodiché aiutò il Professore a rialzarsi e fecero a ritroso il tragitto fuori da quel luogo. Rimasti fra loro, i dieci uomini si spartirono i nomi di quella lista che alla fine risultarono tre per ciascuno. L'unico ad aver parlato, il banchiere, fu il primo ad andarsene. Seguirono un gruppo, due alti burocrati con altri due che una volta erano costruttori, ma che al giorno d'oggi loro stessi avrebbero difficilmente potuto dire cosa in effetti facessero. In ogni caso lo Stato riteneva di scortarli o loro lo pretendevano.
Si fermarono ancora un poco due potenti avvocati ed un importante magistrato, ma solo per consigliarsi con gli ultimi, uno dei quali possedeva quel posto e che capitava dovesse essere difeso e giudicato proprio dai suoi amici. Alla fine andarono via tutti ed il padrone di casa rimase solo a pensare a come rimodulare i propri affari correnti in base all'esigenza di soddisfare le richieste del Professore. Che doveva essere necessariamente esaudito perché lui poteva dare e lui poteva togliere. L'uomo non aveva voluto crederci, all'inizio, ma il Professore aveva predetto la morte dei Petraforata ed era avvenuta, aveva promesso terra nuova su cui avventurarsi quando ciò che c'era sarebbe stato spazzato via ed era accaduto. Aveva poco innanzi annunciato che altro sarebbe venuto e quindi non restava che aspettare.
Ed obbedire.
Se i presenti a quella riunione avessero parlato d'altro che dei loro affari, se qualcuno avesse confessato che, nella solitamente ferma volontà di perseguire il proprio interesse qualcosa si stava facendo strada ed era molto simile alla paura, forse gli sarebbe capitato di interrogarsi sul perché le descrizioni che avrebbero potuto fornire del Professore fossero tutte discordanti. Uno di loro aveva visto un uomo sulla sessantina un po' sovrappeso, un altro un vecchio decrepito dal volto segnato da efelidi, chi un energumeno dal viso duro e la pelle scura, chi un signore ben pettinato dalla barba grigia, qualcuno aveva riscontrato una somiglianza eccezionale con un parente o un genitore, qualcuno aveva visto altro ancora. E forse ci avrebbero guadagnato in considerazione.
Non trovò invece strano, il notaio, che il Professore si accasciasse sul sedile a metà del tragitto.
Si fermò quindi in un viottolo sterrato, scese ed aprì lo sportello posteriore. Prendendolo dalle gambe distese il corpo sul sedile e così lo tirò fuori dall'auto senza curarsi che sbattesse la testa. Una volta deposto sul terreno, lo afferrò per le spalle e così lo trascinò per un paio di metri lontano dall'auto per avere libertà di manovra. Fece appena in tempo perché non gli si disfacesse fra le braccia imbrattandolo di una poltiglia sanguinolenta che cominciò a fumare per poi avvampare in un fuoco alto e accecante. Dal sedile posteriore recuperò il bastone e se lo mise accanto davanti.
Risalì in auto e partì. Il Professore aveva detto che si sarebbe mostrato, non che sarebbe stato lì.
In quanto a Vanth, a congiungere quanto appena avvenuto con ciò che sarà od era già stato, nulla di nuovo veniva aggiunto o tolto. Di cero Bast non aveva la minima idea di con chi avesse a che fare. Vanth invece sì. Congiunse le mani per racchiudere l'oscurità degli spazi lontani e spiegò le ali affinché un vento soffiasse disegnando l'aria e l'aria si frangesse su fronde mosse che nacquero dal suo sguardo ed una piccola porzione di cielo divenisse orizzonte ed i capelli le caddero lunghi sulle spalle, le ali ripiegandosi esplosero in mille nastri che la avvilupparono per essere la sua veste, gli occhi ora pietre rosse ed azzurre che riflettevano la luce ad ogni movimento. Vanth preferiva ricevere così. Il suo ospite, se così poteva chiamarlo, era di un certo riguardo.
Due in un giorno. Doveva esserne contenta?
Non veniva dalla strada maestra né da nessuno dei grandi canali di vite e passaggi che sempre gli stavano stretti. La maggior parte degli equivoci, con lui, nascevano proprio da lì. Ogni cosa, per quanto grande e inestricabile sia, tende a stratificarsi, a volte è un bene a volte un male altre ancora né l'uno né l'altro. Ogni creatura vivente, ogni essere, ogni coscienza, fa così esperienza del proprio vecchio trombone, incarognito, secco e privo di senso dell'umorismo. Le eccezioni confermavano la regola, luogo comune, ma del resto come agiva lui se non per luoghi comuni? Ogni cosa che ha un principio ha una fine. Un altro di quelli famosi. Oppure: si nasce, si vive, si muore, fra i più contestati, ma formulato in buona fede. Come in buona fede si stava avvicinando a Vanth, anche lui usando cortesia, essendo il regno di Vanth piuttosto vago e senza confini esattamente come in fin dei conti lui stesso era... e tecnicamente, si disse sorridendo, non c'è nessuna parte da dove io possa giungere e nessuna dove possa andare, dato che sono già ovunque anzi, Ovunque sono proprio io.
Ma vuoi vedere che mi sono preso per fesso da solo? Possibile.
Vanth aveva modellato una foresta temperata, di quelle di tanto tempo fa... o quelle o tropici primordiali, chissà perché la gente era convinta fosse fissato con quel tipo di paesaggi.
Apprezzava ovviamente il gesto.
Presso un ruscello sedeva Vanth, bagnando i piedi nell'acqua che scorreva lenta, circondata da farfalle blu screziate di oro e scarlatte con lunghi strascichi lucenti. Ma la foresta era silenziosa, lei aveva sempre preferito i colori ai suoni. Ma bisognava dirlo ed infatti lo disse, comunque Vanth si presentasse:
"Mi sei riuscita veramente bene..."
Vanth vide una bambina dalla pelle scura, nuda e scalza. Le forme che lei stessa aveva predisposto reagivano a quella presenza e dove posava i piedini non stavano più assieme. La bimba le sorrise tendendogli la mano, Vanth la prese e se la sistemò in grembo facendole sfiorare appena l'acqua. Si sentiva contenta e non era la sola a saperlo. C'era stato un tempo in cui anche Vanth aveva avuto figli e figlie, aveva gioito, aveva sofferto, era stata respinta e abbandonata, aveva abbandonato e ferito, era stata stanca, pigra, ubriaca o furiosa. Persino lei, in fin dei conti, dopo che un mondo si era ritirato smettendo di tingerne un altro ed esso aveva rivelato che appunto restava solo ciò che non poteva essere lavato via; persino Vanth aveva bisogno di vedere qualcuno di persona. E probabilmente, che si trattasse dell'Onnipotente creatore di quell'universo, toglieva qualche piacere che piuttosto si fosse trattato di un viandante qualsiasi, con un lungo cammino alle spalle ed altro davanti per attendere ai proprio affari o senza averne alcuno.
"Voglio la tua opinione personale su quell'uomo." si sentì chiedere Vanth, ovviamente colui che Bast stava cercando.
"Io posso vedere e quindi necessariamente anche tu. Bastet è venuta a chiedere di eventi che la riguardano ed altro non potevo dirle: che la riguardano."
"Sì, ma non è la tua opinione personale. Ti spiace per lei? Pensi che quell'individuo vada fermato? Vorresti farlo tu?"
Il futuro, come Vanth lo aveva visto, cambiò di poco ma cambiò. Solo la fine restava identica, certa e immutabile.
"Che senso ha allora? - chiese – Agire..."
"Che senso ha non farlo? Mia piccola dolcissima Vanth... cos'è questo luogo? Non ti accorgi di essere triste? Ti stai assumendo un carico che non è fatto per te, tutta questa divinità è troppa e troppo patita. Non ho inteso fosse così... lo sai perché sei triste? Perché puoi sentirti responsabile. Vai via di qui, la via maestra non ha fine ed è indifferente. E tu ti sei arenata in una delle sue pieghe."
"Sei venuto a dirmi questo?"
"Cos'altro potrei dirti?"
Vanth gli accarezzò la testa e poteva sentire calore, peso, respiro, un cuore battere.
La bambina gli mise le braccia al collo.
"Non mi aspettavo che tu vedessi ogni cosa così lontana. - sussurrò – Così insignificante... faccio per dire... so che ci cascate tutti e anche la nostra Bastet ricordi? Sono io che decido se qualcosa è insignificante e ho già stabilito che nulla lo è. Tu non puoi vedere oltre quello scuro abisso, quando anche tu ti spegnerai assieme a chiunque sarà rimasto e poi toccherà a me e nemmeno io posso andare oltre, quando qualcos'altro prenderà il posto di ciò che è stato ed una eternità sostituirà un'altra.
Potrebbe mai, tutto questo, essere insignificante?"
"Forse non lo ricorderà nessuno."
"E perché mai dovrebbe? Quale povero disgraziato si potrebbe riempire la testa con tutte queste cose? Andiamo... quanto potrebbe sopportare? E tu? Non ti senti pesante più di un milione o diecimila o mille o cento o cinque anni fa o di ieri?"
"Sono sempre la stessa."
La risata della bambina fu così limpida che Vanth non riuscì a trattenere un sorriso.
"Chi ti ha detto una fesseria simile? Quell'aria di sufficienza poi... sono sempre la stessa gne gne gne... siete tutti piccole vite in un piccolo mondo in un piccolo universo in un piccolo infinito... realizzalo ed arriverai più leggera quando sarà la tua ora. Non ho altro da dire."
Vanth allora la prese per le braccia e cominciò a giocarla dondolandola, bagnandole i piedi in acqua su e giù ed entrambe ridevano di gusto di quell'altalena.


"E si finisce sempre a parlare di politica..." - Ermanno Maier


Bast, tornata fra gli uomini, non aveva trovato niente di meglio da fare che entrare in un bar, sedersi a un tavolino ed ordinare. Il luogo era affollato e stava crescendo un certo malumore per le ordinazioni a rilento, barista e camerieri intenti com'erano a servire lei. Stavano lavorando d'immaginazione e la cosa riusciva anche bene, Bast riceveva un cocktail nuovo ogni qual volta il suo bicchiere era vuoto ed uno dei camerieri era corso fuori per poi tornare con un paravento a fiori coloratissimi per farla stare più tranquilla. Erano anche cominciati ad arrivare dei doni, uomini e donne, ma soprattutto bambini venivano a lasciare qualcosa ai suoi piedi. Cioccolatini, soldi, fiori, giocattoli, gioielli... quando era di cattivo umore, di solito, l'essere adorata, per un pochino, la aiutava. Ma erano piccoli capricci, altre volte pene d'amore, oggi era il sentirsi impotente. Di amore sempre si trattava, di una delle condizioni peggiori dell'amore. Quindi non poteva starsene lì ferma a rimuginare od a sperare che le cose si risolvessero da sole o che Vanth, in qualche sua considerazione estranea ad ogni luogo ed ogni logica (o imparentate con tutte e due per ciò che poteva valere), cambiasse idea e si decidesse a dirle qualcosa. Per se stessa, Bast poteva dire di averci provato, a giocare pulito cioè senza rischiare, magari, anche per chi non aveva diritto di coinvolgere. Ripicca? Poteva essere. Ma lasciava a Vanth il dilettarsi in simili considerazioni ammesso che ogni tanto ritornasse con i piedi per terra, una qualsiasi, quando e dove voleva, purché solida.
Si chiese come facesse per pisciare... lo stadio a cui era arrivata Vanth era il corrispettivo, per le dee, di diventare, essere e fermamente restare zitelle. Si dimenticavano prima di mangiare, poi di bere e di conseguenza non avevano più funzioni corporali. Bast non era ancora su quella strada, forse aveva rischiato... ma no, mai! Si disse.
Si giurò.
Nel frattempo le avevano portato una coppa di vetro trasparente il cui contenuto alternava strati di frutta fresca ad altri di panna con un fondo di un liquore vermiglio vivace, invitante. Toccava andasse sprecato. Un cameriere si era sporto oltre il paravento, ansioso di sapere se Bast stesse apprezzando la coppa. Ma lei l'aveva levata fin sopra la sua testa e quando la ebbe rovesciata, sangue ciò che senza fine scrosciò sul tavolo finendo sul pavimento, bagnando i doni accatastati ai suoi piedi e spazzandoli via, portandoli ad arenarsi negli angoli, fra i piedi degli altri avventori, tutti fermi a guardare verso il paravento, con una rassegnazione di cui non si sarebbero mai ritenuti capaci.
Tenendo la sorgente con la destra, Bast intinse l'indice della sinistra e nello scorrere sul ripiano del tavolo, prese a tracciare i segni che le occorrevano ed il sangue divenne più denso e lento.
Il mondo grigio.
Lentamente il bar e tutti i presenti sbiadirono sotto i suoi occhi e lei dalla loro memoria, non c'era più, non c'era mai stata, le sottili onde guizzanti al di sotto dello spazio la avvolsero, una coltre senza luce e senza buio, una trama fittissima che a volte si gonfiava come se qualcosa oltre di essa spingesse battendo per oltrepassarla. Niente rappresentazioni drammatiche, sperò Bast mentre attorno a lei l'indistinto riprese a spezzarsi in forme e riprendere colore. Ma una punta di delusione la importunò accorgendosi di essere in una sala d'aspetto, piuttosto piccola, pareti bianche e nude, illuminata da una lampadina che avrebbe dato più luce se il lampadario fosse stato pulito. Una veneziana alla finestra, abbassata, riproduceva una veduta notturna di New York. Bast la sollevò per ammirare lo spettacolo diurno di una periferia ancora tutta una cantiere. Su un tavolino basso e sbilenco, riviste vecchie di quasi due anni ed in inglese. Non aveva tempo per esaminarle e magari capire esattamente dove si trovasse. Non le interessava e di certo la sua presenza era stata notata. Oltre all'ingresso, un'unica altra porta oltre cui non avvertiva nessuno. Non intendeva attendere e se solo avesse avuto l'impressione di essere intenzionalmente evitata, avrebbe trovato il modo di essere più insistente. Nemmeno le importava che ci fossero buoni e ragionevoli motivi per non risultare gradita, ammesso che fossero davvero così buoni dato che, a ben vedere, se il provocatore viene pestato dal provocato, il margine concesso per lamentarsi della reazione subita, indipendentemente dalla gravità della provocazione, è davvero molto esiguo. Certi atteggiamenti oltrepassavano di gran lunga quel margine. Almeno così la pensava adesso. Devi pur ammettere di riscaldarti facilmente, si disse, ed ancor più facilmente andare su tutte le furie... pensieri utili solo a farle raggiungere prima quel risultato. Per la salvezza della sua poca calma, delle chiavi girarono nella serratura. Bast indietreggiò e Lachesi aprì la porta con un fascio di lettere in una mano, mentre con l'altra reggeva chiavi e borsa. Con i tacchi, superava parecchio Bast in altezza e per come la vedeva lei, non era carino presentarsi in casa d'altri in una sottospecie di peplo sdrucito.
"Tu." ringhiò Lachesi lasciando andare tutto sul tavolino e dirigendosi verso l'altra porta. Entrò lasciandola aperta. Bast la seguì nell'ufficio ingombro di fascicoli e schedari. Sulla scrivania c'era appena lo spazio per il computer ed il resto erano documenti in cataste, pile pericolanti. Lachesi le fece segno di accomodarsi sull'unica altra sedia disponibile oltre quella su cui lei si era appollaiata guardandola in cagnesco. Bast dovette liberarla da una catasta di faldoni uno dei quali si aprì di lato, rovesciando il contenuto sul pavimento.
"Per tutti gli inferi… odiosa e maldestra... - Lachesi a denti stretti – Lascia tutto com'è prima di combinare altri guai... A cosa debbo il fastidio?"
"Sempre nel ramo assicurazioni?" Bast, domandandosi se fosse il caso di provarsi in un poco di conversazione.
"Così dicono. Che vuoi?"
Bast sospirò:
"Voglio affidarti un incarico... ma ovviamente già lo sai."
Lachesi sgranò tanto d'occhi:
"Sul serio? C'è qualcosa che ti ha fatto pensare che io abbia perso la memoria? L'ultima volta1 mi sembra di essere stata piuttosto chiara sul non voler avere mai più a che fare con te ed il tuo ragazzo... nessuno ce l'ha a quanto mi risulta."
"Ho modo di darti in cambio qualcosa che tu desideri."
"Non voglio sapere di che si tratta... - Lachesi batté un pugno sulla scrivania seccata dall'inconveniente di oramai saperlo. Quello ed altro. – Quanto ti detesto! Accetto il tuo incarico, ma solo perché non ho altro modo di toglierti dai piedi... e per il gusto che darti il mio aiuto ti procurerà più problemi di quanti tu non ne abbia già adesso. Pensi che il vecchio non mi abbia tenuto in conto? Ma prima ti tocca pagare."
Bast si alzò per meglio guardarsi attorno, per temporeggiare in verità, indugiando su quella specie di rifugio che Lachesi si era creata per infilarsi nel mondo dei mortali fingendo che potesse davvero tenerla impegnata. A certe dee non restava che ingannarsi e darsi l'illusione di essere distratte non potendo, per loro natura, esserlo in alcun modo. Attendere non era il loro forte... proprio no...
Difatti Lachesi ringhiò e da un portapenne afferrò un tagliacarte e l'impressione era che volesse usare Bast come bersaglio, magari quella sì sarebbe stata una vera e piacevole evasione.
Ma no:
"Sbrigati maledetta." porgendoglielo.
Bast lo prese e la lama scintillò affilata dal suo essere e dalla sua volontà seppure al momento rivolta a qualcosa dalle possibilità di successo altalenanti. Porse la mano a Lachesi che la strinse, niente affatto intimorita, ma che comunque trattenne un singulto quando Bast le inflisse un taglio lungo tutto l'avambraccio. Dal corpo della seconda moira, che tutto conosce di chi è vivo, non poteva di certo uscire sangue, ma mentre il taglio si richiudeva, Bast attirò nel proprio palmo una luce fioca, un frammento dell'essere di Lachesi che minacciava di spegnersi senza preavviso. Le lasciò andare la mano, la luce adagiata nel suo palmo come un soffione sottratto al vento:
"Devo chiedertelo. - disse a Lachesi – Sei sicura?"
Lachesi annuì, Bast serrò la mano a pugno, un bagliore esplose quasi accecando entrambe e nella stanza senza finestre, una folata di vento, nata prigioniera fra quelle pareti spazzò via ogni cosa e Lachesi dovette abbracciare lo schermo del computer perché non si schiantasse contro il muro.
E poi niente. Lachesi era davvero infastidita dalla confusione prodotta e tutti i documenti non c'era modo di rimetterli assieme e lei odiava le scartoffie. Aveva però ottenuto una delle pochissime cose tali da suscitare interesse in una come lei. Non facile da ottenersi e difficile da farsi più per il trovare qualcuno che vi era disposto che per l'impossibilità di misurare con precisione.
Ma Bast era evidentemente disperata e la sua era la natura più adatta. Bastet, patrona delle cause dei giusti (o di quelle perse, a seconda dei punti di vista), dea di giustizia, soccorso e protezione, guardiana dei sentieri nascosti, lume di guarigione e dispensatrice di fine pietosa (un modo di alleviare dalla sofferenza o di chiudere quando qualcuno le veniva a noia, sempre a seconda dei punti di vista). Ovviamente lei che, per questi ed altri aspetti del suo agire, facilmente faceva dimenticare il suo necessario spirito, tale da dargli potestà sul suo opposto. Bastet era e sarebbe sempre stata una dea della morte e come ciò gli permetteva di sostenere la vita, così non gli impediva di amministrarla, limitarla, concederla e toglierla. Esattamente come aveva fatto, ora, per Lachesi la cui immortalità non coincideva con l'eternità ed il suo peso che, prima o poi, si faceva sentire opprimente, permanente, il prezzo di condividere così strettamente, di partecipare a quanto di più simile potesse esserci alla natura di Dio, senza tuttavia essere Dio.
"La mia parte l'ho fatta." disse Bast.
"So benissimo come condurre un affare." Lachesi, che intanto già si chiedeva quanto Bast le avesse tolto. Poco? Troppo? In ogni caso avrebbe dovuto aspettare la fine per saperlo. A Bast era comunque costato un grande sforzo anche se non lo dava a vedere, per quanto ciò fosse possibile con Lachesi. Entrambe poi, sapevano benissimo che anche la richiesta di Bast comportava un notevole impiego di energie e concentrazione massima. Non l'aveva obbligata nessuno però, c'era arrivata di sua volontà e sempre di sua volontà si stava impelagando in qualcosa di estremamente pericoloso e severamente proibito per quanto l'ultimo concetto fosse davvero relativo quando si aveva a che fare con degli dei e specialmente con gentaglia arrogante e narcisista come Bast. Lachesi si sarebbe divertita a vederla annaspare. Lei voleva sapere tutto di una singola esistenza, ma in quel tutto, come in ogni tutto, ci si poteva smarrire e perdere per sempre. Ciò nonostante, Bast poteva fidarsi di Lachesi proprio perché Lachesi la disprezzava e mai avrebbe perso l'occasione di procurarle un guaio o peggio. Non minacciava a vuoto. Se le moire fossero state ancora tutte e tre assieme, non ci si sarebbe dovuti preoccupare di chi avrebbe reagito a quella concessione a Bast di una possibilità che loro tante volte avevano negato (ed ancora ognuna di loro negava) indipendentemente da cosa venisse offerto in cambio. Invece, ora, chiunque si sarebbe sentito tirato in causa. Bast stava perdendo il senso dell'insieme? Del disegno più grande, ammesso che ci fosse? Esattamente. A Lachesi faceva piacere. A Bast non importava niente.
Lachesi scacciò con un gesto quanto di smielato vedeva provenire da Bastet e richiamò la sua attenzione, non era più tempo di indugiare in quel mondo, anche se non si sarebbero allontanate troppo.
"Quanto sei antipatica..." mormorò Lachesi ed il vuoto si aprì sotto di loro. Bast si sentì come spinta e perse l'equilibrio, il senso stesso dell'equilibrio, il vuoto sotto la chiamava, la aspettava. Ma per lei non era il momento di cadere, non ora. Eppure ne era avvolta. Lachesi le aleggiava attorno, figura scura contro il buio che nuotava, danzava fra milioni e milioni di fili dorati, intrecciati fra loro, di cui non si poteva distinguere né l'inizio né la fine. Un groviglio in cui persino l'occhio di Bast riusciva a seguire solo brevi tratti di uno stesso filo prima di perderlo fra nodi serrati e fragili, vibranti in tenue chiarore che rendeva difficile fissarli senza provare vertigine e torpore.
"Non toccare niente." ammonì Lachesi perché Bast aveva allungato una mano, i fili la tentavano, sembravano chiedere di essere toccati, minacciosi anche, parevano avvicinarsi come animati dalla volontà di catturare, stringere, avviluppare per sempre. Lachesi l'avrebbe tanto volentieri lasciata fare, ma lentamente discese verso Bast frapponendosi fra lei ed i legami di tutte le vite, a testa in giù, in quel luogo le direzioni non avevano alcun senso o tutti od ognuna quello delle altre. Il suo sguardo era altrove: cercava. Bastet la seguì, Lachesi le camminava sopra ed alzando lo sguardo poteva vedere la sua testa, i capelli non rispondendo ad alcuna gravità, Bast stessa non era più in grado di dire cosa fosse sopra e cosa sotto.
"Ferma. È qui." Lachesi tornò, senza peso, a starle di fronte. Reggeva un filo scostato dal suo percorso che si perdeva ininterrotto.
"Divertiti." le disse arrotolandoglielo attorno all'indice della mano sinistra. Bast voleva ribattere e certamente lo avrebbe fatto se non fosse stata immediatamente e senza alcun preavviso trasportata da una corrente violenta e impietosa, attraverso uno strappo brutale della propria stessa anima, in una vita non sua, nella coscienza schiacciata e monolitica di ogni istante, ogni frazione di tempo, ogni granello di essere che, finché un cuore avesse battuto ed una mente vigilato, continuava a franare e dividersi in così tante e troppe scintille da superare in numero le stelle di ogni universo seppur racchiuse in un individuo solo. Il primo passo quindi, comprendere l'infinità dell'anima e la finitezza della vita, Bast poteva anche starci, anche ammettere che ogni cosa, in realtà, fosse al pari di una clessidra continuamente rovesciata senza attendere che la sabbia passi da una parte all'altra. Ma non erano verità che cercava attraverso nebulose certezze; voleva vedere e sapere e svelare. Solo questione di lasciarsi andare rinunciando all'ordine, perché nemmeno il passato stava fermo dal primo ricordo cosciente all'ultimo pensiero stranamente distratto e placido prima della fine, ma né quella né l'inizio erano date e dunque c'erano confini alle terre mutevoli che Lachesi governava, nei filamenti proiezione della sua coscienza e sì, da qualche parte, molto lontano o magari oltre qualsiasi distanza, anche Lachesi doveva avere paura. Ma anche questa era una trappola, la volontà di Bast doveva imporsi e seguire le proprie necessità, per vedere doveva sentirsi estranea e farsi avvertire così che quella dimensione si scuotesse permettendole di avanzare. Bast intuiva che, spingendosi oltre, c'era un modo di passare da una vita all'altra, di raggiungere i nodi e gli intrecci, che nessuna vita era separata ed era vicina, quella porta o passaggio o scappatoia doveva essere nascosta, ma a portata di mano. Ancora un poco...
"Mut Wadjet! " chiamandola, scuotendola, Lachesi sciolse il filo dal dito di Bast che in cuor suo la ringraziò e le diede ragione. Dirglielo non serviva ovviamente. Adesso che aveva visto la vita del vecchio, le sue aspirazioni, le sue azioni, i suoi segreti, persino il suo vero nome, come Lachesi le aveva augurato, aveva più problemi che ignorando tutto ciò. Voleva affrontarlo per impedirgli di compiere degli atti che, però, nulla davano o toglievano a quanto era ancora da venire. Probabilmente non ci sarebbe riuscita. E questo era un bene.
Ma oltre le esistenze appena sfiorate ed influenzate per riflesso, meglio, per un riverbero del tutto casuale ed errante di un riflesso a sua volta da tempo spento, Bast aveva visto i raggi maggiori che quell'individuo avrebbe toccato, scosso, scardinato. Avrebbe commesso del male, poi del bene, portato dubbio, poi pena, poi pace, poi guerra, poi salvezza, morte, guarigione, verità, menzogna, tradimento, fratellanza, distruzione, infamia, gloria, abominio, beatitudine. Avrebbe avuto servi, legati, avversari, alleati e fra tutte le creature e gli uomini e gli dei. Tra loro Bastet, in ere ancora a venire, sarebbe stata al suo fianco e quel momento, in cui scura in volto svaniva dal dominio di Lachesi, ricordò di aver appreso ciò che in futuro avrebbe provato, tanto, tanto al di là di ogni tempo lei sarebbe stata ancora se stessa e si era vista uguale, ma posseduta dall'ombra di una nostalgia così sbiadita e remota da non poter essere più associata con certezza ad un ricordo, un volto, un nome.
Un amore… che aveva fatto di tutto per sparire.


Bastet ha dell'amore una idea struggente e tragica che risulterebbe a lungo andare odiosa anche all'animo più gentile ed incline. Considerazione rubata a Lachesi, rimasta sola nel senso comune del termine perché, come non se l'era sentita di togliere a Vanth quel piacere materno, allo stesso tempo non c'era modo di non sapere cosa Bast stesse combinando, ma di passaggio, perché l'Onnipotente davvero stava provando a ridimensionarsi. Accadeva, a volte, ci provava perché si sentiva in dovere di farlo anche se l'averlo deciso da sé (come non poteva essere altrimenti) svuotava quel termine – dovere - in cui comunque non aveva mai visto troppo di buono. Qualcosa, ma non molto. In un mondo ideale... no, pensò, non ideale perché qualsiasi idea di mondo io abbia è un mondo ideale e sono capace di cose orribili, bruttissime anche se ben fatte. Divertente, l'ultima frase era divertente, in un mondo giovane, dirò così. In un mondo giovane Bast godrebbe nell'ispirare le nuove storie, tutti i cicli dedicati alla dea sfortunata e magari comporne lei stessa e viverli o viceversa. A lei si leverebbero le preghiere degli amanti sventurati ed ogni patimento sopportato e sublimato in nome del suo nome. E ce ne sono di mondi giovani, intere dimensioni, piani, pieghe, mari, universi.
Le basterebbe andarci. In tanti vogliono e non possono e lei non avrebbe certo bisogno di astronavi. Invece no, si attarda sospirando sulla Terra degli umani, usa le loro sembianze chiamandosi con nomi da loro creati. Di questo passo, solo quando verrà sorpresa dalla fine dei loro tempi, si ricorderà che un altrove esiste e fuggirà verso le immobili iridescenze delle ultime ere. La lista, in ogni caso, non comprendeva unicamente lei o Lachesi, essendo in realtà lunghissima, farcita anche di mortali affetti dalla stessa spocchiosa vanità. Certo che Bast cercava di scalare le classifiche della stupidità congegnando cose stupide appunto, come rivolgersi a Lachesi. Si era tolta così persino il gusto di ogni sorpresa e peggio non poteva più ignorare, semmai avesse potuto farlo, di agire contro il proprio stesso interesse. Tuttavia era andata a guardare...
Per quanto concerneva l'Onnipresente, in ogni caso incapace di autentico biasimo, gli piaceva quel bistrattato di Cialledda e lo aveva rimproverato quando si era rifugiato in un mondo di ombre.
Del tipo gli andava a genio come prendeva le cose. Non si era lasciato andare e nemmeno si era esaltato ed ancora neppure lo aveva accettato. Cialledda si incazzava, faceva cattivo sangue e Dio ne era divertito, una creatura nuova ogni tanto... oppure una consueta che gli stava dando filo da torcere per sentirsi libera. Qui il divertimento finiva...


Non potendo sapere di aver scomodato, letteralmente, il Padreterno, Cialledda era combattuto fra il buttare fuori di casa Papà Non Vuole a calci nel culo (cosa giusta da farsi) o dargli asilo (altrettanto giusto ed in un certo senso dovuto). Bisognava concedergli che scappare dalla galera non era una cosa facilissima a farsi ed infatti il racconto di come c'era riuscito risultava piuttosto avvincente anche se ridicolo. Il nano aveva fatto il nano e si era messo dentro un fusto di olio d'oliva in uscita dall'ufficio matricola. Spesso infatti, arrivano regali da parte dei famigliari, più spesso dal clan, dei detenuti e come entrano a volte, ma solo alcune, capita che ci sia qualcuno che per onestà o per tirare sul prezzo, li rifiuti. Papà Non Vuole aveva adocchiato uno di questi tipi che, vedendosi depositare un bidone di olio buono, lo aveva lasciato dov'era. Papà Non Vuole lo aveva aperto, lo aveva svuotato e tutto da solo se lo era risaldato dall'interno con un cannellino artigianale che infatti, aveva mostrato a Cialledda con soddisfazione. Si era lavato da allora? Neanche per sogno, però aveva fatto due rapine. E quindi la sua ricerca era salita un poco di più d'urgenza. Per fortuna non aveva ammazzato nessuno, se no lo avrebbero già trovato. Che poi...
"Hai ammazzato qualcuno?" chiese Cialledda
Papà Non Vuole fece di no con la testa. Non sembrava troppo convinto.
"Gambizzato, sfregiato, ferito lievemente?" meglio specificare
"No."
Era già qualcosa.
Di certo, se ne sarebbe dovuto stare chiuso in casa, Cialledda pure non aveva voglia di andarsene in giro, ma tanto valeva – se proprio non era obbligato – evitare di restare con Papà nello stesso posto.
Che però, bisognava dirlo, non aveva intenzione di approfittarsene, due settimane al massimo, aveva detto.
"Non è una promessa che puoi mantenere. - il commento di Cialledda che delle buone intenzioni non sapeva che farsene - Che ne sai quando potrai muoverti? Non andartene girando, statti buono qua, basta che non mi dai fastidio."
E fu allora che Papa Non Vuole disse una cosa intelligente, o che almeno suonava tale:
"E tu tu tu perché noPaPà te ne vai? Nun mange, nun beve, vai a un posto caldo e sta sta statti con l'asciugaMAMMAno sulla spiaggia. Paco io."
Addirittura!
L'idea non era malvagia e Cialledda aveva trovato persino il finanziatore. Sarebbe stato fesso a non accettare, alla fine essere com'era lui poteva avere qualche vantaggio. Ma partire? Servirà pure un passaporto... chissà, si chiese, se posso lasciare l'Italia... la pena l'ho scontata...
"Ho un amico in una agenzia... - Papà, leggendogli nel pensiero, da pregiudicato a pregiudicato – Il passapassaporto te lo fa avere al momento, basta che ci dai un caffè... me la ve VEVÈ vedo io."
E persino il regalo al tipo dell'agenzia era compreso nell'offerta. E poi Papà dei soldi non sapeva che cazzo farsene, lui rubava per istinto e la vita per lui era mangiare e cacare nello stesso momento così come era stato mangiato e cacato lui. Restava vivo per sfregio... questo Cialledda lo poteva capire. Decise di rifletterci, il tempo di uscire a fare un poco di spesa. Papà Non Vuole e supermercato non dovevano stare nemmeno nella stesso frase. Ci mise poco.
"Proviamoci." disse una volta rientrato. Avrebbe voluto sentire più entusiasmo nella propria voce.
Papà Non Vuole prese un cellulare dei suoi e fece un numero, attese e dall'altra parte nessuno sentì il bisogno di chiedere chi fosse. Niente convenevoli, nemmeno mezzo saluto. Solo una domanda a cui Papà rispose con il nome di Cialledda. Basta così.
"Stasera presentati." quando si trattava di illegalità, Papà infilava una parola dietro l'altra. Consegnò dei soldi a Cialledda, gran parte di quelli che aveva, assieme ad uno sguardo da cane abbandonato dal padrone. Che fai adesso, ti metti a piangere? Certi criminali sono davvero dei personaggi.
Cialledda decise di andarsene subito, poche ore in giro senza meta erano più sopportabili di Papà Non Vuole che si dava al sentimento. O magari cambiava idea. Si fece spiegare bene dove ed a chi rivolgersi ed uscì di casa con una borsa con quattro pezze dentro. Papà nel frattempo aveva deciso di farsi un uovo fritto. Se così doveva essere questo addio, stava bene.
"Grazie." disse Cialledda.
Papà non rispose.
Per strada Cialledda incominciò ad incontrare gente da salutare e ciò lo spinse ad una camminata in campagna, mancava poco al tramonto, non si sarebbe spinto lontano, giusto costeggiato il paese. Girò per un paio di stradelle per poi imboccare una striscia di terra fra il retro di un palazzo ed i binari, così vicini che il treno delle sei faceva da sveglia a tutti gli abitanti.
Seguendolo avrebbe aggirando il palazzo, e si sarebbe trovato in un campo ancora libero. Lì sapeva che avrebbe trovato il carrubo più grande che avesse mai visto. Almeno lo sperava. In tutti gli anni che non c'era stato poteva essere successo di tutto, ma prima ancora di poterlo vedere, una spalla un po' più lunga lo rassicurò. Non lo avevano tagliato. Se ne stava tutto solo in mezzo al campo cosparso di bottiglie di plastica e sacchi vuoti di cemento, piastrelle rotte, una lamiera, un rettangolo ondulato di Eternit, due bidoni per l'olio. Che si soffermò a guardare: in effetti erano a misura di Papà Non Vuole. Sorrise ignorando la vasca da bagno e lo scheletro di motorino bruciato.
L'albero c'era e qualche carruba pendeva qua e là, nera sul verde scuro delle foglie. Alto quanto una palazzina di quattro piani, il tronco così spesso che per abbracciarlo ci sarebbe voluto un girotondo di cinque o sei persone. Sotto l'albero la terra era ancora nera e pulita.
Il legno dei carrubi è strano, Cialledda ne aveva visti di alberi, ma se ne stavano tutti lì, chissà cosa e come potevano aver da dire, aspettando che qualcuno passasse a fargli la predica. I carrubi no. Loro e gli ulivi. Solo che gli ulivi non hanno ancora deciso che cosa pensano davvero delle persone, dovrebbero essercisi abituati ormai ad essere come gli uomini li hanno fatti diventare ed invece ti aiutano, ti sfamano ed allo stesso tempo aspettano che qualcuno arrivi sulla spalla più alta e la lascino andare. E si godono il morto od il menomato di turno. I carrubi sono più rassegnati, il loro legno sembra fuso e poi solidificato e poi fuso di nuovo. Cialledda ci vedeva tante facce, animali, oggetti, altri alberi, non una faccia sola come negli ulivi, nel caso non si fosse capito che non sono mai di buon umore. I carrubi aspettano con la santa pazienza che si smetta di essere deficienti, magari la prossima volta è quella giusta. Non sapendo esattamente cosa ci si aspettasse da lui che era sì deficiente, ma almeno lo ammetteva, Cialledda si arrampicò sul carrubo e si trovò un posto nascosto fra le foglie dove sedersi ed aspettare. Assaporò un istante di pace e solo quello perché il primo sparo lo mise all'erta ed il secondo, dal sentiero per cui era arrivato, gli servì Papà Non Vuole con appunto una pistola nella mano buona e che agitando l'altro braccino cercava di tenersi in equilibrio ed andare più veloce possibile. Ansimava, si voltava a guardare, prendeva la mira, approfittava per guadagnare qualche altro passo, rischiava di cadere e di nuovo puntava la pistola. Di inseguito è inseguito, pensò Cialledda. Ma da chi? E soprattutto. Proprio qui doveva venire?
Cialledda era coperto dalle foglie, Papà non poteva averlo visto e forse era meglio attirare la sua attenzione prima di saltare giù e pur innocui, trovarsi dei buchi in corpo. E due colpi partirono, non all'indirizzo di Cialledda, ma verso il tizio appena apparso sul sentiero e che continuava ad avanzare come se gli stessero tirando coriandoli. Cialledda masticò una bestemmia. Storpio quanto si voglia, ma se Papà Non Vuole doveva stendere qualcuno lo faceva e basta, senza sbagliare ed al momento, di completamente al tappeto c'era solo l'umore di Cialledda. Eccone un altro, sbuffò.
A braccare Papà c'era un uomo nero nero e non erano tanto il cilindro e la giacchetta a brandelli sul petto nudo, quanto il tutù rosa confezionato a pannolone ad essere inquietante. Lui, comunque, lo portava con disinvoltura e da come roteava l'ombrello nero aperto e tutto bucato, si stava godendo la passeggiata. Tutto un balletto. Le scarpe scassate, aperte davanti e da cui spuntavano le dita dei piedi con unghie lunghe, ricurve e nere, non gli davano alcun fastidio. Quel poveraccio di Papà intanto aveva finito i colpi ed era spaventato. Prima che gli venisse un infarto Cialledda decise di saltare giù, Papà Non Vuole gli si attaccò ad una gamba terrorizzato e Cialledda, Dio solo sa cosa lo trattenne da dargli un calcio.
"Per favore!" disse soltanto e Papà fece qualche passo indietro. Cialledda andò incontro al tizio che, dati i precedenti, ovviamente non poteva che avercela con lui.
"Mbe? - disse Cialledda – Che altro c'è? Che devo fare? Aiuto! Ma questo chi è Madonna mia aiuto!Ormai mi sono fatto convinto. Spiacente di deludere."
L'uomo, di cui ormai poteva distinguere gli occhi iniettati di sangue, si fermò e gli rivolse un sorriso di denti bianchissimi, il suo volto così stretto e affilato da sembrare una virgola e dare l'impressione di guardare sempre da un'altra parte. Mosse poi effettivamente le labbra, ma Cialledda non sentì una sola parola.
"Sei venuto apposta a prendermi per il culo?"
E quello gli soffiò in faccia un fumo nero e denso, nemmeno un secondo e Cialledda non riuscì a vedere più niente, cercò di allontanarsi, ma una nuvola sconfinata lo avvolgeva, sentiva Papà Non vuole tossire ed un gran fracasso di uccelli spaventati. Cercava quell'individuo con le mani ed una gran voglia di tirargli il collo, di fargli saltare la testa come un tappo di spumante. Poi, com'era venuto, il fumo svanì, come non ci fosse mai stato ed anche il tizio non aveva lasciato traccia. Si rese conto si non aver mosso che pochi passi dall'albero e Papà'... Dov'era Papà?
"Dovremmo aver risolto." Papà Non Vuole gli spuntò davanti, ma la voce non era la sua o meglio era la sua... ma con qualcosa dentro. O qualcuno. E l'ombrello con cui si reggeva effettivamente stando più dritto del solito, fece gelare il sangue già freddo e secco di Cialledda.
"Bast ha detto che per un poco dovrai essere nascosto. - si sentì dire Cialledda – Io personalmente mi toglierei il fastidio diversamente.... ma così è stato disposto. Perso la lingua?"
Effettivamente Cialledda non riusciva a spiccicare una parola. L'istinto di aggredire il corpo, che tale era, di Papà Non Vuole era forte, non avrebbe dovuto incontrare molta resistenza, ma incrociatisi i loro sguardi, Cialledda esitò.
"Niente giochetti strani. - gli fece l'altro – Li faccio io i giochetti strani. Intesi?"
Cialledda annuì.
"Bene." e chiuse l'ombrello per afferrarlo dalla punta. Con il manico percosse la terra ed il tonfo che ne seguì fece vibrare tutto attorno a loro. Il secondo colpo ne produsse uno più cupo e profondo, quasi Cialledda perse l'equilibrio.
"Aprite! - gridò al terzo colpo – Aprite a Wedo, guardiano del cancello e padrone del cimitero!"
La terra sotto i piedi di Cialledda si sbriciolò e lui cadde, senza appigli in una voragine buia, l'unica luce quella sempre più lontana sopra di lui, un brandello di cielo. L'ultima cosa che riuscì a distinguere fu Papà Non Vuole o colui che lo era stato, seguirlo a sua volta saltando nel vuoto con una grassa risata.


Per accendere la luce nello sgabuzzino fu utilizzato un interruttore a corda, tirando il filo ingiallito con all'estremità una piccola sfera metallica smaltata di bianco. Era la prima volta che Bordiga ne vedeva uno in prima persona, fino ad allora aveva percepito quell'oggetto come immagine da film in bianco e nero, possibilmente della seconda metà degli anni Sessanta, americano brillante altrimenti italiano dai contenuti sociali. Tant'è che lo adoperò tre o quattro volte per sentirsi pienamente soddisfatto. Tre o cinque: in quanto la luce era rimasta accesa. Avrebbe volentieri continuato a riflettere sul valore di azioni ripetute più volte, in tempi diversi, con lo stesso risultato. Poteva essere, anzi sicuramente lo era, un concetto che permetteva di proiettarsi in più ampie considerazioni, prima fra tutte che detto concetto fosse il vero contenuto del ripostiglio e non la balla di carta igienica od il guanto di gomma giallo, l'anulare bucato. In ogni caso simboli di un certo capitalismo, qualcuno avrebbe potuto aggiungere spocchioso.
Ma no.
Bordiga doveva prestare attenzione al resto dell'edificio in cui era entrato, segnando poi il suo orologio un orario mattutino in cui il solerte funzionario dovrebbe essere già al lavoro. Infatti Bordiga lo era ed anzi, aveva eseguito operazioni preliminari in tempi non retribuiti. Operazioni ora rappresentate dal borsone e dallo zaino in suo possesso... anche se al momento... dove li aveva lasciati?
In bagno già... un bel bagno a dire la verità, l'intero luogo – quel che ne rimaneva – era piuttosto bello. Purtroppo parte dei pavimenti vecchi e preziosi era stata rimossa e sostituita da piastrelle bianche tipo obitorio. Similmente porte e decorazioni, interi pezzi di muro, erano scomparsi. Per i corridoi erano poi distribuite come solo dei veri stronzi farebbero, vecchie foto a testimoniare l'effettiva passata presenza dei vari elementi, compresa una fontana nel cortile interno per cui era passato. Un fregio qui, una statua là.... Prove, con breve didascalia di come quel posto avesse finito con l'essere il comando dei vigili urbani del paese di quel Cialledda. Fra l'altro, Bordiga sapeva anche dove oggi fossero collocate le opere sottratte. Alcune le aveva viste arrivare assieme ad altre nel Buco del Culo, ora perse per sempre. Ancora ne aveva viste poche ore prima, introducendosi in una villa un poco distaccata dal paese e poi in una seconda attorno a cui il paese era cresciuto. Ma erano osservazioni di passaggio, fatte d'istinto. Assicurandosi che allarmi scattassero, suonassero spaventando i morti, telecamere riprendessero e testimoni assistessero, aveva fatto quel che doveva fare ed era andato via. Assieme a Maier si era deciso di inviare un messaggio e lasciando all'altro i salotti, Bordiga si era offerto per il contenuto più pratico, per il popolino. Aveva esperienza e bisogno di sfogarsi. Lo aveva fatto. Adesso si trattava di concludere e di rilassarsi. Fino ad allora era rimasto con gli abiti inzuppati di sangue, rischiando di raffreddarsi. Nel borsone aveva abiti puliti. Non restava che entrare nella stanza del comandante e posizionare, estraendola dallo zaino, la testa dello stesso. Per farlo dovette scavalcare il corpo di uno dei tre vigili che aveva trovato sul posto. Gli altri due li aveva uccisi nel cortile, avvantaggiato dalla sorpresa. Le chiavi del grande portone d'ingresso sottratte al comandante. Poteva ora tranquillamente cambiarsi e sommariamente lavarsi in bagno.
Uscendo, Bordiga individuò il tombino che segnava la vecchia collocazione della fontana e collocò il restante contenuto dello zaino. Fontana che, dal secolo Decimo Settimo, altro non aveva atteso che finire nel giardino del sindaco. Il luogo era dunque adatto per il contenitore di quel cervello che tante cazzate aveva fatto e pronunciato. Fortuna volle che Bordiga dovesse pisciare e quindi in tal modo onorò il soggetto. Una minzione nella Storia.


Aveva la possibilità di sedersi a riflettere, senza dipendenze coadiuvanti, limitanti la libertà dell'individuo a livello creativo, essenzialmente creativo perché, a star lì digrignando i denti, aspettando di ingozzarsi, son buoni tutti. Non è richiesto talento per scalpitare come bestie idrofobe. Sarà poi vero? Maier non osava darsi una risposta, anche perché sapeva ogni suo atto mentale passibile di essere tradito dalla propria mimica, attentamente sorvegliata da Ermanno e dal figlio che era stato pressoché passato in consegna e che aveva preso gusto a fare il lombrico. Nell'ufficio.
Ci era tornato – inizialmente assieme a Bordiga – per avere rassicurazioni sulla propria esistenza e ce ne erano state con la scoperta che, spettrali e fastidiosi colleghi a parte, lui era davvero sempre stato lì. Da solo. Relegato e rimesso al mondo all'occorrenza, da un Michele che veniva, appunto, a scoprire la gabbia del canarino e rivelargli che era di nuovo giorno. Quando c'era Bordiga, Ermanno ed il ragazzo (Maier non riusciva a pensare il nome proprio di suo figlio), non si facevano vedere, ma ciò non era sufficiente a giustificare la sua permanenza, doveva andare, non poteva o voleva trattenerlo. In nessun modo imporlo in quel luogo che Bordiga, uomo dalla straordinaria capacità di ammissione del fatto, il fatto in sé, accettava per quel che era.
Egli vedeva qualcosa in più della tomba e non si chiedeva altro avendo ogni struttura funebre identica funzione o quantomeno intento. Quella di Maier non era molto frequentata, piuttosto soggetto d'evocazione quando si trattava di parlare con i morti – qui poca ironia – come anche di contemplarli, venendo interrogato a sua volta. Così che, il telefono, utilizzato da Maier, diveniva mezzo infero per disporre individui pre-disposti a fare ciò che non avevano volontà sufficiente a fare autonomamente.
"Non impegnare tutta la materia grigia." Ermanno, per lui tutto ormai una lunga vacanza all'insegna dell'altrui tormento.
"Non adesso, sto pensando... ho da fare."
"E lo fai seduto qui?"
"Al tempo."
"Allora inganniamo l'attesa, che dici? Pustola! Forza, vieni avanti!"
Un gorgogliare come suono e segno di apprezzamento per l'appellativo, introdusse il figlio di Maier, dispensatore di muchi e liquami, che incerto sulle gambe sfracellate spingeva con la testa un carrello e sul carrello un televisore. Maier non sapeva se essere più disgustato da quella putrefazione ambulante o dal fatto che si volesse assillarlo con l'attualità. Ed ecco: esili fili d'osso al posto delle ginocchia, le gambe cedono o meglio si spezzano del tutto ed il poveraccio si ritrova a terra a cercare di raccattare con i denti i propri pezzi e non avere altro che il viscido autoprodotto come mezzo di locomozione. È Ermanno ad aiutarlo infilandogli, dopo averlo afferrato con due dita ed una smorfia, uno stinco in bocca e l'altro, dalla parte del piede, nell'alloggio offerto dal torace. Poi allontana tutto il pacco con un calcio, un suono sgusciante ed umido con un tonfo ringhiante a conclusione.
Maier condivide. Non lo dice.
Finalmente il televisore può essere acceso e per caso o meno, proprio sul notiziario ripetente l'effetto (o la scia) delle imprese di Bordiga. Una censura cattolico borghese impedisce di apprezzare i dettagli più sanguinolenti.
"Quindi..." Ermanno
"Quindi cosa? Cosa debbo dire?" sinceramente Maier
"Bé... ci sono delle violazioni di domicilio, ognuna conclusasi con una strage. Ci sono famiglie brutalmente estinte e quanti... due bambini addirittura! E va bene era un sindaco... e va bene era un comandante di sbirraglia di paese... ma non ti senti in dovere di fare le tue condoglianze, di scusarti... come rappresentante delle Istituzioni intendo!" Ermanno si sforzava di rimanere serio. Maier pure, nel gioco era essenziale a renderlo ancor più divertente.
"E a chi dovrei fare queste condoglianze... queste scuse?"
"A me intanto. Considerami parte dell'opinione pubblica, quand'anche trapassata, ma forse per questo ancor più toccata!"
C'era stato un tempo in cui era bello essere fratelli, avere un fratello. Che fosse per recuperare che Ermanno era ancora lì?
"Se la metti così... - ed improvvisandosi solenne – A nome della Repubblica Italiana chiedo scusa per l'accaduto, esprimo la mia più sincera ed incondizionata solidarietà e prometto che niente di tutto ciò..." ma non ce la fece a finire, troppo ridere, Ermanno lo seguì all'istante.
"...non accadrà più!" riuscì a dire di un fiato, ma subito cedendo di nuovo.
"Che cosa! Le lacrime!" Ermanno con un nuovo attacco. A Maier cominciavano a dolere le costole.
"Basta per favore..." disse Maier
"Certo che questo Bordiga è tremendo." Ermanno
"Beata gioventù!"
Non era un luogo comune, Maier riteneva che la noncuranza di Bordiga derivasse proprio dall'aver conservato, suo malgrado, la giovinezza nel senso del duro ed acerbo da bruciare come combustibile poco adatto ma allo stesso tempo potente.
"Dopo di te..." Ermanno a stento ricomponendosi, meglio approfittare della ventata di ilarità per avviarsi. I fantasmi lo avrebbero raggiunto, inevitabilmente, ma fra la maledizione e la cambiale, Maier aveva scelto la seconda modalità di predisposizione all'attesa. Il buon umore sarebbe svanito, ma gli sarebbe stato sufficiente per recarsi presso un ferramenta ed intrattenere commercio per scopi tutt'altro che innocenti. Cosa che fece nella mezz'ora seguente per poi andare a destinazione, dove le istruzioni impartite brevemente per telefono si sarebbero concretizzate.
Bordiga dunque lasciava a lui i salotti e forse non aveva torto a definire in tal modo quei luoghi, simili alla sua scelta attuale. Erano infatti comodi. Troppo comodi. Non si poteva farne più a meno.
Maier si era limitato a raggiungere il centro della città, parcheggiare, trasportare i suoi acquisti in un comune sacchetto della spesa e munito di chiavi aprire il portone alto e stretto di un palazzo elegante degli anni Trenta, sopravvissuto ai Quaranta, ristrutturato nei Cinquanta, ammodernato nei Sessanta e Settanta. Di quelli preferiti da avvocati e commercialisti per cui studio e famiglia sono la stessa cosa (e per questo li lasciano in centro e vanno altrove); sempre di quelli apprezzati dallo specialista dottore professore ed a cui ammiccano e si prostituiscono per uno sgabuzzino truffatori di varia natura. Il visitatore si sente un po' intimorito ad entrarvi, c'è un sentore (forse stantio, in ogni caso persistente) di soldi. Il passante non ci fa più caso, il ragazzo dei volantini lo evita, mai oserebbe suonare, disturbando, il lucidissimo citofono di ottone, non è per le sue dita, bisogna essere attesi, invitati. A volte, comunque, a ben guardare e leggere le targhette bianche con caratteri neri e distinti, si scopre che al posto dei nomi degli stimati professionisti c'è l'anonima, spiazzante, parola albergo. E se prima non ci si era badato, ora, dopo poco, lo si dimentica.
In posti come questi lo Stato sbriga molti suoi affari. Senza questi luoghi, gente come Maier non lavorerebbe altrettanto bene. L'intera Repubblica fa affidamento – e fa salotto appunto – sul cittadino inerme, sull'oppositore, sul semplice onesto contestatore condotto e divorato per sempre in un appartamento. Rigurgiti del passato? Assolutamente no. È il presente eterno.
Maier quindi fece il suo ingresso in un androne dai pavimenti in marmo, con un bancone per il portiere ed una parete dedicata ad una ventina di cassette per la posta in legno, incorniciate sempre di ottone e disposte sotto uno spiovente in modo da formare una piccola casa, forse addirittura a ricordare una casetta per gli uccelli, per simpatia insomma, per spezzare. La luce proveniva da lampadine custodite da conchiglie di vetro rosa, polverose. Qualche gradino e poco più in là l'ascensore.
Non restava che attendere.
Guardò l'orologio.
Pensava fosse più tardi.
Non era passato in ogni caso molto dalle imprese di Bordiga e quindi potevano dirsi ben concertati. Depose e dispose sul bancone ciò che aveva comprato ossia una bobina di fil di ferro, una pinza, una tronchesina, un martello ed una morsa da tavolo. Oggetti innocui e terribili che gli davano la nausea e lo appagavano come un buon pasto. Ciò nonostante preferì e senza sforzo si impose di essere tecnico, professionale o magari solo considerare il tutto da un punto di vista politico.
"E si finisce sempre a parlare di politica..." voce e vista di Ermanno gli giunsero assieme. Non era solo, il ragazzo aveva trovato il modo di strisciare contorcendosi, ogni tanto perdendo pezzi che si ostinava ad azzannare ed inghiottire per poi riperderli. Sembrava anche aver cominciato a gonfiarsi, come una bolla, una vescica.
"Mi scuso anzitutto per lo schifoso." sempre Ermanno.
Maier liquidò la cosa con un cenno:
"Si finisce sempre con la politica... - se la sentì di spiegare - ...perché è purtroppo necessario quanto ovvio. Tutto ciò che circonda è politico. Tu sei un prodotto politico, residuo meglio... senza offesa."
"Nessun problema."
"Io pure sono un residuo politico o piuttosto ingrediente, senza alcun intento migliorativo. È la politica che mi ha messo qui e senza voler essere pessimista, ogni politica mi metterebbe qui in ogni caso. Magari più ideologizzato... più ortodosso... per quel che può valere."
"Non ci ho capito niente. E tu merda? - contorsione ed un singhiozzo strozzato, ingozzato – Nemmeno la merda ci ha capito niente."
"Mi scuso e provo a chiarire: io mi sento offeso dallo Stato. Mi sono prestato supponendo sì, scopi meschini ottenuti con mezzi spropositatamente criminali, ma in cambio, oltre ad un contratto a tempo indeterminato, pretendevo di essere politicamente assolto ed invece e si guardi Bordiga, il massimo che si può ottenere è essere politicamente neutri."
"Il che è impossibile!" Ermanno
"Il che è impossibili infatti... tuttalpiù sinistrorsi insoddisfatti che si vendicano unendosi al nemico, sfortunatamente anche l'unico che può comprendere tale operazione. Più chiaro?"
"Ti rispondo di sì solo per farti contento. Contento?"
Maier stava per rispondere, ma lo scarto di carnaio produsse un mugolio regolare. Una forma di comunicazione? Sì. Infatti Ermanno tradusse:
"Ma a questo punto, chiede la scoria: e gli intellettuali? "
Maier non se lo aspettava. Era pur sempre stato, una volta, espressione della sua riproduzione.
"Gli intellettuali devono pagare l'affitto e trovarsi una donna in tempi non sospetti." non sapeva come liquidare la questione, era stato colto di sorpresa. Prima o poi si sarebbe ripresentata.
Mugolio, stavolta intermittente.
Stavolta fu Maier ad avventarsi sul rimasuglio e a calciarlo facendo partire l'ultimo pezzo di mandibola. Non aveva intenzione di mettersi a discutere con lui.
"Alla faccia dell'ambiguità!" Ermanno
Maier ne aveva pronto uno anche per lui, ma una seconda chiave aprì il portone ed i suoi spettri si dileguarono. Solo per essere sostituiti da un terzo, ancora in questo modo, che fu spinto dentro da tre uomini che lo seguivano. E fu spinto di nuovo, di lato, per dare modo alla comitiva di entrare e richiudere. Nuovo spintone ed il soggetto fu ad un passo da Maier. Negli occhi la consapevolezza di dover morire da lì a poco. In quelli di Maier la conferma che quel poco poteva ridursi a niente od allungarsi indefinitamente.
E si conoscevano.
L'anziano e canuto malcapitato ancora in pigiama e pantofole, con un cappotto buttato sulle spalle, era il professore emerito Arimateo, relatore di Maier ai tempi dell'università e mentore del giovane giudice dagli acquisti incauti e dalle frequentazioni potenti che aveva avuto la sventura di capitare fra Maier, Bordiga e l'insondabile.
"Professore..." salutò Maier, non c'era motivo di essere cafoni.
"Fate quel che dovete fare e tagliamo corto."
"Come preferisce." ad un cenno di Maier uno degli uomini spinse il professore su per i gradini, verso l'ascensore.
"Educatamente!" tuonò Maier
Il professore fu scortato di sopra. Anche l'armamentario portato da Maier fu preso in consegna.
"Arriverò fra poco."
L'ascensore salì, amici ansiosi di raggiungere una festa, fuori dall'attenzione di Maier.
"Sul serio? - Ermanno riapparendo – Mezzucci da fascisti privi di immaginazione. Film di terza categoria per sensibilizzare gli insensibili."
"Non posso perdere tempo ad essere originale solo per farti contento."
"Dovrebbe venirti spontaneo."
"Prima o poi morirò anche io. Avrai tutto il tempo di asfissiarmi con le tue osservazioni."
"Asfissia eh? Ammettilo che un po' mi invidi..."
Ignorando Ermanno, Maier chiamò e prese l'ascensore. Percorso breve, scandito solo dal notare Maier una fessura dove si richiedeva di inserire L.10 e quindi non di contemporanea utilità e da una veduta del primo piano. Un ampio vestibolo dava su un corridoio stretto con porte solo sul lato destro. La luce elettrica rivelava la presenza di due vasche da bagno una nel vestibolo e l'altra in fondo al corridoio. Dai bordi corrosi ed incrostati una terza vasca in plastica, sollevata e sistemata contro il muro. Fu allora che Maier notò anche un mozzicone di sigaretta nell'ascensore. Non aveva visto nessuno fumare. Era già lì quindi.
Il secondo piano era pressoché identico al primo, eccezion fatta per le vasche. Da precedenti esperienze sapeva esattamente quale porta aprire. La sua memoria allora lavorò per assenza, per contrasto. Faceva infatti freddo. L'ultima volta che era stato lì era estate. Calda ed appiccicosa estate.




"Ma ti pare possibile che sia lo Stato a doversi prendere carico degli oppositori politici? E i criminali che li teniamo a fare?" - Innocente


Maier in maniche di camicia, Innocente in tenuta da spiaggia. Perché era da lì che veniva, lasciata la famiglia ancora in vita, era stato convocato da Michele che gli proponeva – ordinava in realtà – di dare una mano a Maier. Fattispecie assai improbabile. Probabilmente già da allora Michele non si fidava di Innocente in libera uscita.
"Che c'è, sei stanco?" aveva chiesto Innocente
"È un concetto ambiguo."
"Come dici tu. Chi abbiamo là dentro?"
"L'esimio signor nessuno. Al solito..."
"Stiamo diventando dei dentisti. - Innocente precedette Maier all'interno della stanza – Diamogli almeno il tempo di iniziare a rompere i coglioni..."
Maier si strinse nelle spalle. Dentro, solo, c'era un ragazzo sui venti venticinque anni legato, nessuna posizione particolare, semplicemente mani e piedi a quelli della sedia su cui era seduto. Non avevano né momento né prima di allora, nulla da chiedergli, nulla a renderlo interessante. Tutto ciò in quanto, In Italia, ci sono due tipi di polizia politica… la prima, leggermente più polizia che politica, essenzialmente crea il problema menando e sparacchiando qua e là, i provocatori che provocano nel vero senso della parola, più che altro un passatempo per impegnare la gente disturbata che ci si ostina ad assoldare anche previo concorso. La seconda, più politica che polizia, individua il talento, la dedizione, la sincera propensione alla sovversione e la usa a beneficio della prima, altrimenti la elimina nel caso si rivelasse anche incorruttibile, altrimenti la travia formando così la classe dirigente. Il giovane a disposizione di Maier non avrebbe mai diretto un cazzo. In Italia, forse più che nel resto del mondo, la gente scompare senza che ce ne si accorga. Ma, dentisti appunto, in Italia si fa anche prevenzione. Affinché il cavo orale continui a coincidere con lo sfintere. Questo collegamento direttissimo si chiama democrazia rappresentativa. Salvo poi chiedere non chi, ma cosa e perché si voglia rappresentare.
"Ma dove li andiamo a pescare?" Innocente, con una punta di offeso. Il giovane infatti era stato ridotto in fin di vita, non aveva opposto resistenza, non ne sarebbe stato capace. La sua unica colpa era stata dichiararsi pacificamente contrario, come suo diritto, ad un non meglio definito capettino più che locale di partitino ramazza voti. Era stato quindi segnalato.
"Ma a questo punto mi domando e dico... - Innocente – C'è qualcuno a metterci fretta? Proprio non credo che sia roba tua..."
"Non lo è. Ovviamente qualche genio ci è andato pesante e dobbiamo ripulire... che ci vuoi fare?"
Il ragazzo poteva udire e probabilmente capire ciò che i due sconosciuti si dicevano.
"Che vergogna... - sempre Innocente – Siamo rimasti agli anni Ottanta... ma dell'Ottocento!"
"Cioè?"
"Ma ti pare possibile che sia lo Stato a doversi prendere carico degli oppositori politici? E i criminali che li teniamo a fare?"
"In effetti..."
"Ma almeno... almeno fatelo inguaiare un poco! Che so, fategli mettere incinta qualcuna, fare una canna, investire un pedone.... ma vada anche per la solita bomba... che fra l'altro è diventata una barzelletta... come possiamo lavorare in queste condizioni? Su che cosa?"
"Se vuoi lasciamelo, qualcosa farò... non so Michele, ma io non ho voglia di guastarti le ferie."
"Ormai ci siamo. Sbrighiamoci ed andiamocene tutti e due. Ehi tu! - al ragazzo, afferrandolo per i capelli – Tu! Mi capisci?"
Arrivò un segno cosciente.
Vuoi aiutare? Pensò Maier. Bene, fai tu. E se ne uscì in corridoio e dopo aver acceso una sigaretta fumandola a metà, se ne andò.
Non aveva saputo più nulla di quel caso né l'aveva chiesto. Perché questo lungo ricordo poi, anche non avrebbe indagato. Nel tempo presente il chiarissimo professore era legato alla solita sedia, magari la stessa, ma non si era fatto molto altro. Il filo di ferro era stato poco utilizzato e dovevano avergli slogato qualche dito del piede e delle mani. Era adesso scalzo. Le pantofole ordinatamente in un angolo risultavano cacofoniche, esatto, cacofoniche. Il soggetto era avanti negli anni, fragile, a toccarlo troppo si sarebbe rotto tutto prima del tempo. Maier aveva pochissime domande, concise, dalle risposte altrettanto sintetiche. Gli uomini che avevano provveduto alla preparazione sembravano molto a disagio. Non ovviamente dal dover procedere oltre. La stanza era calda, imbottita e malamente ventilata, m avevano comunque tenuto giacche e cappotti, con le mani sprofondate nelle tasche. A Maier diedero l'impressione di detenuti a carcere duro, con le spalle curve nel minuscolo, claustrofobico cortile della solitaria ora d'aria. Il professore, assente più che agonizzante, respirava piano, il capo abbandonato all'indietro, la bocca aperta. L'ingresso di Maier non aveva prodotto alcuna reazione, nessuna in nessuno. Gli individui soffrivano di eccezionale immobilità. Maier li squadrò: non battevano nemmeno le palpebre.
"Bé, questo è troppo, anche concedendo quel che si voglia all'alienazione." Ermanno era apparso nella stanza, prese a bussare sulla testa di uno degli uomini e poi passò agli altri.
"Teste vuote davvero." aggiunse. Maier provò in prima persona e non poté che confermare quel fenomeno di paresi totale. Lo trovò singolare, addirittura buffo, ma per per qualche motivo non ne fu stupito.
"Non farti fuorviare dalla tua scarsa considerazione per il prossimo." Ermanno
"Non respirano." Maier. Era un fatto. Come tale andava interpretato.
Il vecchio emise un gemito a cui Maier non badò, stava ancora esaminando quegli altri che, per peso e consistenza apparivano del tutto normali. Ne spinse uno che cadde, senza cambiare postura, come congelato.
"È curioso, devi concederlo." Ermanno chino sull'uomo
"Dove hai lasciato il viscido?"
"Incastrato in ascensore. A volte mi dà proprio sui nervi sai?"
Finalmente Maier si dedicò al prigioniero il cui petto, era adesso sconvolto da contrazioni e singulti. Onde evitare che si strozzasse, Maier gli mise una mano dietro la nuca, portando la testa in posizione più comoda, ma quello tornava a ciondolare all'indietro.
"Professore.. - Maier - ...mi sente? Mi capisce?"
Un tonfo lo distrasse, Ermanno aveva spinto il restante delle statuine, giusto per ripetere l'esperimento di Maier che scosse il capo rassegnato.
"Scusa."
Maier doveva prendere delle decisioni:
"Piuttosto controlla che non ci sia nessun altro nell'edificio."
E quindi doveva approfittare di tutto ciò che aveva a disposizione.
"Mi stai chiedendo aiuto? A me? Davvero? Sono commosso..."
Un grottesco agente invisibile, una spia evanescente, ecco a cosa mi sono ridotto, si disse Maier.
"Allora fallo."
"Ad essere morti ci sono dei vantaggi... posso assicurati che siamo soli anzi, sei solo, perché? Non credo che tu voglia annoverarmi fra le presenza. O no? Solo perché mi parli? Suvvia..."
"Non è il momento."
Maier pensò di chiamare Bordiga, scelta logica, forse lui aveva una qualche idea su come interpretare quella situazione. Poi pensò di andarsene, altrettanto logico, non c'erano possibilità di risultati, tutto lì dentro era inutile. Fu in quel momento che il sequestrato, con una tosse squassante ritornò cosciente, cercando di riguadagnare aria. Maier notò una bottiglia d'acqua in un angolo. Gliene diede. I loro occhi si incrociarono per un istante. Maier non accennò minimamente a liberarlo. Quello grugnì disgustato volgendo lo sguardo al pavimento.
"Sa perfettamente cosa voglio sapere. - Maier – Cominci, non abbiamo molto tempo."
Il professore si era intanto avveduto dei corpi nella loro posizione di attesa, rigidi al suolo, come in un mondo a rovescio anzi, solo a metà.
"Che gli è successo?" chiese
"Malattia professionale." Ermanno, ma il vecchio, quasi certamente non poteva vederlo o sentirlo.
"Chi le ha suggerito di comprare quei terreni? - incalzò Maier – Dal suo protetto sono arrivato a lei, so che ha partecipato a delle riunioni. Dove si tenevano? Chi c'era?" Maier praticò una torsione su una falange già precedentemente lavorata. Il luminare ne fu ovviamente affetto, quel dolore sommato alla memoria fresca del dolore già vissuto. Maier ritenne di non procedere oltre. Il soggetto si offriva disponibile.
"La ascolto." gli disse
"Alvaro..." Ermanno, mentre il professore cercava il fiato necessario
"Non ora."
"Me lo ha detto..." principiò l'interrogato
"Alvaro questa la devi vedere..."
Maier si voltò giusto per spezzare quella insistenza infantile, ma il fenomeno era in effetti notevole. I corpi dei tre uomini annerivano come carta, alta sopra una fiamma, fumo esalava con un crepitio sinistro. Prevalse in Maier il senso comune e pratico di fronte ad evidenti segni di combustione e quindi doveva allontanarsi e portare il vecchio con sé. Ma un vento lo spazzò via, scagliandolo contro la parete imbottita ma non meno dura, un vortice intrappolato in quella stanza chiusa impazzava afferrando e trascinando i cadaveri, ora tizzoni ardenti. Poco Maier poteva fare per evitarli e fu colpito ed un lembo dei suoi abiti prese fuoco. Fece in tempo a spegnerlo ustionandosi le mani nello stesso istante in cui una luce accecante riempì l'ambiente e Maier fece solo in tempo ad intuire che il suo prigioniero ne era l'origine e mentre ogni contorno veniva cancellato con sua grande meraviglia continuava a vederlo. La tempesta imbottigliata teneva Maier schiacciato con forza e peso imponenti, ebbe la sensazione, più di una sensazione, di sentire le sue ossa scricchiolare, sul punto di cedere e frantumarsi sotto quella pressione. Sperò almeno, di perdere prima i sensi, per non vivere la propria fine, per fuggire dal dolore che si era impossessato di ogni brandello della sua carne, ma no, impossibile con quell'urlo che continuava a tenerlo sveglio. Chi era? Non era lui, non il vecchio, nemmeno Ermanno. Maier sapeva solo che non era con l'udito lo stava udendo, il grido rompeva il silenzio che gli stava soffiando nella mente e non sapeva quale dei due fosse più terribile. Aumentava d'intensità, Maier sentì le palpebre spalancarsi contro la sua volontà e vide cenere e brandelli neri ed impalpabili eruttare dalla bocca del prigioniero come api impazzite da un alveare e quella nube riusciva a muoversi, ad avere la meglio contro la corrente che lo teneva inchiodato e veniva verso di lui, no, non voleva respirarla, non voleva respirare più per nessun motivo al mondo, ma nulla nel suo corpo gli ubbidiva. Fu su di lui, un flusso rovente che lo invadeva mentre anche il vecchio prendeva fuoco ed inceneriva e la luce adesso gli trapassava gli occhi, dolore su dolore, tormento su tormento, non voglio esistere più, ti prego fa' che io non sia mai esistito, bollire, liquefarsi, vi prego uccidetemi, uccidetemi per favore! Uccidetemi...
"Ehi!" la voce giungeva da lontano. La coscienza di Maier, lentamente, diffidente, terrorizzata dal dolore che si aspettava di ritrovare ad attenderla, non trovandolo si avventurò fuori dalla tana scura in cui si era cacciata. La voce era quella di Ermanno.
"Alvaro... sei diventato scemo?"
Maier era ancora nella stanza, per terra, unico vivo. La porta era aperta e la schifoso riflesso di suo figlio si era fatto strada per alitargli a pochi centimetri dalla faccia. La rivoltante pietà filiale riattivò sensi e membra e si mise a sedere. Alzarsi gli riuscì meglio di quel che si sarebbe aspettato.
"Allora?" Ermanno
"Non sono diventato scemo. Grazie di averlo chiesto."
Niente, odori, cenere, nessuna traccia a testimoniare ciò che aveva appena vissuto.
"Ti ho visto ingollare roba strana. Sicuro di star bene?"
"Ho già detto di sì."
"Capogiri, ginocchia molli, gastrite?"
"Silenzio! - ruggì Maier – Andiamo via."
"Calmati... datti una calmata... volevo solo essere gentile."
"La prossima volta che vuoi essere gentile, trovati una tomba e restaci."
Maier abbandonò il palazzo più in fretta che poté, se quell'evento avrebbe avuto conseguenze, avrebbe preferito scoprirlo altrove. Adesso, per qualche motivo, avvertiva la pressante necessità di raggiungere Bordiga avvertirlo, avvisarlo... di cosa poi? Non lo sapeva. Sarà terapeutico, tentò di sdrammatizzare entrando in macchina. Doveva ammetterlo: si sentiva bene nonostante tutto, sveglio, addirittura tonico. E fu guardando nello specchietto retrovisore che se ne accorse. Sembrava più giovane di almeno dieci anni ed il suo orecchio, la taglia pretesa da Innocente, era perfettamente integro, di nuovo al suo posto. Restò lì a guardarsi per un bel po', solo un clacson, il traffico ormai risvegliatosi, lo spinse a mettersi in moto.


Bordiga, approfittando di un momento di sole, se ne stava seduto tranquillo e sereno su una panchina della villa comunale. Un vento freddo si inseriva a tratti nel tepore, ma Bordiga era sufficientemente protetto da un cappello da vigile che aveva prelevato in precedenza. Poco prima aveva fatto una camminata per il paese vecchio e da una bancherella aveva comprato pistacchi tostati e salati. Si era quindi munito di due birre fresche e si era accomodato. Aspettava notizie da Maier, ma la sosta aveva anche un altro. Da dove si trovava poteva vedere la stradella in fondo alla quale si trovava la casa della madre di Cialledda. Lì vivevano appunto la madre e la sorella.
A nemmeno cento metri, dopo una svolta e superata la bottega di un calzolaio sulla settantina, ma ancora in attività, c'era la casa di una zia il cui figlio, omonimo di Cialledda, al momento risultava in paese. C'erano altri affini nei paraggi, ma di scarso interesse. Cialledda inoltre, aveva affittato una stanza raggiungibile a piedi in meno di dieci minuti. Anche lì Bordiga era stato. Si trattava in realtà di un monolocale con pareti divisorie in cartongesso a formare un cucinino, una stanza centrale con un materasso, due sedie ed un tavolo, un minuscolo bagno. Aveva interrogato anche la padrona di casa.
La sua attenzione fu attirata dalla madre e dalla sorella di Cialledda che tornavano a casa, buste della spesa al seguito. Passo lento, spalle curve. Esattamente come quando le aveva viste uscire.
Assaporando un altro pistacchio, un brivido partendo dalla punta della lingua e diffondendosi per tutto il corpo, Bordiga dovette disporre del proprio cellulare, masticando, bevendo un sorso veloce.
"Sono Maier." sentì
"Tutto bene?"
"Devo dirle di no. Ma preferisco parlarne di persona. Lei, ho visto, invece molto bene."
"Effettivamente. Ma una cosa alla buona... paesana... - si schernì Bordiga – Non ha dunque saputo nulla dalla persona che aveva individuato?"
"Purtroppo no."
"Poco male, non se ne rammarichi. Se vuole posso esporle brevemente ciò che ho saputo io."
"Se non le è di disturbo farlo per telefono..."
"Per niente. Allora: effettivamente il sindaco era stato ammesso ad un incontro e ne aveva messo al corrente il comandante. Fin qui tutto chiaro."
"Chiarissimo. Dove e con chi?"
"A questo proposito mi è stato indicato il luogo, ma il sindaco conosceva solo tre dei partecipanti."
"Capisco." e fece il nome dell'appena incenerito professore.
"Fra gli altri allora. I tre noti al sindaco erano il proprietario di questo fortino, così lo chiamano, nelle campagne del paese vicino... uno è avvocato, uno è notaio. Ed è questo notaio ad essere il portavoce dell'ispiratore? Profeta? Maestro?"
"Addirittura!"
"È il tipo di soggezione che hanno sviluppato. Presente anche lui stavolta. Mi chiedo se il suo Professore, quello di qualità diciamo... e costui non siano la stessa persona."
"Come mai?"
"Tutti si riferiscono all'uomo in questione come professore appunto. Un uomo sulla cinquantina, calvo, fisico asciutto, carnagione scura."
"Non è certamente lo stesso individuo."
"Ce ne faremo una ragione. Se vuole raggiungermi sono..." brevi indicazioni e la ricreazione di Bordiga poté continuare attaccando la seconda birra. Intanto le due donne erano di nuovo uscite di casa, ma solo per essere raggiunte da una terza che non poteva che provenire dalla strada appresso, quella della casa della zia di Cialledda. Ad un primo sguardo gli ricordò Daniela per la pelle candida ed i lunghissimi capelli rossi, ma il secondo dopo una grande tristezza lo invase, la bocca gli si seccò, due grosse lacrime gli annebbiarono un solo occhio, il sinistro. Una cosa passeggera che imputò, strofinandosi l'occhio, ad una affezione che pure aveva per Daniela ed alle due birre. Un lasso di tempo comunque sufficiente alle donne per allontanarsi. Bordiga non le vedeva più.
"Tu!" sentì alla sua destra e voltandosi il suo viso andò incontro al ceffone che la ragazza rossa gli assestò. La bottiglia di birra gli scivolò dalle mano andando a versarsi sulle sue scarpe. Al secondo schiaffo, più forte e doloroso del primo, Bordiga riuscì solo a pensare che lei era bellissima. E lei se ne stava lì, come se il pensiero di una eventuale reazione di Bordiga, nemmeno la sfiorasse.
Il cappello da vigile era volato in una aiuola.
"Vattene e non tornare mai più." ordinò Bast che, a voler essere sinceri, non concesse a Bordiga il tempo di riprendersi perché non erano di certo gli schiaffi ad averlo stonato, ma la sua presenza.
Ci vuole qualche minuto perché un mortale ci si abitui, smetta di sentirsi come ubriaco, smarrito.
Poteva essere mai Bast così distratta dal trascurarlo o ignorarlo del tutto?
Fatto sta che Bordiga, biascicò un "Eh?" con una faccia da ebete.
A Bast sarebbe bastato ripetere ed era nelle sua piena possibilità ottenere tutto ciò che voleva.
Ma no:
"Che allora non sia né qui né altrove." disse e si allontanò sotto lo sguardo di Bordiga che di certo badava a tutto fuorché a lei od a niente, lei compresa. Una maledizione in piena regola.
"Ma che cazzo!" esclamò Bordiga all'indirizzo delle sue scarpe bagnate. Ma come? In effetti non aveva dormito affatto negli ultimi giorni. Doveva rimediare... ci mancavano solo i colpi di sonno... birra e sole e poi... aveva chiamato Maier? Si chiese controllando il telefono... ah già, sì.
Speriamo si sbrighi... e come ci era finito il cappello fra le piante?
In effetti non ebbe a lamentarsi. Un breve un colpo di clacson gli consegnò un Maier intento a girare attorno alla piazza in cerca di posteggio. Al terzo giro Bordiga gli fece segno di fermarsi, recuperò il cappello e salì in macchina. Maier si presentava bene, benissimo e Bordiga avrebbe perso ogni ragion d'essere come sbirro se non avesse notato immediatamente l'orecchio d'un tratto integro. Un sosia? Un altro fantasma? La storia che Maier cominciò a sciorinare avrebbe lasciato chiunque con gli stessi dubbi. Probabilmente Bordiga stesso, che però nella situazione attuale la percepì come se gli avesse raccontato di qualcuno passatogli davanti nella fila ad uno sportello. Quasi se lo aspettava. Maier avrebbe dovuto fare lo stesso. E glielo disse. Comunque al momento più attenzione meritava la destinazione, il luogo della riunione in cui non erano mai stati ed in cui non potevano sapere chi ci avrebbero trovato, come sarebbero stati accolti. Bordiga era però piuttosto ottimista, considerando le manifestazioni eclatanti e pirotecniche esaurite per quel giorno e purtroppo a danno di Maier. Maier, da professionista quale si riteneva, aveva avuto il moto spontaneo di allertare qualche ceffo, un qualche ottuso dei soliti, come sostegno muscolare, ma poi ci aveva ripensato.
"Non voglio nessun altro coinvolto in questa cosa." ma più per non volerci avere a che fare che per riservatezza.
"Sono d'accordo. - Bordiga – Meglio, non ho nessuna opinione in merito."
"Dovrei, in linea di massima, già dar conto della scomparsa di quattro persone...."
"Perché, c'è qualcuno con la voglia di chiederglielo?"
"Non credo. Ma preferisco come di solito si muove lei."
"La cosa è reciproca." accorgendosi, Bordiga, dell'ambiguità della frase.
Ma Maier non ebbe nulla da obbiettare.
"Non vedo la necessità, fatto salvo che la accompagnerei in ogni caso, di questo sopralluogo. Non credo che si rivedranno tanto presto. Di certo non lì." Maier
Per tutta risposta Bordiga gli passò un foglio con scritti tre nomi e per ogni nome una data, un luogo, un orario. Seguivano un paio di righe. Maier, rallentando, lesse anche quelle.
"Ce l'aveva il sindaco. - Bordiga – Secondo me vale la pena verificare."
"E perché no..."
Dovevano, stando alle informazioni di Bordiga, arrivare nel paese vicino, subito uscirne e poi seguire una serie di punti di riferimento estorti un poco al sindaco, un poco al comandate. Insoliti, paesani, spesso anche ridicoli, ma utili. Un negozio, una cabina telefonica, una fontana e poi un cancello mezzo scassato, uno straccio rosso appeso ad un filo metallico all'ingresso di un fondo. Difatti trovarono la strada, solo in parte asfaltata che si apriva fra due appezzamenti, a destra un muro a secco crollato, a sinistra un mandorlo con un frego di calce sul tronco. Non avevano in ogni caso intenzione di essere troppo diretti. Per qualche minuto proseguirono cercando di capire la disposizione dei fondi circostanti e dove portavano tutti gli altri passaggi che si aprivano immediatamente dopo od immediatamente prima la strada di loro interesse. Nessuno sembrava essere al lavoro in campagna, non era periodo, ma tanto valeva controllare. Decisero come avvicinarsi a questo famoso fortino e scelsero un passaggio fra due campi incolti che finiva chiuso da una parete di rovi oltre i quali altrettanto impenetrabili fichi d'India si mantenevano incredibilmente sul ciglio di un rialzo del terreno. Maier fece manovra rimettendo l'auto con il muso dritto per essere pronti a ripartire e scesero. L'obbiettivo era vicinissimo, non restava che muoversi fra gli ulivi e sotto le vigne spoglie.
Si fermarono a pochi passi dalla via, potevano vedere perfettamente, non visti, l'ingresso ed un balcone, ma nulla di ciò che c'era dietro il cancello automatico e la recinzione. Non potevano dunque sapere se c'era qualcuno dentro. Nessuna voce, nessun rumore, solo il traffico soffiare e frusciare ininterrotto in lontananza. Nessuna luce, nessuno dietro le finestre.
"Entriamo?" chiese a Maier, che se ne stava tranquillo, poggiato ad uno dei paletti di cemento della vigna, come se non avesse alcun interesse al di fuori della contemplazione di quell'edificio chiuso. Molto, troppo contemplativo, sembrava imbalsamato. Dato il suo precedente racconto lo stava dando già per spacciato. Non batteva le palpebre, lo toccò ed il polso era debolissimo. Lo scosse e quello per poco non cadeva a peso morto. Lo risistemò contro il paletto. Non poteva lasciarlo lì, ma di certo era preferibile a trasportalo. In ogni caso, stando alla nota in suo possesso, mancavano meno di dieci minuti per il primo degli orari indicati. A Maier avrebbe pensato poi... ma no, stava cominciando a dar di nuovo segni di vita.
"Tutto bene?" chiese Bordiga, ma gli occhi che lo puntarono erano due pietre azzurre e gelide, animate da bagliori scuri, lampi neri, ombre. Non di Maier comunque.
"Se non le dispiace, metterei da parte il suo associato..." la voce era di Maier non c'era dubbio.
Ma Bordiga, arrivato all'assenza di stupore, era suo malgrado capace di discernimento, discrimine, distinguo, comunque la si volesse mettere. Stava a qualsiasi agente o fenomeno rendersi più interessante almeno dell'attesa ad un semaforo, che se non altro possiede la decenza di rompersi ogni tanto e lasciare un poco di sorpresa, un poco di gusto.
"Diciamo anche amico. - perché non essere cordiali? - Non c'è nulla di male."
"No. Non c'è." il corpo di Maier si fece incontro a Bordiga, guardò il suo di orologio.
"Non pensavo che si sarebbe fatto vivo di nuovo. Così od in altro modo."
"Ah, mi ha riconosciuto subito! Apprezzo la sua intelligenza. Le assicuro però che non avevo alcuna intenzione di lasciarla nel dubbio... oltre quello che sempre ci sarebbe... anzi c'è... mi scusi. Sto divagando... Però se ben ricorda io le dissi che non ci saremmo più rivisti, non che non avremmo parlato ancora."
"È vero, ha perfettamente ragione. In questo suo non lasciarmi nel dubbio è compreso anche un nome, un epiteto che so... Da intercalare nella conversazione. Più che equo ritengo..."
"Non ho questo rapporto con l'equità. Ma riconosco che sarebbe di cattivo gusto, da parte mia, soffocare il suo eloquio. Mi chiami, come molti, semplicemente Professore. È un titolo di cui ottimi, illustri uomini, mi hanno più volte insignito. E quindi lo utilizzo in piena facoltà, in qualche modo lo debbo loro."
"Dunque è lei il Professore. Le dico che lo sospettavo, ma solo perché supponevo... sentivo che lei avrebbe fuggito titoli più altisonanti."
"Ne sono lusingato, la ringrazio Bordiga anzi dottor Bordiga. Ha senso?"
"Diciamo di sì."
"Dunque lei è qui per verificare parte, solo parte, di eventi che ho disposto."
"Esatto, ma non ho alcuna intenzione di interferirvi."
"Non glielo permetterei comunque. È stato fortunato ad aver eliminato il sindaco solo dopo che i miei ordini erano stati attesi."
"Ho chiesto rassicurazioni in proposito."
"Lo so. Me ne compiaccio."
"Forse la sto compiacendo un po' troppo."
"Chi può dirlo? Come pensava che avrebbe reagito il suo amico a questa rappresentazione?"
"Di fronte al fatto compiuto, che si tratta, appunto, di un fatto compiuto. La chiami una scelta economica."
"Infatti. Ci siamo. Desidera farmi qualche domanda? Come al solito mi riserbo di risponderle o meno."
Tutti e due guardavano la strada. Chiunque sarebbe venuto da lì. Nessun mistero nemmeno in questo. Ed allora dove?
"Quel Cialledda... - disse – Ha qualche interesse particolare per lui?"
"Sì, ne ho. Ma non se ne curi, lo cerchi, lo trovi, ne faccia quel che vuole. Non è sul quel piano, intendo questo piano che me ne curo o curerò. Tutti i suoi fantasmi, in effetti, se li rivuole... o se al contrario aspira a dimenticare... tutto passa attraverso il nostro... vogliamo dire spontaneo?... Cialledda. Egli c'è. Tutto ciò che mi occorre si esaurisce in questa affermazione. Sono un buon magazziniere... ciò che entra prende il posto di ciò che è già è in uscita o è stato scambiato o rimesso al suo posto. Non la tedierò con i particolari, è un tipo di procedimento che non capirebbe ed un tipo di manualità che non possiede. A suo beneficio le dico che io sono attento anzitutto alla transizione."
"Che però, in fin dei conti, non è mai avvenuta."
"Esatto, assolutamente corretto. Altro non riuscirei a dirle."
Sentirono un'auto avvicinarsi. Bordiga fece per tirarsi indietro, ma la mano di Maier lo trattenne.
"Si rilassi se le va. - concesse il Professore - Non saremo visti."
Una vecchia Renault 4 bianca, usata ormai solo in campagna, gli passò davanti senza notarli, come non ci fossero e si fermò a pochi metri dal cancello automatico della casa. Ne discese un uomo sulla cinquantina che dal sedile posteriore abbassato per far spazio a vari attrezzi agricoli, scaricò un secchio di vernice, una bottiglia di acquaragia, rullo, stecche, pennelli ed in cerca chissà di cosa si mise a frugare producendo suoni sferraglianti e colpi sordi quando, prima un borbottio sommesso, poi un ronzio, poi una pernacchia persistente annunciarono l'arrivo di un motorino sempre di recupero, di quelli che ancora andavano a miscela ed insistevano con arroganza a funzionare. Un uomo più giovane lo montava oppresso più o meno dallo stesso armamentario del primo. In equilibrio precario, con il secchio di vernice fra le ginocchia, si fermò a pochi passi da Bordiga e dal Professore.
"Oh!" un po' saluto ed un po' avvertimento il primo.
"Ehi..." rispose l'altro cercando di scendere dal motorino e contemporaneamente tenerlo dritto con le sue cose in equilibrio. Riuscì a sistemarlo sul cavalletto.
Ma a quanto pare era diventato pure lui invisibile perché il primo arrivato si apprestava a lavorare, convinto di essere di nuovo solo.
"E tu lo stai facendo?" chiese il giovane avvicinandosi. Bordiga nel frattempo tirò fuori la nota che aveva in tasca. Verificò. Con la faccia di Maier il Professore ammiccò.
"Ma hanno detto a me di venire a farlo." di nuovo il giovane ricavandone a malapena una scrollata di spalle.
"A me lo ha detto proprio il sindaco, questo è un lavoro per un suo amico.."
"Pure a me lo ha detto il sindaco. Allora?"
"Facciamo una telefonata e..."
"Che telefoni a fare. Sono arrivato prima e lo faccio io. Il lavoro è mio."
"Ma tu non hai due ville intere da fare in paese? - il tono del giovane cercava forse un poco di comprensione – Lasciala a me questa scemenza che è da una settimana che non faccio niente..."
Ma l'altro non era ben disposto:
"Stefano... - il pennello puntato verso il ragazzo - ...vattene."
Bordiga tornò alla sua nota, il nome risultava anche a lui. Il pennello. Ora usato come pungolo, si candidava ad essere la perfetta provocazione. Nessuna tensione però, quella scena trasmetteva a Bordiga. Quindi quell'espressione di approvazione del Professore sul volto di Maier non era per i due disgraziati che si comportavano come dovevano, ma davvero, autenticamente per lui.
"Mi spiace soltanto che, fra tante, lei sia capitato presso una tale bega da osteria." disse il Professore
"Immagino che anche questo abbia il suo posto. Leggermente mi disturbano le considerazioni sociali che questi due idioti mi hanno obbligato a fare, di riflesso sia ben chiaro, d'istinto."
"Capisco... ma almeno apprezzi la disposizione puntuale degli eventi... ecco.. adesso."
Arrivò la spinta del giovane Stefano, non un granché, l'altro non sarebbe mai andato a terra se non fosse inciampato nel secchio di vernice che lui stesso aveva depositato lì. Ma ci andò, battendo la nuca. Stupida, usualmente stupida fattispecie. Il morto non scappa. Il morto appare, senza preavviso, senza spiegazione. Almeno Bordiga aveva la capacità di poterne leggere l'annuncio.
Stefano si toglieva il dubbio, pur perdendo ugualmente quel lavoro, trovando una grossa chiave inglese nelle Renault e lavorando adeguatamente il cranio della vittima. L'unica cosa intelligente che gli aveva visto fare finora. Immediatamente dopo, attento a non lasciare niente di suo, risaliva sul motorino e se ne andava, un poco scosso certo, un poco confuso, ma la calma sarebbe arrivata con l'esperienza. Bordiga aveva sempre ammirato come i paesi del sud Italia allevino bei giovani, ben predisposti, pronti, molto più consapevoli dei loro padri e dei loro nonni che quando si ammazza qualcuno - e capiterà – ciò che conta è che non lo sappia nessuno.
"Già... - il Professore – Le sarà immediatamente restituito il suo Maier, senza contraccolpi. È stato finora quasi cosciente. Le risparmierà i riepiloghi."
"Molto gentile."
"La cortesia trova sempre i suoi spazi." Spazi spesso occupati da un alito nero e impalpabile, insondabile, trasparente. Ad un riflesso di esso, la pallida ricompensa per aver distrutto la realtà e riportato da questa parte solo una sua lontana emanazione; questo Bordiga poté osservare esalare dalle narici e dalla bocca di Maier. Il Professore era stato sincero, eccolo, nessun dubbio. Il mutamento nello sguardo era evidente.
"Dovremmo parlare di ciò che è accaduto." Bordiga
"No. Potrei anche assecondarla, ma non ho nulla da dire. Lei c'era, io... ovviamente c'ero. Che altro potremmo aggiungere."
"Mi riservo in ogni caso di chiederglielo ancora."
Maier gettò uno sguardo in direzione del morto:
"Ecco faccia così... un'altra volta."
Non restava che abbandonare quel luogo. Bordiga aveva ancora quel foglio in mano. Lo lasciò cadere per terra. Maier sembrò voler dire qualcosa in proposito ma no, niente. Proprio niente.


"Siete irritanti e strafottenti di famiglia..."
"Sine." - Wedo e Cialledda


Cialledda inspirò forte un odore di terra umida ed erba. Respirare non era mai stato un buon segno e guasto era nato il piacere di sentire l'aria come una persona viva, dentro, non un cosa che ti passa sulla faccia e basta, un contatto, uno sfiorare insoddisfacente. In più aveva il culo bagnato. Quindi da un cadere che si prometteva senza fine, si era ritrovato in carne ed ossa, spalmato per terra come un deficiente a contemplare un cielo striato di luce immobile, sovrastato da una luna enorme e vicina e da cos'erano? Stelle? Sembravano più macchie di calce secca circondate da un alone che le offuscava e rivelava allo stesso tempo. E sempre il culo bagnato.
"In piedi!"
Fosse stato Papà Non Vuole a pungolarlo con l'ombrello, lo avrebbe fatto rispuntare a calci dal buco in cui aveva pensato bene di cacciare tutti e due. Invece era Wedo e Cialledda si doveva regolare di conseguenza, per quanto la cosa gli desse ai nervi. Anche se non riusciva a capire con la promessa di che, sotto la minaccia di che cosa. Era stato mangiato, rigurgitato, infilzato e come linea generale preso per i fondelli. Adesso lo si voleva a spezzatino, adesso imboscato, adesso appeso ad un filo a fare da verme. C'era proprio un assembramento che si sentiva in dovere di decidere per lui e malgrado lui. Da far meraviglia, se a qualcuno fosse importato (e non era così) che Cialledda conservasse ancora stima di sé. Un sole traballante gli sparò una raffica di raggi bollenti direttamente negli occhi che si erano abituati al cielo notturno. Rialzarsi fu un lasso di tempo sufficiente a fargli comprendere che l'alternarsi di giorno e notte e di caldo e freddo, in quel posto, avveniva del tutto a cazzo. Nel giro di dieci secondi si era sciolto, congelato, restato al buio pesto e quasi accecato. Mezzogiorno e mezzanotte a ruota libera. Condizione perfetta per vomitare.
"Ed ecco perché ti si è sciolto il cervello." disse a Wedo che dietro la faccia di Papà Non vuole non sembrò stupito e anzi sfoderò un sorriso, lo stesso che secondo Cialledda ha un cretino, chiuso in uno sgabuzzino che accende e spegne la luce. Giusto per risparmiare in droga e sconvolgersi con le luci intermittenti.
"Illuminazione a parte, si può sapere dove siamo?" Cialledda più a se stesso che a Wedo. Su un tumulo di terra, ecco dove, circondato da altri tumuli di terra ai cui piedi si stendeva una marea di oggetti che Cialledda a stento riusciva a definire. Lapidi e tombe a parte. Quelle gli era chiaro cosa fossero.
"Fossi in te eviterei di caderci. Poi... fai tu..." Wedo riferendosi al buco che Cialledda scansò per miracolo. Sul fondo si indovinava una luce fioca, tremolante. A guardare bene in tutti i tumuli si aprivano uno o più fori di diverse dimensioni, da quelli grandi come un pugno ed appena distinguibili, a quelli tanto ampi da sembrare l'ingresso di una galleria.
"E non fissarli nemmeno troppo. - sempre Wedo – Qui non può trovarti nessuno, O quasi. Quando avrò bisogno di te lo saprai. Ora puoi andare." e con un mano gli fece proprio segno di trovarsi un altro posto dove giocare.
Cialledda questo non se lo aspettava:
"Andare dove?"
Wedo digrignò i denti come se le mandibole rischiassero di cascargli ed in effetti era tutto un fremito, tutto storto, gli occhi gli sporgevano rossi rossi, letteralmente fuori dalle orbite come se quel poveretto di Papà non fosse abbastanza per contenerlo tutto. Assieme alle parole, fischi e sibili gli uscivano dalla gola e grugniti e rantoli.
"Andare dove?" ripeté Cialledda
"Non ti fregare niente!" Wedo, che affondò con la punta dell'ombrello, Cialledda la scansò e solo per capire di essere stato fregato ed al mal di testa che l'alternarsi di notte e giorno gli aveva fatto venire, aggiungere quello dovuto al rotolare giù dal tumulo percorrendone tutto il fianco ripido, scivoloso, fangoso. Non riusciva a fermarsi, purtroppo tutte le bestemmie all'indirizzo di Wedo non potevano servirgli da freno. Non restava che sperare di non rompersi troppe ossa andandosi a schiantare. Invece la discesa divenne man mano più lenta fino ridiventare una salita che lo depositò frullato ma intero, sul fondo acquitrinoso di un avvallamento del terreno. Rimettersi in piedi gli costò parecchio, fra cui due ricadute la prima di faccia e la seconda di sedere. Sulla cima del tumulo, di Wedo nessuna traccia. Bene, benissimo... ma d'altra parte anche Papà era sparito con lui e gli dispiaceva eccome... doveva essere lui il porta guai ed invece... bé, di sicuro non correva il rischio di incrociare una volante. Semmai qualche becchino... per semplice associazione con ciò che gli era familiare ossia lapidi, croci, cappelle e mausolei, Cialledda capì che l'ambiente era a tema funebre, cimitero misto. Ma anche malmesso. Le tombe erano tutte inclinate su un lato o quasi cadute, piene di crepe se non più danneggiate e quelle che dovevano essere chiese erano sì chiuse, ma come sopravvissute ad un bombardamento, ad un terremoto o tutte e due le cose assieme. Sbirciando dentro, le bare erano quasi tutte fuori dai loro alloggiamenti e qualcuna c'era il rischio che si polverizzasse anche solo a guardarla troppo. Poi c'erano delle lunghe steli di pietra bianca, solo qualcuna ancora in piedi con scritte che Cialledda non capiva, in caratteri che non gli sembrava di aver mai visto. Camminando vedeva anche dischi di grande diametro fatti di un materiale che sembrava sia pietra che metallo, alcuni fissi al suolo e quindi dovevano essere attaccati ad una griglia o qualsiasi altra struttura che era stata poi coperta di terra; altri invece erano leggermente scostati, come fossero coperchi, appena uno spiraglio da cui saliva lento un vapore bianco. Meglio non avvicinarsi, non era per niente curioso di guardarci sotto. C'erano poi statue alte almeno due volte un uomo, nere e lucide, una pietra che non sembrava levigata dalla pioggia, ma già così ben lavorata da sembrare morbida e viva, una consistenza che sarebbe stata meglio non dare alle figure rappresentate, creature che davano l'idea di tanti animali cuciti assieme, accovacciati su un piedistallo coperto di incisioni geometriche di una complessità tale che a stento si poteva fissarle senza avvertire una vertigine, qualcosa che cominciava a non andare più nel senso dello spazio, nell'equilibrio. E stava lontano anche da quelle. Più rassicuranti erano le immagini più piccole che vedeva per terra in frantumi o spezzate a metà o quasi integre su bassi altari triangolari. Raffiguravano tutte donne o forse la stessa donna, fianchi larghi, braccia aperte e due pietre rosse a fare da occhi. La rassegna, con varianti, si ripeteva all'infinito. Cialledda non vedeva nulla di diverso all'orizzonte e quindi da nessuna parte in realtà si stava dirigendo. In più, ciò che gli rovinava normalmente la vita, l'essere vivo in quanto tale, ma che lì gli avrebbe fatto comodo, a quanto pare aveva preso le ferie nel momento sbagliato. Quindi aveva fame, aveva freddo, l'umidità gli era entrata nelle ossa. Se non altro, se le cose avessero preso una brutta piega, fra tutte quelle tombe, una libera in cui buttarsi la avrebbe trovata. O forse erano tutte libere... in effetti non aveva visto nemmeno un nome che sembrasse tale, una data, una indicazione qualsiasi. Poteva aggiungersi alla stranezza generale senza fare danni. Allora stavo meglio prima? Si chiese. Come può essere? Non potendo darsi una risposta certa ed approdando a convinzioni se non religiose, almeno superstiziose, Cialledda arrivò a teorizzare che ci fosse una grandiosa, universale stronzaggine a presiedere alla disposizione degli ostacoli fra i suoi piedi. Infatti inciampò una serie di volte, finendo l'ultima di nuovo con la faccia nel fango. Ora piove, pensò. Invece istanti di sole alto e bollente. Si alzò e si sedette su una testa di pietra. Dove non era strappato era graffiato e viceversa, la scarpa destra gli aveva detto addio rompendosi esattamente a metà della suola. Cosa che scoprì solo rimuovendo le due zeppe di terra che gli si erano formate sotto i piedi e che ad ogni passo si ingrossavano e lo appesantivano. Le gambe gli dolevano, ma da quant'è che sto camminando? Non ne aveva idea. Meno di quel che avrebbe giustificato l'essere ridotto in quello stato. Di buono c'era che, allora, aveva legittimamente diritto ad un risarcimento. Camminando aveva trovato diversi oggetti che sembravano fatti d'oro, bracciali, anelli, monete, altri monili ed un po' ne aveva intascati. Non aveva pensato di far male nemmeno allora, ma così poteva alzare il prezzo e qualsiasi altra cosa avesse trovato se la sarebbe tenuta. Si trattava di pararsi il culo oltre che di conservare un certo ottimismo, spiacente se Wedo spargeva gioielleria per il suo bel cimitero, non aveva chiesto lui di andarci. Che poi cimitero... era sempre utile per Cialledda ripetersi che quella era in realtà una discarica, forse era dove smaltivano i cimiteri di troppo in qualche piano della realtà dove facevano particolarmente schifo. Anche la testa di leone, è un leone? Può essere... anche quella era terremotata, raschiando si poteva vedere il resto del corpo sotto il fango, sprofondato di due metri buoni. Probabilmente faceva coppia con l'altra che poco distante era stata fatta a pezzi. Non sembrava lavoro del tempo, piuttosto di qualcuno che ne aveva avuto, assieme alla voglia di farlo. Con gli occhi seguì quelli che dovevano essere tracciati di aiuole di un giardino piuttosto grande e che adesso era una radura con in mezzo una statua che in una mano reggeva una bottiglia? Un fiasco? E con l'altra teneva alta qualcosa che non c'era più come la testa del resto. Non fu la curiosità a convincerlo ad alzarsi, a farlo avvicinare, ma dei luccichi in un momento di sole. A tratti la terra era bruciata ed in altri rivoltata come se avessero scavato, fatto sta che più si avvicinava alla statua e più trovava e conseguentemente intascava. Ai piedi della statua poi, c'era una intera pila di tiare, collane e per quanto sporchi i diamanti sono sempre diamanti e la perle perle e così via. Più di tanto purtroppo non si poteva caricare. Per inciso, il rilievo dei seni rivelava che ad essere raffigurata era una donna ed il fiasco poteva essere anche una zucca od un provolone. Chiunque fosse stato in grado di capirlo probabilmente non campava più da un pezzo o comunque non era più nei paraggi. Gli venne anche uno scrupolo di coscienza per il rubare ai morti cioè... ma no, si disse, io non sono né vivo né morto...e questo non è un cimitero anzi, probabile sia un sogno, una illusione, un inganno una trappola.. tutto fuorché un luogo vero.
"Una pisciata e scateno una alluvione!" ma nemmeno per un momento pensò che ci fosse qualcuno di cui attirare l'attenzione. Cominciò a calare una nebbia pesante e lenta, sbuffi come di fumo che vorticavano ai piedi di Cialledda serpeggiano come ci fosse qualcosa a dirigerli, come se cercassero. E si sentì sfiorare le caviglie. Con uno sprint di cui non si sarebbe mai creduto capace, Cialledda si precipitò indietro e saltò sulla testa di pietra per stare lontano da quella roba e chissà perché, ma fece bene, svuotandosi le tasche. Per lo spavento il suo cuore che non era più abituato a sentire, aveva saltato un colpo ed il respiro gli si era fermato in gola. Mentre la nebbia diradava, con essa sparendo pure la refurtiva, Cialledda si accorse che nessuno dei due era tornato più.
Adesso piove.
Così fu.


Silenzio. Non si udivano più considerazioni sui presunti appetiti sessuali di sua madre e le madri (sempre presunte come i padri) di chiunque gli fosse anche lontanamente imparentato; più nessun consiglio su cosa, come e quanto a lungo infilarsi nel didietro o su cui sedersi; fine delle trasmissioni su varie ammucchiate fra specie diverse a cui sempre le madri (e qui era diventato ripetitivo) avrebbero partecipato con assiduità contraendo una serie di infezioni e divenendo a loro volta molto, molto contagiose. Cialledda era arrivato a valle. Wedo sperò non si fosse rotto troppo. Aprì l'ombrello per ripararsi da uno scroscio violento di pioggia fredda e pur sulle gambette di Papà Non Vuole, lo slancio fu sufficiente a proiettarlo in cielo per poi atterrare dolcemente in angolo remoto del suo cimitero. Come ce ne fosse qualcuno poco meno che sperduto.
Si trovava fra dei circoli di pietre corrose ormai ridotte a monconi che continuavano a sbriciolarsi. Su alcuni c'erano quelle che a chiunque sarebbero sembrate scanalature, fenditure casuali, ma che Wedo sapeva riconoscere bene come impronte. Preferiva non pensare a quando ed a chi le avesse lasciate. Troppo tardi. Distrarsi era un lusso che non gli era mai stato concesso.
Con la punta dell'ombrello disegnò un cerchio sulla terra dura e senza nemmeno un filo d'erba ed all'interno del cerchio sputò. Una pozzanghera ribollente di vapori e schiuma si manifestò ai suoi piedi. Attraverso di essa poteva far viaggiare la sua voce.
"È arrivato." disse
"Qualcuno ha tentato di seguirti?" la voce di Bast dall'altra parte. Automobili in sottofondo.
"Non credo, ma non posso dirlo con certezza. Perlomeno nel mio cimitero non è entrato nessuno a parte me e quel soggetto. In caso contrario lo saprei."
"Ma non hai mai saputo un cazzo in tutta la tua esistenza!" non era Bast. Era il suo uomo. Ancora non si capacitava che Bastet potesse accompagnarsi... accoppiarsi con un individuo del genere.
"E adesso ti dobbiamo dire bravo? - continuò - Grandissima testa di... "
"Silenzio!" impose Bast
"Arriverò il momento in cui pagherai." asciutto, Wedo.
"Ma risolviamola adesso! Dai, che ti costa?"
"Ho detto silenzio!" la voce di Bast fece esplodere la pozzanghera come ci fosse caduto dentro un sasso. Gli spruzzi restarono però sospesi in aria, non arrivando a tangere la persona di Wedo. Che li scacciò come mosche.
"Proteggilo, sorveglialo e se puoi guidalo." riprese Bast.
"Per te ogni cosa." Wedo. Ed era sincero, ma facendo trapelare più dolcezza di quella che si sarebbe normalmente permesso.
"Vaffanculo..." attaccò l'uomo dall'altra parte, ma la pozzanghera si dissolse ad un cenno di Wedo. Non poteva sfidarlo, non ora... probabilmente mai... ma almeno poteva dargli sui nervi. Ma non aveva tutti i torti anche se gli costava ammetterlo, su Cialledda erano puntati molti occhi e questo gli era stato detto, alcuni al momento opportuno avrebbe potuto anche percepirli... altri invece non era in suo potere nemmeno immaginarli, figurarsi scovarli e fuorviarli. Da un tempo che lui stesso a male pena riusciva a stabilire e fino a pochi mesi prima, Wedo era una statua di diaspro a sentinella del suo cimitero, uno spirito spento al centro di un mondo sempre in mutamento che si espandeva e decadeva nel silenzio dei sogni e delle memorie, un modo che aveva deciso di abbandonare e che a sua volta lo aveva abbandonato quando la realtà era cambiata e lui aveva compreso di aver compiuto il proprio viaggio e si era ritirato nell'angolo di creato dove poteva essere e non essere, in una pace forse meritata. Dormiva, cullato dalle voci che sempre in meno ancora lo invocavano da tutti i mondi che aveva toccato, oceani di nomi per lui che conservava e ricordava tutti i nomi e li aveva tessuti nell'oscurità come velo pietoso per ogni tormento, per i tormentati ed i tormentatori. Ma era arrivata Bast a ridestarlo e non era venuta sola perché sapeva che avrebbe resistito e l'immagine di Wedo era divenuta polvere rosso sangue che si era dispersa al vento del sussulto che Mut Nekhbet aveva provocato al luogo del suo riposo. Wedo intendeva dormire fino alla fine di ogni cosa. Ma appunto, non era sola. Che fosse amore od altro ad unirla a quell'uomo, nulla agli occhi di Wedo poteva giustificare ciò che era accaduto poi.... le azioni di quell'uomo che non era vissuto nemmeno una vita di un suo simile e di conseguenza neanche una frazione di quanto Wedo aveva fatto... aveva usato la magia delle trappole e dei legamenti, una magia che non era in potere né di Wedo e nemmeno della stessa Bast adoperare... forse c'erano altre vie, ma semplicemente poteva e ciò gli era bastato. Aveva stracciato ogni patto ed alleanza, certo di non subire alcuna conseguenza o meglio, di essere egli stesso la conseguenza. Così Wedo era stato riportato indietro, alla consapevolezza dei cicli, del dolore, delle passioni, dei rimorsi, del suo posto fra di essi e lì a consolarlo di aver subito la sua volontà c'era Bast Sekhmet Menhit e Wedo non aveva potuto fare a meno di abbandonarsi proprio a lei, un tipo di relazione impossibile da comprendere per il suo amante, una menzogna così solida e giusta di cui quell'uomo rideva.
E non avrebbe potuto essere altrimenti. Wedo non poteva che ammettere di essere suo schiavo.
"Ci sono cose che hanno tutto l'aspetto della verità e la forza della verità – disse Wedo al suo Regno – Quindi siamo fottuti."
Tornando a Cialledda... la sua presenza non era necessaria per la conversazione che Wedo aveva appena avuto, ora però doveva continuare ad occuparsi di lui. Ne aveva fatta di strada... nel suo regno Wedo lo avvertiva come se gli stesse camminando addosso. Avrebbe potuto raggiungerlo con un balzo, un movimento solo apparente in quel luogo che lui stesso era. Ma perché non darsi un poco di tono? Silenziosa come un seme che si apre e germoglia, dalla terra affiorò una scolopendra colossale, sufficiente perché Wedo potesse cavalcarla, le sue zampe così simili ad aculei si muovevano con una armonia ed una simmetria ipnotiche e gli uncini ai lati della bocca affilati tanto da tagliare il tessuto dello spazio e velenose per la Morte stessa. Ovviamente anche con quell'aspetto, aveva riconosciuto Wedo, chi altri avrebbe potuto richiamarla dal suo vagare cieco, dalle profondità infinite e perdute? La scolopendra, il cui nome Wedo conosceva e che era anche mistero e conoscenza proibita, si erse in tutta la sua altezza per poi chinare il capo.
"Non ci vediamo da così tanto tempo amica mia..." sussurrò Wedo salendo.
Gli rispose un abisso che in pochi avrebbero potuto udire e sopportare:
"Sei tornato Wedo e allora questo è un giorno di festa, ma non da solo e la terra risuona dei passi di un vivo od almeno così pare. Non sono stata però solo io a ridestarmi, ma tutti coloro che camminano nel buio."
Come potesse essere altrimenti.
Ad un cenno di Wedo la scolopendra affondò nel sottosuolo e con lei il suo passeggero. Cialledda sarebbe stato raggiunto in pochi istanti.
"Siete rimasti in molti?" Wedo ebbe il tempo di chiederle
"Pochi, pochissimi e presto periremo. Ci siamo spenti assieme a te, come questo regno." una risposta che si meritava
"Mi dispiace."
"Esattamente come quando decidesti la nostra sorte?" stavano già risalendo
"Pensavo che non sarei mai tornato per vederla."
La scolopendra fece finta che il grido di spavento di Cialledda avesse coperto quelle ultima parole e di non aver così mai udito Wedo.
Cialledda era a terra, con gli occhi sgranati fissava la scolopendra che incombeva su di lui
"Sali cretino!" lo apostrofò Wedo
"E questo schifo lo hai cacato tutto intero?" Cialledda per non dargli soddisfazione e sempre per lo stesso motivo, facendosi forza, afferrò la mano che Wedo gli stava tendendo.
"Al Cancello." disse Wedo alla creatura, Cialledda evitò di fare commenti, tenendosi alla meglio.
Per quanto schifo gli facesse era sempre un mezzo di trasporto.
La scolopendra scavalcava o si insinuava fra gli ostacoli, così rapida che Cialledda non aveva davvero modo di guardarsi attorno, non che gli mancasse il belvedere. Il percorso si faceva via via più sgombro e da un certo punto del tutto aperto. Allora, dopotutto, il cimitero aveva un confine. Al fango si sostituì il verde dell'erba e lontano, su un orizzonte violaceo dove il cielo finalmente appariva immobile, cominciò ad affacciarsi una struttura altissima, bianca e lucente. Benché non riuscisse a dire ancora cosa fosse e di cosa fosse fatta, sapeva che non gli sarebbe stata concessa la libertà di continuare ad ignorarlo. La scolopendra cominciò a rallentare per poi fermarsi, produsse un suono che a Cialledda comunicò un forte senso di angoscia. Wedo semplicemente annuì.
La creatura si erse per poi conficcare il capo nel suolo e così sparire dando a loro due a malapena il tempo di saltare giù.
"Da qui in poi andiamo a piedi. - Wedo – Facciamo in fretta, muoviti!"
Cialledda restava piuttosto statico:
"Punto primo... - disse - ...mi devi un paio di scarpe. Secondo, chi ci corre dietro?"
"Per ora nessuno. - ringhiò Wedo – Motivo in più per essere veloci."
"Siamo arrivati fin qui... quel coso non ci poteva portare a destinazione. Se devo fare le cose per forza almeno fammele fare comode. Più contento io, più contento tu che, fratello mio, sei un bastardo incazzoso, schizzato e figlio di puttana. Papà Non Vuole rispetto a te è oro! Anzi ridammi l'amico mio che tutto questo bisogno di sentire le tue puttanate proprio non ce l'ho..."
"Siete irritanti e strafottenti di famiglia..."
"Sine."
Wedo avrebbe tanto voluto (e potuto) afferrarlo e usarlo per saggiare la consistenza del terreno. Ma non poteva romperlo, se lo continuava a ripetere e come se non bastasse, cosa che più lo faceva infuriare, Cialledda lo aveva capito. Se ne approfittava, certo. Si limitò quindi a camminare.
Cialledda rendendosi conto che, dopo appena due passi, quasi non lo vedeva più, fu costretto ad andargli dietro. La distanza che coprivano era innaturale rispetto alla loro velocità ed alla lunghezza del loro passo, come se fossero su un tappeto e qualcuno lo stesse tirando a sé. Dopo poco Cialledda poté distinguere meglio la costruzione, davvero alta, davvero imponente e fatta di teschi.
Viva la fantasia, si disse Cialledda ed un rutto descrisse tutto il suo stato d'animo.
"Che c'è? - a Wedo che si era voltato – Io dentro ho tutto in fermentazione... cammina che non ce l'ho con te..."
La voglia di Wedo di strappargli la faccia a morsi aumentò.
Erano al cospetto di ciò che appariva come una immensa gabbia toracica, composta da teschi umani, animali, altri di natura che Cialledda non riusciva a stabilire né voleva immaginare con della carne addosso. Milioni di orbite vuote che all'apparenza nulla teneva assieme, un mosaico cui erano occorse tante morti per comporsi, piantato nel bel mezzo del nulla. Fra le costole buio. Eppure oltre di esso, la distesa d'erba continuava.
"E questo tu lo chiami cancello?" disse Cialledda
Wedo lo guardò sogghignando, qualsiasi cosa ci trovasse in quell'affare gli dava soddisfazione.
"È il Cancello. - confermò – Puoi arrampicarti facilmente e passare fra le costole."
In effetti i teschi erano ottimi appigli e le proporzioni avrebbe permesso pure ad un elefante di attraversarle. Ma non voleva dire:
"Ma cos'è rotto? Si è bloccato che devo mettermi a fare le scalate?"
Qui Cialledda scoprì che Wedo aveva perso la pazienza e che aveva pure un'ottima mira.
Non voleva fare la scalata? Fu accontentato ed afferrato per la cintura e scagliato esattamente a canestro. Di rotto non si è rotto, pensò Wedo. Di entrare è entrato




"Quindi si cade nella solita palude: può un intellettuale essere anti-intellettuale? - Bordiga


Sembrava inevitabile che si trattasse sempre di una questione di raccomandazioni, raccomandati e raccomandanti. Qualsiasi cosa riguardi la solita, sempre citata ed inflazionata Repubblica, va ad infrangersi su questo ostacolo. A furia di averci a che fare anche la criminalità si era fatta contagiare per cui, anziché persone serissime e di certo calibro, anche nell'ambito dell'omicidio si voglia di massa che su commissione e persino in quello preterintenzionale, si aveva a che fare con dei cretini ascesi per parentela o per essere, almeno come ruffiani, ineccepibili. Tutto ciò per dire che nel piano architettato (era poi corretto dire così?) dal misterioso Professore, non c'era modo di rintracciare un elemento insostituibile, tale da permettere a Maier e Bordiga di riagganciarsi agli avvenimenti, di seguire, di scoprire. Ogni uomo coinvolto poteva invece essere eliminato, meglio, cancellato in qualsiasi momento. Con un mondo profondo e scuro dentro che presto finirà senza che nulla occupi il suo posto... loro od altri nel grande vuoto, chi prima chi poi... come si potrà essere ricordati se non ci sarà nessuno a ricordare?
"Bisogna sperare che davvero esista l'intelligenza di Dio. - disse Maier – Almeno lì saremo ricordati per sempre."
Guidavano verso il paese di Cialledda, strada a ritroso che veniva a noia.
Bordiga non poté fare a meno di notare:
"Secondo me è singolare che due come noi se ne stiano a parlare di quanta paura hanno che l'umanità scompaia."
Maier scosse la testa:
"Direi piuttosto indicativo. Non agiamo forse noi contro l'umanità? Non lo abbiamo sempre fatto?"
"E se ne è pentito?"
"No, almeno fino a quando ero convinto di agire per lo Stato... molto tempo fa. Ciò che è venuto dopo lo considero un incidente inevitabile."
"Quindi non si assume nessuna responsabilità."
"Non ho detto questo."
C'era qualcosa del sedile di Bordiga che gli dava fastidio. Si alzò facendo forza sulle ginocchia, tendosi al passamano, cercando di risistemarsi schiacciando con il proprio peso qualsiasi cosa ci fosse a farlo stare scomodo. Ci riuscì dopo un paio di tentativi.
"Stavamo dicendo? - disse – Ah sì... io sono certo di non avere nulla di cui pentirmi. Per come la vedo io, a provocazione ho risposto. Posso fare a meno di qualsiasi attenuante. Ritenevo e ritengo che l'unico modo autentico di agire per lo Stato, intendo quello italiano, sia l'eversione... poiché all'origine c'è stato un fraintendimento... popolo e potere pensavano di firmare lo stesso contratto ed invece l'uno ingannava l'altro con dei termini differenti.... non so se mi spiego."
"Credo. Mi stupisce che però lei ne faccia una questione solo nazionale..."
"Allora l'ho portata fuori strada. Ogni bomba, ogni morto, sono causati da quel sopruso che è l'istruzione elementare obbligatoria. Lo scopo di questa guerra è sopprimere chi adoperi correttamente il congiuntivo... scherzo."
Maier lo trovò effettivamente divertente. Ma bisognava tornare al lavoro. Avevano dopotutto questo fantomatico notaio da rintracciare, sembrava essere il fiduciario del vecchio senza nome e quindi, forse, non era così facilmente sostituibile. Del resto dicendogli di disinteressarsi ed indirizzandoli altrove, il Professore non aveva ottenuto che l'effetto contrario. Probabilmente ne era consapevole e quindi sempre Bordiga e Maier, insistendo aderivano alle regole che egli voleva imporre. A ben vedere però, era l'unico che usciva con la coscienza pulita. Gli aveva pur concesso la possibilità di scodinzolare liberamente altrove. Ma non erano uomini, loro due, da godere di simili elargizioni.
Non erano uomini che riuscivano ad ignorare... Mentre era posseduto - parola che Maier riteneva insulsa, ma non ne aveva altre - come in un sogno aveva provato a dialogare con la grande ombra che incombeva su di lui e forse nell'intento di non far soccombere l'essere che in quel momento andava a sostituire, era inevitabile che le due intelligenze comunicassero anche se grande era la differenza e ciò che l'una poteva comprendere dell'altra. Eppure l'ombra aveva risposto, confermando ogni cosa che Maier aveva intuito ed anche cose che non aveva compreso di aver intuito.
"Una avidità stupida. - disse a Bordiga – Intendo l'avidità di perfetti idioti. Che per l'uno e l'altro elemento sono anche in posti di potere, qualsiasi ne sia l'entità."
"Proprio il tipo di gente che stiamo passando in rassegna, infatti." Bordiga
"C'è una qualche... vogliamo chiamarla legge? Una legge che impedisce di interferire direttamente e non ho idea di cosa il Professore stia portando avanti e indietro da dove e verso dove... aveva ragione nel dire che non riusciremmo a capirlo... quindi quegli uomini..."
"Li sta usando."
"Peggio. - Maier fermò l'auto, infischiandosene della circolazione del paese. Prese Bordiga per un braccio – Molto peggio. Sono stati loro ad interpellarlo, sono loro ad usarlo e lui non chiede di meglio... non potevano aspettare un terremoto, una alluvione no... volevano terra vergine, niente macerie, niente scampati, accampati, morti di fame, baracche... e lui li ha accontentati. Solo grazie ad un effetto secondario di certe sue operazioni... ma glielo hanno chiesto. È questo l'importante."
Bordiga lo fissò per un istante, Maier era calmissimo, l'esperienza con il Professore non sembrava averlo scosso troppo. Bordiga, sinceramente, lo avrebbe preferito delirante e terrorizzato, essendo così più facile non dare il giusto peso alle parole. Invece era, entrambi lo erano, condannati ad essere persone logiche, lucide, un poco spostate già di loro, ma senza che nemmeno un grado di cretineria gli fosse concesso. Davvero lo avrebbero voluto.
"In poche parole... - Bordiga - ...tutto questo sconvolgimento del creato e delle vite e delle morti, si riassume in una operazione di abuso edilizio?"
"Più l'associazione a delinquere. Esatto."
"Bé... a confronto io e lei siamo dei padri della patria."
"È un aspetto positivo..."
"Lo è. Sappiamo già dove trovare l'amico notaio?"
Lo sapevano ed a chiederlo ad un passante qualsiasi lo avrebbero saputo subito in ogni caso. Era un palazzotto da padroni che a stalle e magazzini aveva sostituito e annesso condomini e negozi. Non di meno la data in nero su un tassello bianco, 1881, ricordava agli abitanti del nuovo circondario che almeno da allora li si riteneva e si continuava a ritenerli, li si trattava e si continuava a trattarli come una accozzaglia di pezzenti. Da cui pretendere un canone anzitutto per giustificare la loro esistenza e solo in un secondo momento per l'uso dell'immobile.
Una telecamera sorvegliava un robusto portone in acciaio con un passo carrabile fuori misura affisso e ammonitore. Videocitofono anche. Maier, conscio che il suo indice andava a mettere in ogni caso qualcosa in moto, suonò. Attesero. Nessuno rispose.
Sulla destra del portone era ritagliata una porta più piccola. Maier bussò. Un rimbombare metallico e null'altro. Non che si aspettasse nulla di diverso. Potevano fermarsi lì? Nel senso di attendere certamente. Non avevano fretta a questo punto.
Bordiga intanto aveva fatto un giro intorno dando un'occhiata ai balconi, cercando eventuali altri ingressi, nulla, l'edificio appariva inespugnabile. Entrare con la forza? Forse non c'era davvero nessuno. Tornando da Maier era giunto alle sue stesse conclusioni, un appostamento, anche se in prospettiva molto lungo. Si misero comunque bene in vista, nascondersi sarebbe stato inteso come un sfida stupida, una irriverenza gratuita e poi, almeno pensava Maier, il vecchio sapeva benissimo, ovunque fosse, che loro erano lì.
Maier e Bordiga reciprocamente apprezzavano la virtù di restare in silenzio, di eventualmente parlare mai a sproposito o in un'ottica comune, di senso comune, di comune accettato a cui sempre si erano sentiti estranei. Il prossimo era da lasciare in pace, specie se persona capace - e Bordiga lo pensava di Maier e Maier di Bordiga - di curare il proprio pensiero che appunto di cura necessitava. Potevano intuire o provare a farlo, cosa nella mente altrui si pensasse, ma senza far domande, sempre con questa delicatezza, sempre una riservatezza intellettuale, gradita, cercata.
Perché, ai fatti si sarebbero dovuti arrendere, era facile che li si prendesse per intellettuali. Difatti con una sintonia, una compenetrazione, una simpatia in senso proprio e da invidiargli, quando i loro sguardi si incontrarono capirono su cosa si stessero interrogando.
"Non tenterò alcuna difesa." disse infatti Maier
"Quindi … - Bordiga - ...si cade nella solita palude: può un intellettuale essere anti-intellettuale?"
"Sì. - Maier - Se diamo ad una cosa, che chiameremo intellettualismo, una dimensione lontana, del tutto estranea all'intellettuale."
"Ma allora non è la solita smania di convincere, paura di non essere creduti, frenesia nel ribadire di aver preso, prima, dopo, sempre e per sempre le distanze dal socialismo reale? Come un testimone che sa di dire la verità e proprio per questo di non essere ritenuto attendibile."
"Questo è un colpo basso. E poi presuppone che ogni intellettuale che possa definirsi tale abbia bazzicato attorno a Marx in qualche modo, sopra o sotto il cadavere di lui, dentro e preferibilmente fuori un qualche libro là, dove si può sentire forte e meglio e bruciandosi le narici, la puzza di carogna dello Stato."
L'indice di Bordiga si agitò in diniego:
"E mi parla lei di colpi bassi? Amico mio, queste sue obiezioni mi costringono a figurarmi una qualche specie di prete, ogni specie di prete e che come tale mi è antipatico. E siamo al punto di partenza: è sufficiente un elemento irrazionale per essere anti-intellettuale? Come sempre non c'è risposta... In quanto alla sua carogna, abbiamo visto che la decomposizione non è fattore determinante a togliere alcunché dal mondo."
Maier non avrebbe voluto arrendersi, fermarsi a questo punto della discussione e fu seccato dall'uomo che delicato, discreto, bussò al suo finestrino.
Maier lo abbassò.
"Il signor notaio?" chiese. Quello annuì.
"Lei si ritiene un intellettuale?" Bordiga chinandosi per farsi vedere. Maier se la rideva sotto i baffi.
Ma essendo il notaio null'altro che un servo, per quanto apprezzato, non badò all'intemperanza degli ospiti e si limitò a riferire.
"Il Professore ha detto che potete entrare, se è questa la vostra intenzione. Nulla in contrario."
Trappola? Trappola di certo. Più insidiosa di quelle dialettiche di Bordiga, ma che potevano fare? Perdere l'occasione di infastidire quella sorta di autorità costituita? O soddisfatti in ogni curiosità o morti. Scesero dalla macchina.
"Faccia strada..." Bordiga al notaio che aprì con la chiave la porta più piccola. Non lo avevano visto uscire da lì né arrivare da qualsiasi altra parte e quindi si erano distratti. Male.
All'interno, dove una volta sostavano il cavallo del padrone e dei suoi bastonatori di fiducia, come testimoniavano gli anelli di pietra alle pareti e le mangiatoie, sempre di pietra, adesso c'era l'auto del notaio che occupava quasi tutta la lunghezza del cortiletto. Tramite pochi gradini di marmo si accedeva ad un ballatoio con una ringhiera in ferro battuto e di là alla casa. Anche il corrimano che seguiva i gradini era in marmo, un poco corroso dal tempo e Maier e Bordiga notarono il buon lavoro fatto nell'applicare un binario di acciaio ed un montascale elettrico che al momento si trovava in cima e quindi fattibilmente qualcuno ci era salito. Ma poteva anche essere una astuzia del Professore che era così sottile così come lo erano Maier e Bordiga per esserne suggestionati. Forse voleva indurli ad abbassare la guardia, a ridimensionarlo nella debolezza del corpo, poteri così grandi ma inutili dinanzi a quell'insignificante eppure invalicabile ostacolo.
"Ha difficoltà a dirci se il Professore ne fa uso?" Bordiga quasi temendo di anche solo sfiorare il macchinario.
"Nessuna difficoltà. Spesso il Professore non è in sufficiente forma fisica." formula carica di sottintesi che a Maier un poco fecero girare le scatole.
"In ogni caso noi non ne abbiamo bisogno. - sempre il notaio – E questo è un ingresso di questa casa."
"Non ci precede? In fondo è casa sua." Maier
"Io ho rinunciato ad ogni bene materiale per assistere il Professore nella ricerca. Voi volete entrare: ecco la porta."
"In cosa consiste questa ricerca?" Bordiga
"Ovviamente è la ricerca degnissima che conduce a contemplare l'amore dell'Altissimo."
"Non poteva essere altrimenti." Maier
"Fessi noi che lo abbiamo chiesto..." Bordiga
"Buona contemplazione allora..." Maier muovendosi, ma ancora il notaio gli sbarrava il passo.
"Il Professore... - disse – Il Professore ritiene che voi meritiate di essere avvertiti. Il suo messaggio è questo: oltre questa porta c'è la vostra perdizione. Non è qualcosa che è stata apparecchiata per voi e nemmeno il Professore ne è l'artefice, egli infatti non vi odia ed addirittura vi ammira, ma sarà adoperata anche per voi, contro di voi. Siete sempre in tempo a tornare indietro. Ho riferito tutto. Con permesso..." e detto questo scese le scale, riaprì la porticina ed uscì in strada.
"A questo punto..." Maier
"Di qualcosa dobbiamo morire." Bordiga
Maier inarcò le sopracciglia, entrò seguito da Bordiga. Abbastanza indolore ed un poco delusi, in effetti, rimasero. Probabilmente perché erano in grado di attribuire un tempo ed un luogo agli oggetti che, nel lungo corridoio illuminato da faretti incassati nel soffitto, ingombravano lo spazio, appesantendolo di luccichii e macchie di colore. Pur disposti con ordine, pur nell'intento di conferirgli una qualche dignità. E quindi si dovettero sorbire rastrelliere, teche, vetrine di medaglie, fucili, gladi, fasci littori ed asce bipenni; gagliardetti, bandiere, arazzi e manichini con varie uniformi militari, tenute coloniali, da sommozzatore, da pioniere con tanto di vanga. La pelle di leopardo, la testa di facocero, il leone e l'aquila impagliata. Busti, effigi e ritratti di personaggi prevedibili e adatti al contesto. Orbi sorretti da nudi eroici tesi in vari sforzi ginnici e tutta la paccottiglia che ci si aspetterebbe ammassi un ex repubblichino, accompagnato da qualche ardito cazzone della X Mas, con la collaborazione di un paio di nazisti rincoglioniti. Le facce di Hitler e Mussolini, variamente riprodotte, sembravano averne abbastanza pure loro. Ovvio che il Professore ci avesse tenuto a specificare di non aver curato lui l'arredamento. Sciabole, pugnali, svastiche e rune nei più disparati materiali testimoniavano solo il tempo speso dai rispettivi artefici.
"Bha!" fu il commento indispettito di Maier.
Bordiga non disse niente.
Percorso il corridoio girarono a destra, altrettanto lungo e pieno il percorso successivo, girarono a sinistra e sempre la teoria di paccottiglia restava la stessa.
"Non hanno combattuto tanto a lungo da giustificare queste camionate di latta." disse Bordiga a Maier, davanti ad una impressionante esposizione di medaglie.
"Inflazionare bisogna... e lo sa meglio di me... inflazionare."
"E perché dovrei saperlo?"
"Per la miseria! Credevo che lei fosse fascista..."
"Non è il primo a dirmelo."
"Evidentemente le riesce bene."
"Si consoli così." Bordiga era tentato dall'urtare accidentalmente una serie di monete commemorative. Anche Maier era preso dal desiderio di accendere una sigaretta sotto qualche arazzo particolarmente infiammabile. Ma più pratico ed immediato il problema di camminare decisamente troppo e da troppo tempo. Non avevano incontrato porte, nemmeno un ripostiglio e di certo non stavano girando in tondo perché gli oggetti erano sempre diversi.
Tentarono di tornare indietro, ma né riconobbero nulla né ritrovarono l'ingresso. Di nuovo cambiarono senso di marcia con gli stessi risultati. L'evidenza dichiarava come si trovassero in un labirinto senza inizio e senza fine. Allora, d'istinto afferrando Maier una lancia e Bordiga una vanga che un manichino presentava come un'arma in una rassegna cristallizzata in qualche memoria ormai estinta, si accanirono su una parete che non solo non si scalfiva minimamente, ma sembrava assorbire i colpi trasmettendo una vibrazione in tutto ciò che li circondava. Maier e Bordiga la avvertirono, come essere sollevati da un'onda del mare, quel brevissimo istante in cui si ha la sensazione di volare per poi tornare a calpestare il fondo. In più gli attrezzi che avevano afferrato con foga, divennero freddi, gelati, tanto che li lasciarono cadere trovandosi a combattere con una sensazione di ghiaccio che non andava via dalle mani. Inutile sfregarle od alitarci sopra. In realtà doveva essersi abbassata improvvisamente la temperatura di tutto l'ambiente, il fiato condensava in vapore bianco, non ci fu bisogno che si confermassero a voce di sentirsi intorpiditi.
"Continuiamo a muoverci." Bordiga
Maier lo seguì, anche se il freddo che si stava abbattendo su di loro era chiaramente indifferente al calore dei corpi, tanto che si decisero a dar fuoco a qualcosa, ma le fiamme dei loro accendini bruciavano immobili senza consumare ciò che toccavano o si spegnevano in uno sfavillio che spargeva brina, piccoli cristalli trasparenti e puri, belli da osservare mentre si assiderava.
"Diciamo che un paio di tentativi di ufficio dovevamo farli." disse Bordiga
"Quindi è qui che creperemo. - Maier – Solo che, ammesso che qualcuno venga a cercarci, vorrei essere ritrovato in una posizione dignitosa, composta."
"Sono della stessa opinione. - su un espositore di legno laccato scuro, con varie pistole, Bordiga trovò un cofanetto con delle munizioni – Da questi potremmo ricavare della polvere da sparo..."
"Sappia che non la riterrò meno combattivo se eviterà questa sceneggiata del bombarolo."
"Cercavo di salvare la faccia."
"Qui ci siamo solo io e lei ed essendoci buone possibilità di morte del corpo preferirei essere il più rilassato possibile... se riesco a rendere una qualche continuità..."
"Rende, rende, non si preoccupi. - Bordiga tirò fuori la pistola - In quanto all'esserci solo noi due... ha visto quell'ombra che si è appena spostata?"
"L'ho notata, sì. Ma penso faccia parte della scenografia, un contorno angoscioso agli ultimi istanti, ma non è il nostro caso... questo luogo è qui immutabile in attesa di vittime... vittime medie. Se così posso esprimermi."
"Stavo considerando la possibilità di ucciderci. Insomma... avremmo dovuto farlo parecchio tempo fa, per il bene collettivo per di più... insomma credo che il Professore ci abbia gentilmente fornito la giusta spinta."
"Ci ho pensato anche io. - Maier – Ma non siamo qui da abbastanza tempo, probabilmente un paio d'ore. Il mio orologio si è fermato ed il cellulare si è spento e non riesco più a riaccenderlo."
"Vale anche per me. - annuì Bordiga – Diamoci una giornata lavorativa per tentare di uscire di qui, mostrando una certa determinazione."
"E se riuscissimo e comunque non volessi andarmene?"
"È una possibilità anche quella."
"Di nuovo quell'ombra... chiaramente una sagoma umana."
Anche a Bordiga non era sfuggita e non fece fatica a ritrovarla pochi passi più avanti. Non sembrava badare a loro, piuttosto fuggire da sé, per sé, ancora nella prigionia in cui chissà quanto tempo prima era stata intrappolata. Adesso sembrava appostata, guardinga, in attesa di qualcosa che forse c'era, ma loro due non potevano vedere. Maier, nonostante le sue dichiarazioni di intenti, sembrava distante, Bordiga lo vedeva come sbiadito e sbiadito era visto, anche se non poteva esserne certo.
Per il corridoio senza fine chissà cosa Maier andava considerando e Bordiga gli rivolse la parola, ma non ricevette risposta. Di nuovo. Stesso risultato. Non ci badò, mentre Maier accelerava e lo superava. Era suo diritto non voler parlare. Tutto ciò che quel luogo ispirava, alla fine, nessuno di loro due voleva sentirlo. Poi si sentì chiamare.
"Mi dica." cercando di essere gentile. Più dell'essere ignorato lo seccava il repentino essere riconsiderato.
"Bordiga! - Maier – Bordiga!"
"Sono qui dietro di lei." ma senza convinzione, forse era ciò che l'ombra aspettava, forse li aveva invidiati vedendoli assieme a condividere la disavventura ed adesso godeva perché la loro condanna era uguale alla sua ed erano rimasti soli. Bordiga fece un tentativo di raggiungere Maier e di toccarlo, ma non ci riuscì, Maier era una immagine incorporea o forse lo era lui stesso o forse entrambi.
Si limitò a stargli dietro ed a constatare che Maier aveva smesso di chiamarlo, aveva smesso di cercarlo. A breve Bordiga avrebbe rinunciato a seguirlo, non c'era cattiveria, si disse, una volta tanto, nelle nostre azioni. Maier sparì svoltando a destra, il passo si era fatto più lento, quasi zoppicava. Bordiga si fermò.
"Onore ai compagni caduti." mormorò
Più per il suo non essere in tono con il resto che per le dimensioni, effettivamente notevoli, un quarzo rosa montato su una pesante base circolare d'argento, attrasse la sua l'attenzione.
Sulla base erano incisi sottili, intricati simboli che non aveva mai visto. Le sfaccettature del cristallo stimolavano il gusto di Bordiga e per qualche motivo pensò che doveva voler dir qualcosa, che oltre o dentro quelle forme doveva esserci un senso, una energia, un mondo di cui le trasparenze e i riflessi erano la porta. Non aveva risposte per questi suoi interrogativi, niente arrivò ad illuminarlo, a permettergli di penetrare quei segreti, se c'erano. Ci fosse stato Maier, avrebbe potuto disturbarlo e porre quei problemi anche a lui, magari arrivare ad una soluzione.
Che il freddo d'un tratto abbandonasse quel luogo adesso gli era indifferente.
Più interessante che ora, proseguendo, cominciassero ad apparire dei lucernari e che tornando indietro sui suoi passi ritrovasse gli stessi oggetti. Una porta gli diede accesso ad un bagno, un'altra ad un salotto con un camino spento ed una vetrata che si affacciava sulla strada. Provò ad aprirla, ci riuscì, quello che vedeva dal balcone era inequivocabilmente il paese e quella la loro auto. Si trovava quindi al piano superiore della casa e sopra il portone d'ingresso. Tornò in corridoio, proseguì e trovò le scale, le discese ed attraversate un paio di stanze, fra cui la cucina, ritornò nel cortile interno. Mancava solo l'auto del notaio ed il montascale era di sotto. Il portone era l'unica cosa che lo separava dalla libertà, premette un pulsante che fece scattare la serratura elettrica, ma quando la aprì, la rappresentazione a cui dovette assistere, galleggiante in un vapore nero da cui si sentiva respinto all'interno dell'edificio, lo costrinse a riconsiderare la situazione. Bordiga si vide seduto sulla panchina della piazza, ricordava bene quel momento, le birre, i pistacchi salati, la telefonata di Maier. Non riusciva però a ricordare quando quella donna che aveva visto allontanarsi con la madre e la sorella di Cialledda, fosse venuta da lui a schiaffeggiarlo e a pronunciare quelle parole.
Né qui né altrove.
"Mi perdoni se sono stato troppo pittoresco." sentì Bordiga alle sue spalle. Un colpo violento lo spinse all'interno del cortile, il portone si richiuse con fragore eccessivo per le sue dimensioni, ogni suo tentativo di riaprirlo fu vano.
Il Professore lo stava osservando, pensieroso.
"Confesso che non me lo aspettavo. - disse – Devo confessarle un mio errore e scusarmi con lei."
"Poteva lasciarmi dov'ero."
"Era infatti mia intenzione... ma venga, venga pure, ormai conosce la strada."
Bordiga aspettò che il Professore si sedesse sul montascale e con pazienza attese arrivasse di sopra.
"Mi dia il braccio." ordinò. Bordiga eseguì.
Invece che attraverso la cucina, il Professore passò per un corridoio che Bordiga non aveva visto prima e per come le cose si erano messe avrebbe benissimo potuto non esserci. Il vecchio mormorò qualcosa che Bordiga non riuscì a distinguere ed in un battito di ciglia, sentendo la mano del vecchio abbandonare il suo braccio, fu in sala semicircolare che prendeva luce da sei grandi finestre e su cui si affacciavano tre porte; le pareti occupate da scaffali pieni di libri a cui erano stati addossati lunghi mobili ingombri di vecchie foto ricoperte dalle polvere. Anche se non era esattamente così, a ben vedere, in quel luogo, la polvere era immobile, mai era riuscita a posarsi sulle cose e le avvolgeva, ma senza sfiorarle. Il vecchio si accomodò lasciandosi andare su una sedia di vimini dallo schienale altissimo, subito armandosi di un sorrisetto ad uso completo di Bordiga.
"Faccia quel che vuole, giri, guardi, tocchi pure. Non ho fretta... e nemmeno lei ne ha più."
"Aveva parlato di scuse e di un errore. Credo sia insolito da parte sua."
"Mi dispiace di averle dato questa idea di me. Mi sono sempre scusato quando dovevo, poche volte, ma non di meno l'ho fatto."
"Non intendevo offenderla."
"Non si preoccupi. Ciò che ha visto, poco fa, è realmente avvenuto, le do la mia parola d'onore. Non può ricordarlo essendo lei poco avvezzo a ritenere certe cose a memoria e di certo Bastet non si è curata di rimanerle impressa o meno."
Bordiga guardò dalle varie finestre, solo luce, nient'altro.
"Di che sta parlando?" e passò alle fotografie.
"Di una maledizione pronunciata sulla foga del momento, per ripicca, senza pensarci troppo. Per il semplice fatto che le è possibile... io stesso non potrei concedermi tanta leggerezza senza pagarne le conseguenze."
"Quindi sono sopravvissuto grazie ad una faccenda di semantica. Immagino che né qui né altrove sia la descrizione perfetta di quel posto dove siamo capitati io e Maier."
"Non saperi dirlo meglio io stesso."
Nelle foto che Bordiga continuava ad esaminare era rappresentato sempre lo stesso uomo, sulla trentina, forse meno, una somiglianza con Kafka, abito chiaro, molto elegante. Con lui vari dignitari che Bordiga riconobbe come tali per via di medaglie e altre vistose onorificenze. C'erano poi cameratesche pose con altri uomini palesemente delle SS e strette di mano immortalate con vecchi impressionanti dallo sguardo spiritato e dal saio nero oppure con severi professori (Bordiga li interpretò come tali) od ancora con individui ambigui che era difficile capire fossero uomini o donne.
"Chi è? - chiese Bordiga – Mi perdoni la curiosità..."
Il Professore sorrideva ancora:
"Dipende dall'oggetto della sua curiosità. Se vuol sapere come si chiama non posso aiutarla… lo ignoro... pppure lo cerco da tutta la vita ed in tanti sono periti avendo lo stesso mio intento. Se vuole sapere chi è allora le posso dire che a lui ho dedicato tutta la mia esistenza ed attraverso di lui si compie l'Opera mia. Non aggiungerò altro."
"Mi basta... tornando a noi, ha intenzione di lasciarmi andare o che?"
"Purtroppo non è in mio potere, non ancora almeno... non me ne voglia. Nostra Signora Bast come posso dire... mi ha appioppato un coinquilino contro la mia volontà, non che la cosa mi dispiaccia intendiamoci... trovo la sua compagnia squisita."
"La ringrazio. Devo purtroppo rivolgerle altre domande..."
"Chieda, chieda pure... ma mi lasci rendere più confortevole la conversazione."
Da una delle porte il notaio entrò spingendo una sedia del tutto identica a quella del Professore.
"Il signore resterà con noi. - il Professore – Servilo d'ora in poi come si trattasse di me."
Bordiga annuì, il notaio accennò un inchino ed uscì.
"Immagino stesse per chiedermi del suo Maier."
"Proprio così. È morto? Propriamente dico." Bordiga accomodandosi
"Tecnicamente siete morti nello stesso istante in cui siete entrati nel corridoio dei trofei... non ho altri nomi per quel luogo, non ho l'abitudine di inventarne o riutilizzarne di vecchi... cattivo cattivo costume per inciso... comunque sì, Maier è morto... la sua anima ha potuto però lasciare liberamente quel piano dell'esistenza – smorfia di Bordiga - Lei non ci crede o meglio non la accetta vero? L'esistenza dell'anima..."
"Se debbo arrendermici come fatto, allora lo accetto e non ho bisogno di crederlo. Ma se debbo farmelo piacere no, non mi piace. È un altro modo di continuare i giochi che già facciamo in questo di mondo... il mondo in cui sono nato e vissuto... giochi come i suoi, glielo dico francamente."
"Ed altrettanto francamente le rispondo che io non faccio giochi... io andrei dritto sulla mia strada se nessuno mi interpellasse ed ovviamente ne traggo vantaggio, ma senza approfittarne. Mi spiego meglio: prima che ci incontrassimo la prima volta, prima che lei si ostinasse a forzarmi la mano, non le avevo reso la vita più confortevole? Non avevo fatto altrettanto per Maier?"
"Con dei fantasmi. Non aveva diritto di..."
"Mi stupisco che proprio lei mi parli di diritti... posso concederle una certa invadenza da parte mia... ma che per lei abbia senso o meno sapevo il cammino che avreste intrapreso e magari senza curarmene troppo, magari senza insistere a sufficienza, ma vi ho sempre avvertito, consigliato addirittura, sul quando sarebbe stato più saggio desistere. Non l'ho fatto forse fin sulla soglia del corridoio dei trofei ed ancora prima? Mi accordi un certo numero di... complessità da gestire oltre alla vostra condizione."
"E nonostante sapesse ciò che sarebbe avvenuto? Ciò che avremmo fatto? Non ha senso."
"Lo ha per me e tanto basta. Come per voi due aveva senso andare incontro alla fine... rendendomi complice della vostra fine e così usandomi violenza... aveva senso per voi e tanto basta. Motivo per cui, come può vedere, non mi altera minimamente discorrere di questi aspetti."
Bordiga invece, ad un tratto si sentì esausto, spossato, avrebbe voluto riposare, ma non osava chiudere gli occhi nemmeno per un secondo con il Professore presente.
"Ma la vedo molto stanco... Per il momento ognuna di queste porte la condurrà all'interno della casa, trovi dove riposare e disponga di qualsiasi cosa liberamente. Quando vorrà mi troverà. Adesso devo chiederle di andare."
"Un'ultima cosa... quando ci ha detto che potevamo liberamente cercare Cialledda, che tutto passa attraverso di lui e che lei non se ne cura affatto…. era un altro modo per tenerci lontani?"
"No... su alcuni punti ho mentito. In ogni caso, in ogni luogo, il corridoio dei trofei vi avrebbe sorpreso e soppresso."
"Su quali punti avrebbe mentito?"
Il Professore sorrise di nuovo, Bordiga avrebbe voluto insistere, ma adesso stava fissando una parete su un corridoio con molte porte. Trattenendo le bestemmie ne aprì un paio finché non trovò una camera da letto. Tutto in ordine e pulito. Qualcuno, di certo il notaio guidato dalle contorte previsioni del professore, aveva fornito il mobile bar di qualsiasi cosa Bordiga avrebbe potuto voler bere e su un carrello, mangiare. C'erano anche tabacco, sigari, sigarette. Si lasciò andare sul letto pensando che riprese le forze, la sua permanenza, almeno in derrate, sarebbe costata cara al Professore.


"Sono triste per te Bast. Sono sempre tutti tristi per te..." - Vanth


Si era messa a far bolle di sapone, unendo le punte del pollice e dell'indice le agitava nell'acqua dei piatti. Che inutile dirlo, così facendo non si sarebbero mai lavati da soli. Di solito non accade.
La sorella di Cialledda diede di gomito alla madre, annuendo in direzione di Bast, come a dire che sta combinando? Tanto vale che ce li laviamo da noi come sempre. L'unica altra presente era la zia di Cialledda, quella che l'aveva incontrato per strada ed aveva riferito la notizia, costretta poi a ripeterla molte volte e sempre con una nuova richiesta di particolari. Come era vestito, come non era vestito, da quanto era arrivato, dove era stato, come le era sembrato, dove stava andando e così via.
Purtroppo per lei, la madre di Cialledda proprio non si voleva arrendere all'evidenza di una breve, scarna, fugace conversazione e forse pensava che lei nascondesse qualcosa, glielo si leggeva in faccia, entrambe se lo leggevano in faccia. Ma possibile che nessuno capisca – pensavano – il disagio, la vergogna, la disgrazia che dovevano patire per colpa di quello... quello...
"E che devo fare? - era sbottata l'interrogata alla fine – Me le devo inventare le cose?"
Dall'ingresso qualcuno diede voce. In cucina si presentò, con fastidio della madre di Cialledda, quell'amico orribile di suo nipote, lungo lungo, secco secco, pelato, carico di orecchini e con quei tatuaggi dalla testa ai piedi, delle macchie per lei, come se qualcuno li avesse mischiati pasticciandoli tutti allo stesso modo in cui si battono assieme tuorli ed albumi. Che facesse l'educato, che facesse il gentile, per lei non faceva differenza... quella barbetta bionda a punta le faceva venire i brividi ogni volta che diceva buongiorno o buonasera. Ecco chi le toccava tenersi in casa per colpa di suo figlio. In seconda battuta seguiva quel grande campione di suo nipote. Ma non bisognava meravigliarsene a partire dal nonno, i figli ed i figli dei figli erano tutti una razza. Tutti con la stessa testa e poi – pensando a suo cognato buonanima e gettando un'occhiata alla vedova – cosa ci si poteva aspettare sposando e figliando con questa qui?
"Sacra famiglia..." disse il vituperato nipote andando poi a baciare Bast.
"Come siete entrati? - la madre di Cialledda acida – Non avete suonato."
"Era aperto." il tizio orribile ancora più orribile quando sorrideva
La donna sospirò, rumorosamente. La cognata fece finta di non aver sentito e non aver colto. La sorella di Cialledda se ne stava zitta accanto alla madre.
"Santino a mamma..." in ammonimento, vaga scusa. Già, Santino, proprio così all'anagrafe.
E alla madre di Cialledda che i due cugini si chiamassero allo stesso modo era un ulteriore mescolare di razze e della sua, povera martire, con quella brutta brutta del compianto marito che aveva avuto la sventura di incontrare sulla sua strada. A quest'ora, si diceva, io avrei dovuto essere... e non finiva mai la frase nemmeno con se stessa.
Tutte queste cose Santino le leggeva in faccia a sua zia.
"A voi due... - agitando un dito verso madre e figlia – L'idea di aver mandato quello lì... – intendendo Cialledda - ...in galera a cazzo ancora non vi è ancora arrivata!"
"Santino a mamma..."
"A mamma! A mamma! No perché, in primo luogo, tutto questo casino lo avete iniziato voi...
Fosse stato tranquillamente a casa sua non avrebbe mai cercato di ammazzarsi anzi no, dati gli elementi che siete, lo avrebbe fatto in tempi non sospetti."
"Ma di che parli? - la donna alzandosi in piedi, ma subito risiedendosi per l'improvviso primo piano dei famosi tatuaggi – Tu vieni in casa mia a …"
"Ma io me ne vado, io me ne voglio andare, chiedi a lei... - nel frattempo i piatti erano tutti puliti, ad una velocità sospetta e sospetti luccicavano - ...io quando ho avuto il presentimento che potesse venire qualcuno a farvi a pezzi per sapere cose che non sapete, ero contento."
"Nondimeno rimarremo qui a proteggervi." Bast inserendosi nella discussione
"E quindi rimarremo qui a proteggervi. - Santino sfoderando un sorriso – Visto che bravi? Ditele grazie... no sul serio, ditele grazie."
Silenzio, avrebbe ceduto lei? Cosa avrebbe fatto lui?
"È rotto!" la sorella di Cialledda per fortuna cambiando discorso e rivolgendosi all'amico di Santino che stava fissando un vecchio orologio a pendolo scassato, lasciato lì per bellezza. E che riprese a muoversi.
"No... non è rotto. - ed a suonare l'ora - È pure preciso."
"Robbe' quando hai finito di giocare..." Santino
"Non ho fatto niente." Roberto alzando le mani ed allontanandosi dall'orologio. Santino gli dedicò un'alzata di sopracciglia:
"Comunque sia... - non ero venuto per fare questione con voi... - Patty quando hai un minuto..."
Bast si asciugò le mani con uno strofinaccio e tutti e tre si spostarono dalla cucina al salottino con il divano e la televisione. Che ad un cenno di Roberto si accese.
"Mi raccomando continua..." gli fece Santino. L'altro fece spallucce.
"Che c'è?" Bast
"Amore mio... - Santino – C'è per caso qualcosa che potresti.... ipoteticamente... eventualmente... esserti dimenticata di dirmi?"
"Ah..."
"Ah!"
"Come lo sai?"
"Il vecchio ci ha tenuto a venircelo a raccontare... non lui di persona... il solito notaio."
"Va bene, d'accordo... ma cosa cambia?"
"Cambia che se prima il vecchio non poteva raggiungere Cialledda fin dove l'abbiamo sbattuto... adesso gli hai dato tu il sistema. Né qui né altrove, ma come ti è venuto? Se proprio hai l'urgenza di lanciare maledizioni a destra e sinistra, rimani su quelle vecchio stile che ne so... Che ogni tre anni ti muoia un parente.... Che ti cresca il naso di porco con la luna calante... Che ogni sette generazioni ad uno gli esploda la testa e poi gli ricresca... Che ogni terzo mercoledì del mese ti marciscano le..."
"Ti sei spiegato." un lampo rosso negli occhi di Bast che Santino non sapeva come facesse a diventare, arrabbiata, così tanto più bella di quanto già fosse. Avesse torto o ragione non contava, tanto si incazzava comunque. E come si fa a non amarla?
"Non potevo sapere come sarebbe andata a finire. - continuò lei – Non era ciò che intendevo... "
Sì che lo potevi sapere, Santino, ma non lo disse.
"Non puoi farci niente?" Roberto
Bast scosse la testa.
"Pensavo che le maledizioni si potessero sciogliere."
"Quando ne hai fatta una... - Santino con un indice esplicativo davanti ai suoi occhi – Ma quando ne hai tutta una collezione e quanto.... qualche decina di migliaia? - Bast fece segno di sì – Qualche decina di migliaia ancora in corso è meglio non togliere una carta dal castello. Capisci che intendo?"
"Sorella mia certo che sei incazzosa..." Roberto
"Altera si dice... altera..." Santino
"Avete finito di prendermi per il culo?" Bast
Ma una volta che attaccavano a ridere quei due era difficile che la smettessero, prendere le cose sul serio non era proprio per loro. Ed a Bast faceva piacere in un senso perché la vita, pensava, bisogna alleggerirla, ma nell'altro verso avrebbe voluto che Santino condividesse le sue preoccupazioni, anzitutto quelle che lo riguardavano. Ma non poteva cambiarlo più di quanto lei non fosse capace di cambiare e sapeva che dal punto di vista di Santino era proprio lei ad influenzare gli eventi in un modo piuttosto che in un altro. Ma era un atteggiamento che si poteva permettere perché era umano e mortale.... lei invece non lo accettava, come non poteva accettare che gente come Vanth e Lachesi le facesse da consulente di coppia.
"Mi sa che dobbiamo dire addio a miocugino... - Santino – E stavolta facendo un bel po' di casino..."
"E loro?" ossia i parenti tutti. Roberto intanto si era accomodato sul divano, solennemente tirando fuori una busta di marijuana che riempì la stanza del suo aroma.
"Fai una canna ciascuno." Santino ed il sottinteso era: che si fottano.
Bast alzò gli occhi e se ne tornò in cucina. Santino e Roberto riuscirono a sentire solo la voce della madre di Cialledda che si lamentava, tanto per cambiare. Poi più niente. Un minuto dopo Bast aprì la porta:
"Andiamo dai..."
In cucina le tre donne dormivano con le braccia conserte sul tavolo e la testa sulle braccia a Santino venne in mente l'asilo ed i bambini che fanno il pisolino del pomeriggio, cosa che lo fece incazzare esattamente come quando ci andava lui all'asilo. Ma in fondo invidiava gli altri perché se ne stavano beati sotto la supervisione delle monache e quando chiudevano gli occhi vedevano buio e nient'altro. Tirò una boccata profonda.
"Quanto sei tirchio! - a Roberto – Ci ha messo tutto il tabaccaio qui dentro!"
"Allora tieni, mangiala direttamente..." Roberto porgendogli la busta aperta
"Non eri tu quello che aveva fretta?" Bast tirando a Santino uno zaino sdrucito. Lui lo afferrò e dopo averci frugato dentro per qualche secondo, ne trasse fuori un ciottolo bianco, di quelli che si trovano lungo le spiagge, levigati dal mare. Solo che questo aveva un piccolo disegno verde, molto stilizzato e dei caratteri scritti con quella che aveva tutta l'aria di essere pece. Santino sbuffò, Bast gli porgeva un coltello. Affilato? Oltre ogni dire.
"E giustamente..." mormorò Santino praticandosi un piccolo taglio su un dito e facendo cadere qualche goccia del suo sangue sul ciottolo che dovette posare sul pavimento perché cominciò a scottare.
"Muoviti!" ed un fumo nero avvolse la pietra ed ammorbò la stanza per dissolversi come era apparso e lasciare posto ad un rettile, verde smeraldo, una specie di grosso ramarro, molto, molto grosso e con delle zanne lucenti, lunghe e affilate. La coda frustrava l'aria e Roberto e Bast dovette farsi indietro per non farsi colpire dagli aculei che la ricoprivano. Con un sibilo basso, lungo ed intenso dichiarò la sua presenza ed andò ad accovacciarsi ai piedi di Santino.
"Sorveglia... questi qui. - disse Santino – E non mangiarti nessuno." un rantolo gli comunicò che il suo famiglio aveva compreso.
Roberto fece strada e la porta d'ingresso della casa li condusse anziché in strada in uno scantinato dove in bella vista erano armi e munizioni. Santino prese un canne mozze ed una pistola a tamburo che sembrava vecchia perché lo era e non aveva mai tradito nessuno. Roberto un kalasnikov.
"Eh sì... - disse Santino - ...perché tanto non sei tu che poi ti metti a fare i proiettili uno a uno... è comoda vostra signoria?"
"Come sei pesante! - Roberto – Sei tu che non mi fai mettere mano..."
"Perché sono macchinette vecchie, manuali e tali devono restare. Serviti pure..."
Detto questo Roberto prese due caricatori e Santino intascò cartucce e pallottole che essendo tutte fatte d'oro scintillarono sotto la luce diffusa che rischiarava l'ambiente proveniente non si capiva da dove perché la lampadina che Santino aveva montato era spenta e le candele che c'erano prima pure.
"Poi me lo spieghi." a Roberto.
Bast li guardava bisticciare con un sorriso, forse un poco forzato. Avevano tutta l'aria di voler chiudere la faccenda una volta per tutte e per quanto fosse della stessa opinione, il modo in cui questo sarebbe successo la preoccupava. Seguendo il filo della vita del vecchio, nel regno di Lachesi, tutto ciò che riguardava Santino era opaco, sbiadito, quando del tutto assente. Del resto ci aveva lavorato per ottenerlo e lei di certo non si era rifiutato di aiutarlo.
Ogni cosa che finisse con lui vivo e loro due assieme le andava bene. Per quanto si sforzasse di dissimularla, evidentemente il suo volto la tradiva. Santino infatti le disse:
"Prima o poi devo finire quel che ho cominciato. Da un lato. Dall'altro il vecchio Facciamo così… se il vecchio deve capire che se vuole lavorare con me si deve comportare bene. E questo è per quell'altra faccenda… Questo è il piano."
Bast non sapeva cosa dire. In realtà tutto filava liscio e non avere morti incidentali era un suo capriccio che Santino assecondava, come assecondava tutti gli altri.
"Poi possiamo finalmente dedicarci ai miei, di problemi…" Roberto. Anche lui aveva ragione.
Anche a lui erano state fatte promesse e rassicurazioni.
Bast prese la mano di Santino e la strinse. Lui la baciò.
La porta dello scantinato fu spalancata, uno scroscio di pioggia lo invase spruzzandoli, per poi essere seguito da un solleone aggressivo che sfumò nel buio di una notte umida. Il tempo impazzito del regno di Wedo. Roberto passò, Santino lo seguì, Bast per ultima. Ma degli altri due nessuna traccia ed il ruscello sulla cui riva posò i piedi mormorava, bisbigliava di tutt'altre cose e di tutt'altro luogo. In ogni caso non le stava dando il benvenuto. Sospirò e si avventurò verso la presenza che avvertiva in attesa poco più avanti. Intenta a fissare una fiamma che vagava nel cielo modellandosi in forme sempre diverse, imitando il volo di un uccello che svaniva all'orizzonte e poi tornava, sedeva Vanth. Sembrava diversa dall'ultima volta che l'aveva vista, non perché il suo regno fosse diventato una foresta, non per la veste ricca di gemme rosse ed azzurre che scintillavano al ritmo del suo respiro. Era qualcos'altro… Poi capì. Ai suoi piedi c'era una ciotola di legno. E non ebbe bisogno di chiedere nulla perché Vanth la prese, si alzò, la riempì d'acqua del ruscello e bevve.
"Impressionante. - Bast con un paio di applausi - Grazie per avermene messo al corrente. Addio."
"Quante volte sei presuntuosa e quante altre mille volte sei antipatica!" Vanth
"E stai andando ad acqua... se questo è l'effetto che ti fa..."
"Questo è l'effetto che mi fai tu Bastet. E potrebbe andare peggio, sei come una altalena ed a volte non torni più giù... per di più ne sei consapevole." la ciotola sembrava esercitare un fascino su Vanth più forte della fiamma che intanto si era spenta, lentamente, non c'era mai stata.
"Come vuoi. So solo che prima ti rifiuti di aiutarmi ed adesso vieni a dirmi come sbrigare i miei affari. E voglio passare sopra al modo in cui sei venuta a dirmelo."
"Quali affari? - solo adesso volse a lei lo sguardo – Che cosa è un tuo affare se è lecito saperlo? Cosa può accadere o non accadere senza il tuo giudizio od il tuo intervento? Vedere tutto, sapere tutto è... impossibile."
"Piuttosto drastico e repentino come cambio di atteggiamento, da parte tua."
"Altrettanto quanto i tuoi cambi d'umore Bast, dovresti apprezzarmi allora. Vuoi credere davvero che io sia qui per convincerti di qualcosa? Credilo pure, ma smetti di fare ciò che stai facendo e lascia andare le cose come capiterà che accadano. Hai già troppo pasticciato nella tua vita e nella vita degli altri, compresi quelli che dici di amare. Ed anche quello è un tuo umore... lungo quanto una vita del tuo mortale, ma non di meno un tuo umore."
"Guarda che ha un nome... ma pur se così fosse non vedo perché debba parlarne con te. Adesso lasciami uscire da questo posto o lo avrò davvero un cambio di umore."
"Non ti sto trattenendo e lo sai. - una folata di vento e la veste di Vanth, tornò ad essere le sue ali. Di sguardi ed attenzione Bast non avrebbe più sentito la mancanza – Che cosa ami di lui Bast?
Se non il fatto che sia l'individuo più pericoloso dell'intero creato? Non hai messo tu sulla sua strada il suo Maestro di Chiavi in modo che nessuna via gli fosse più preclusa? E dici di volerlo proteggere? Oppure è un caso che si tratti proprio di lui? Questo mi vuoi dire? Povera Bast... proprio lui fra tanti... io l'ho già sentita questa storia."
Bast stringeva i pugni tanto da conficcarsi le unghie nei palmi. Un dolore che le permetteva di rimanere lucida, un dolore che sciolse la creazione di Vanth nel bianco senza dimensioni, nella vera natura del suo regno. Adesso c'erano solo loro due, niente ruscello, niente vegetazione od altri orpelli che nessun senso avevano per loro e di cui pure continuavano a circondarsi. C'erano solo due dee entrambe inviperite, entrambe che si ritenevano perfettamente nella ragione. Così stando le cose però, Bast aveva qualche difficoltà a mantenere l'equilibrio mentre Vanth se ne stava immobile, ad ali spiegate.
"Ci sono cose che non potrai mai capire. - Bast – Non voglio controllare nulla, governare nulla, sarei disposta ad ogni cosa, a rinunciare ad ogni cosa, alla mia esistenza, alla mia immortalità... ma non posso smettere di essere ciò che sono proprio per avere ciò per cui mi priverei di tutto... è pazzesco è... è così e basta."
Vanth discese vero di lei, non troppo, continuava a mantenere le distanze
"Sono triste per te Bast. - non era un tono di riprovazione quanto piuttosto di rassegnazione - Sono sempre tutti tristi per te..."
La discussione non poteva finire così, almeno per Bast, ma Santino e Roberto erano pochi passi avanti a lei. Dopo aver minacciato Vanth pur di lasciare il suo regno, adesso avrebbe voluto tornarci a tutti i costi ed avrebbe battuto, battuto e battuto pur di entrarvi non sapendo se odiare di più il non aver avuto l'ultima parola o di trovarlo per chiunque, probabilmente per sempre, chiuso.


La prima cosa a cui Bordiga pensò appena sveglio fu che ormai veniva considerato assolutamente innocuo, se lo avevano lasciato armato. Un annesso senso di abbandono lo dirottò appunto sull'abbandono come evento e per una breve strada su Ho Chi Minh. Qualcuno al massimo lo aveva apprezzato come importante compagno, avvertendo un certo orgoglio e poi niente. Impossibile digerirlo, bisognava continuare ad ignorare cosa invece non sarebbe riuscito a lui di digerire. Basta.
Così Bordiga si sentiva trattato dal Professore, riconoscendo una certa ottima fibra comunque in soggetto da andare a soggiogarsi, come riusciva, giusto per essere capitato fra i piedi. In seguito, dovendoselo apparentemente tenere, il Professore si compiaceva con se stesso per come, appunto, adesso gli riusciva di gestirlo o non gestirlo. Bordiga si decise a considerare l'eventualità delle vettovaglie lì fornitegli e ne approfittò propriamente. Un cicalino a filo, accanto alla porta, lo convinse sufficientemente a farlo suonare ed esso, così come ci si aspettava, sommessamente suonò producendo ragionevolmente altrove gli effetti acustici più atti allo scopo. Poco dopo, appena cinque minuti, il notaio ebbe a manifestarsi bussando alla porta, annunciandosi. Bordiga disse avanti e l'altro entrò, scambio di buongiorno, salve, buongiorno e sul che desidera? Bordiga sparò al notaio al petto ed al basso ventre. Una volta a terra, un terzo colpo alla testa. Certamente il notaio poteva dirsi morto, ma per puro scrupolo Bordiga si indaffarò a tastare e auscultare in cerca di segni di senso contrario e fra l'altro sporcandosi di sangue. Dal cadavere cominciò però ad esalare un vapore denso, candido ed assolutamente inodore. Ritraendosi Bordiga poté assistere al fenomeno del corpo che svaniva in quel vapore, abiti compresi, per lasciare in breve posto ad un cumulo, forse un paio di pugni, di sali grossi come acini d'uva, verde azzurri, cangianti, lucidissimi. Non ebbe modo di toccarli o meglio osservarli perché anch'essi sublimarono in una manifestazione traslucida che, come spinta da un vento impercepibile, in forma di scia fuggì, andando ad infilarsi sotto la porta.
Il sangue delle ferite e cervella in poltiglia erano però rimasti a segnare il pavimento, i muri, gli oggetti, lo stesso Bordiga. Che aveva esplorato abbastanza letteratura quando più moderna quando più sussiegosamente antiquaria, per darsi una spiegazione di tale accadimento. Ma un viaggio nel fantastico e nella superstizione, ammesso anche in buona fede, non migliorava la sua situazione esattamente quanto aver letto molti libri non aveva migliorato la sua esistenza. Per non parlare dello scriverne. Per fortuna, almeno quella parte figurava nei termini di un patto che aveva stretto con la vita e sulle cui basi era arrivato dov'era. Aveva barato, tradito ed estorto, ma aveva funzionato in un certo senso anche se, la situazione presente, doveva ammetterlo gli riproponeva lo stesso problema di allora. Considerando poi, l'insieme dei suoi pensieri recentissimi, gli parve di star seguendo il flusso di coscienza di un Maier piuttosto che il proprio.
Il Professore scostò la porta con il pomolo del bastone.
"Non farà fuoco anche su di me, spero."
Bordiga con un cenno lo invitò ad entrare.
"Grazie. Anche in attesa che si provveda a questo sfacelo... - intendendo il Professore l'aria da macelleria - ...vorrei che mi accompagnasse in un luogo di natura tale da concedermi il privilegio della sua compagnia."
"Me lo sta chiedendo?"
"Se posso permettermi."
"Sta bene. Prima però vorrei vedere Maier se possibile o ciò che ne è rimasto... se ne è rimasto qualcosa."
"Se ricorda le ho detto che è morto ed altro ancora sull'anima e su come essa viaggi."
"Semplicemente non le ho creduto."
"E ha fatto bene. Prego, è a sua disposizione." e liberò la soglia affinché Bordiga potesse attraversarla. Bordiga che stava cominciando ad apprezzare la celerità con cui da un luogo si passava ad un altro e però così la vita ordinaria appariva ancor più insulsa con quanto di intermedio, di transitorio si era costretti ad affrontare. E quindi non era giusto.
Difatti, procedendo nel corridoio dei trofei, fra la paccottiglia già vista, disse al Professore:
"Ho l'impressione che la magia... posso chiamare così quello che fa lei?"
"Improprio, ma rende l'idea. Sentiamo..."
"L'impressione dicevo, che la magia sia profondamente ingiusta con chi ha l'accidente di avervi a che fare. Lei saprebbe farne a meno oggi, adesso?"
"Capisco dove vuole arrivare.... ma lei osserva le cose ancora da troppo lontano. Se ne tiene volutamente lontano. La magia è ingiusta? Non nel senso di iniqua. Scorretta? Sì, ma con chiunque. E poi, caro amico, lei ritiene la magia come un additivo all'esistenza od ancora e so di strapparle un sorriso, uno stile di vita. - Bordiga difatti sorrise – Non è così. La magia è la realtà. Essenzialmente pratica, si occupa di questioni pratiche. Io mi occupo di questioni pratiche. Non perdo tempo in ricerche, quelle sì astratte, surreali, banali e ridicole per trasformare supposte forze materiali in armi o mezzi di trasporto. Od in ritrovati da spacciare ad un prossimo troppo attaccato alla propria permanenza fisica per rifiutarli. Mi segue?"
"Non ancora, non credo."
"Se nel mondo degli uomini si vivesse solo quaranta o trenta o magari anche solo vent'anni, ma in quel mondo non ci fossero disparità sociali e guerre e non trovassero posto inclinazioni quali l'avidità, la corruzione, la bramosia di potere... non sarebbe quello un mondo migliore?"
"Mi sta dipingendo un primitivismo ideale ed idealizzato."
"Qui sta l'errore, il suo e del genere umano. Ed esso avviene in due tempi. Il primo: vivete in una costruzione fantasiosa dove dar libero sfogo all'immaginazione per quanto concerne lo sfruttamento del prossimo e la distruzione del vostro habitat. E ciò, io credo, è un dato universale dell'agire umana. Il secondo: avete addebitato, da un cero punto in poi, a Lenin ed al bolscevismo ogni successo ed ogni fallimento nell'opporvi a questo stato di cose. Non c'è nulla di più anticomunista del bolscevismo, mio caro Bordiga. E solo per via di esso che lei chiama primitivismo lo stato di cose che le ho richiamato poco fa. Mi perdoni quindi se ho scelto di dedicarmi ad altro."
"Eppure queste debolezze sono le stesse che lei sfrutta, abilmente anche, per i suoi scopi."
"Al momento. Ma ho detto: la magia è scorretta."
"Dica pure disonesta e inaffidabile."
Bordiga notò diversi oggetti per terra, molti dei quali rotti, altri evidentemente calpestati. Ma non disse nulla. Altrettanto il Professore che lì guardò distrattamente, ma Bordiga notò in modo forzato, come si stesse imponendo di ignorarli.
"Meglio sarebbe dire imprevedibile... - ed anche la pausa nella conversazione era indicativa - Del suo Maier infatti non c'è traccia... Questa non me l'aspettavo..."
"Dovrei crederle adesso?"
"Ha la mia parola. Credo sia stato preso... da qualcuno..."
"Pensavo che nessuno potesse entrare ed uscire a piacimento da qui..."
"Non lo facciamo già noi? Ed in più.... c'è qualcuno eccome... ma è un caso a parte, va dove vuole, fa ciò che vuole... è impertinente, strafottente, irritante, non ha rispetto per niente e per nessuno, non ha il senso della misura, crede che tutto lo riguardi.... ma vedo che la cosa la diverte!"
"Effettivamente. Non ne abbia a male...."
"Provi ad avere a che fare con Santino Elia e poi mi dirà. Andiamo, non c'è più niente qui per noi."
"Un omonimo?" chiese Bordiga
"Il cugino di Cialledda... sì... rida pure Bordiga, ne ha diritto. Al suo posto riderei anche io."
I movimenti di solito lenti del Professore adesso subivano accelerazioni improvvise, aveva dunque ancora dei nervi da qualche parte e questo Elia li suonava tutti senza cura per l'incolumità dello strumento e ad una prima impressione, nemmeno per quella del musicista.
Bordiga seguì un Professore sempre più stizzito nella saletta delle fotografie, dove una delle porte risultò essere aperta. Qui il Professore, con sorpresa e accresciuto divertimento del suo accompagnatore si diede all'improperio, trivialità adatte a certi circoli ricreativi dove carte e birra facevano da padroni e che non poco intaccavano l'immagine del vecchio. Che doveva rendersene conto perché, mortificato, gettò uno sguardo a Bordiga allo stesso tempo chiamando a gran voce il notaio. Che dopo poco, illeso, si presentò a prendere ordini.
Non ci furono commenti da parte di nessuno, evidentemente, pensò Bordiga, il notaio aveva abbandonato non solo i beni materiali, ma la sua stessa forma mortale per servire il Professore. Evidenza terribile, ma che in nulla stemperava la situazione in cui ora erano calati. Agli occhi di Bordiga, i due apparivano adesso come due comari di campagna che, scoperta la porta del pollaio aperta ed i polli scappati, si davano la colpa l'un l'altra. O meglio, il notaio giurava e giurava di essere innocente, davvero non insinuando nulla nei confronti del padrone, ma ricevendone solo bastonate, mentre inutilmente continuava a discolparsi.
Non lo aveva ancora incontrato, ma già la semplice menzione di Santino Elia, aveva trasformato oscure simmetrie e sulfuree rigenerazioni in Arlecchino e Pulcinella.
Bordiga provò per costui una forte ed istintiva simpatia.
"Procediamo?" Bordiga
"Muoviti, animale! - il Professore spingendo a bastonate il notaio oltre la porta – Sbrigati cosa inutile! Scimunito! Nulla mischiato col niente!" sempre all'indirizzo del malcapitato.
Poi passò lui senza curarsi che Bordiga effettivamente lo seguisse.
Ma poteva lasciar perdere proprio ora?


L'atterraggio di Cialledda gli spiattellò il solito buio fitto in cui raccapezzarsi per scoprire che era meglio non accendere la luce. Se non altro c'erano a spezzare delle tenui venature bianche che ogni volta che cercava di fissarle svanivano e poi riapparivano, come a sfotterlo, dove la coda dell'occhio poteva appena percepirle. Ed un brusio... una cosa che gli soffiava direttamente in testa, che credeva di sentire, ma le orecchie erano del tutto in disaccordo e suggerivano silenzio, niente di niente, eppure c'era. Di nausea dava la nausea e lo stonava, non riusciva a muovere un passo né a non pensarci, non se ne andava e se per caso fissava certi dischi luminosi, lontanissimi, che gonfiavano e scemavano come uno nascesse dall'altro, addirittura aumentava. Allora cercava di guardare altrove ma gli occhi andavano da soli alle uniche fonti di luce, agli aloni che si spegnevano e riaccendevano, morivano in un punto e spuntavano in un altro. Il brusio nella sua testa diventava un vento e cambiava, alterava, saliva, scendeva, lo sentiva premere contro le tempie e sullo stomaco ed alla fine, senza che potesse fare nulla per trattenerlo, un conato di vomito lo piegò producendo una cosa acida che Cialledda avvertì con lingua e labbra, ma di cui fu contento gli fosse risparmiata la vista.
Non voleva davvero sapere, lui che non mangiava da chissà quanto, cosa il suo corpo fosse stato capace di produrre. In compenso quel suono in testa era diventato un mormorio e cominciò ad afferrare qualche suono di senso compiuto e poi, su una nuova fuoriuscita ancor più disgustosa, sillabe e poi parole.
Diceva: "Io sono Silverine e sono Lorvana. In questo passaggio canto il futuro dei mondi, oltre ciò che ancora non è e prima dell'oltre quel che sarà. Una per parte perché io dico sia così con me stabilito. Perché io dico fu con me stabilito così. Ognuno per parte. Io sono Silverine e sono Lorvana."
Com'è di aiuto! Penso Cialledda.
"Certo... - disse Cialledda riavendosi un poco, ma proprio poco – Cretino io che non ci arrivo da solo! Lo ha scritto pure il giudice quando mi hanno messo dentro, mi raccomando uno per parte con il futuro dei mondi, ancora gliene dai più ad uno che all'altro... poi quando ti sei stabilito puoi trovare una signorina che fa la Lorvana."
Cialledda sentì un risolino alle sue spalle, uno di quelli che non c'è bisogno di guardare per sapere che la fonte è femmina. Non di meno si girò e la bellezza emerse dal buio, ancor più nera, ma splendente in esso e nuda con null'altro a coprirla se non i suoi capelli. Ecco cos'erano quei filamenti luminosi che informavano quel luogo. Erano tutto quello spazio e lo contenevano, lo generavano e ne erano generati. Questa considerazione lo confondeva parecchio, ma non di meno Cialledda lo aveva duro come mai l'aveva avuto in vita sua. Senza esagerare poteva giurare di possedere un uccello blindato da usare come manubrio per le flessioni.
"Io... - disse lei - ...sono Silverine e sono Lorvana." chiaro no? E lo sentì premere contro una coscia quando lei si avvicinò per fissarlo dritto negli occhi e fiutarlo... contenta lei... ma sentirla così vicina....
"Tieni a posto le mani." si sentì dire Cialledda a se stesso.
"Hai sangue strano in corpo." disse lei, incurante sia della frase che dell'erezione che doveva aver notato per forza. Cialledda fu folgorato da una rassegna porno con loro due come protagonisti.
"Che ci fai qui?" sempre lei, attorno a loro si disegnò un cerchio di luce, Cialledda poteva vederla perfettamente adesso. E tutti i suoi paragoni fallici con vari rettili, facile e troppo abbondante generosità con se stesso, gli si rivolsero contro disastrosi vedendo il rettile effettivo, nero maculato di rosso, gli occhi di un oro brillante, attorcigliato attorno alla coscia destra di lei. Non produceva nessun suono, non tirava fuori la lingua, semplicemente lo fissava con la testa che ondeggiando sfiorava il monte di venere. Mai vista di figa lo aveva così inquietato. Cialledda si ritrasse. Lei rise di nuovo. Forse la serpe gli faceva il solletico, pensò lui.
"Io sono Silverine e sono Lorvana. - e si era capito – Sei arrivato adesso o ti ho perso tanto tempo fa da non ricordarmi di te?"
"Sono arrivato adesso. Nessuno mi ha perso."
"Hai sangue strano... ci sono cose e persone che ho perso. Prima qui era pieno, davvero erano in tanti. Mi credi?"
Cialledda non vedeva perché no. E giusto per dire qualcosa chiese:
"Qui dove siamo?"
"Qui siamo qui... con me. Un margine. Ci sono sempre dei margini. Questo margine sono io ed è mio fratello Wedo che lo vigila."
"Difatti è lui che mi ha buttato dentro. Tuo fratello è uno stronzo."
Il serpente emise finalmente un sibilo. Silverine e Lorvana sembrava messa in difficoltà dalla rivelazione di Cialledda. Si avvicinò di nuovo a lui e gli prese la mano. Serpente o meno, Cialledda aveva sempre delle gran tette che sobbalzavano sotto il suo naso.
"Cammina con me. - ma a Cialledda sembrava di non muoversi di un passo. Nemmeno lei, nel senso che dava l'idea di essere come ubriaca. - Dunque... non sei vivo e non sei morto. E mio fratello Wedo ti ha fatto entrare? Che può cercare uno come te? Io cerco un sacco, ma non trovo niente, ma tu non vuoi nessuna delle mia cose. Dimmi di sì."
"Non voglio niente di tuo." la assecondò Cialledda
"Potresti voler passare da una parte all'altra, ma che senso ha farlo da qui e poi dove? Una volta... non distrarti... l'ho pensato anche io che si vuole nascondere.... sì chiediglielo tu.... glielo chiedo io."
Cialledda non aveva bisogno di grande intuizione per capire che stava parlando da sola.
"Tu ti vuoi nascondere. Bene, è un buon posto, ma chi ha fatto del male al povero Wedo? - Cialledda non era mai stato sfiorato da questa preoccupazione – Obbligato, di sicuro è stato obbligato. Gliel'ho chiesto contenta? Anche io posso decidere... quindi?"
E finalmente a Cialledda:
"Puoi restare con me. Povero, povero, povero te…. e povero Wedo... "
Cialledda non sapeva cosa rispondere. Poi senza preavviso lei se lo tirò al petto e Cialledda si trovò un capezzolo fra le labbra ed allo stesso tempo sentì il serpente avvinghiarsi anche lui.
"È pericoloso?" mormorò non resistendo a succhiare e leccare.
"Può morderti l'anima."
Io sono Silverine e sono Lorvana




"Devo ancora far finta di non capire cosa stai combinando?"
"Se mi vuoi bene..." - Bast e Santino


Maier considerò quanto gli dolessero i piedi. Bestemmiò all'indirizzo di un paio di punti delle sue scarpe che erano diventate una tortura. Qualche secondo dopo era morto. Nel senso che il suo cuore aveva cessato di battere, i polmoni di tirare aria e a breve il suo corpo avrebbe intrapreso il percorso che lo avrebbe portato, lentamente, ma inesorabilmente, a marcire. Restavano dunque da considerare tracce di attività cerebrale che potrebbero come non potrebbero avere a che fare con l'anima.
Solo una delle tante questioni che tutta una teoria di professoroni, parenti, amici, conoscenti e becchini si sono sempre posti attorno ad un cadavere. Lo peso, non lo peso, aspettiamo tre giorni, cinque, non aspettiamo, sarà la luna, mettiamogli un elettrodo in culo e chiediamo dei finanziamenti, si accettano anche offerte libere. Con l'aggiunta di uno o più preti e trasmessa in televisione, si confezionava anche della propaganda di destra per la fascia compresa fra i quarantacinque anni ed il trapasso. In disparte però, riteneva Maier, poco avvezza a questa seppure incolpevole umanità c'è sempre stato anche un gruppetto più piccolo o magari un compiaciuto bastardo piuttosto acido, che invece si interroga se il morto è bene che sia morto, resti tale o possa servire per intero come a pezzi. Sapendo cosa fare e potendo farlo, gente così si è arrotolata nel proprio ego, di solito vivendo in posti umidi con grandi ammassi di roba bizzarra od al contrario soffocanti e con ancora più roba.
Molta della quale a tratti batte per uscire e sbraita senza tregua. Da qui la necessità, ancor prima che per la propria incolumità, di cantine, caverne, catacombe, botole, muratura spessa.
Tornando al trapassato: raggiunto lo stato di immobilità richiesta, ci sono varie versioni su cosa accade dopo e sia chiaro non sono supposizioni, sono versioni diverse in accordo solo sull'affermare che sì, la situazione è decisamente popolata e che sempre sì, la serenità e la pace (vera supposizione) che si sperava di raggiungere, magari con alcuni comfort celestiali e addirittura grande spazio alla meritocrazia non esiste nemmeno a pagarla. Ma un cinismo simile può essere che uno se lo porti appresso già in vita. A Maier comunque non fu dato il tempo di fare esperienza in proposito.
Giusto un paio di minuti di oblio che erano quanto di meglio avesse mai avuto in tutta la sua carriera di soggetto a spaesamenti generali non richiesti e non retribuiti. A Maier, appena morto, capitò di sognare che per lui si celebrassero funerali di Stato. In una cattedrale. Era anche ora, il suo primo pensiero mentre giaceva nella bara ed allo stesso tempo era fra gli astanti. Sentiva il proprio corpo disteso ed immobile ed attraverso il legno i rumori di chi armeggiava attorno a lui. Come pubblico invece poteva vedere le bandiere italiane a lui dedicate, la corona della Repubblica e senza nascondere a se stesso che in fondo, riteneva fosse il minimo sindacale, gli capitò di intravedere il Ministro dell'Interno ed il Presidente del Consiglio. Riconobbe anche dei cugini che non vedeva da anni, evidentemente gli unici rimasti in vita a rappresentare il suo gruppo di persone discendente da antenati comuni. In quel momento Maier si sentì riconciliato, anche se solo in parte, non solo con la famiglia, ma soprattutto con lo Stato. Se non altro gli riconoscevano dei meriti, seppur postumi, seppur facilmente dimenticati il giorno dopo. Il prete, con tutto l'aspetto di un vescovo, stava per dire qualcosa. Non contava nemmeno tanto che cosa, purché lo dicesse. Sentiva quella voce sia fra la folla, sia dall'interno della bara e l'effetto era maestoso in un certo senso, un effetto che mi merito, si disse, me lo merito eccome. Anche le opposizioni erano rappresentate. Sulla presenza di vari carabinieri si sarebbe anche potuto risparmiare. Qualcosa gli sfiorò la spalla, sentendo premere il proprio peso sull'imbottitura della cassa si voltò e vide Ermanno e suo figlio (di nuovo integro, bello, giovane), in testa alla delegazione che era venuta a prenderlo. Mentre alcuni volenterosi si mettevano il feretro in spalla, tendendogli le mani Innocente e Michele gli dicevano che tutto era passato, tutto era perdonato. Le strinse e strinse pure quella di Ermanno e di suo figlio, lo invitavano ad uscire dalla chiesa, lasciando i vivi a sbrigare le cose di chi rimane vivo e c'era una luce dopotutto e gliela indicavano. Pensò fosse doveroso da parte sua pronunciare parole di pace, persino umili, addirittura di pentimento e le aveva ed anche spontanee quando la cosa si risolse con un
"Alvaro? Alvaro Oh! Oh! Dai che ce la fai!" e mentre Ermanno lo scuoteva per un braccio, la massa molliccia che sempre lo accompagnava gli mordeva una scarpa. Ancora in quel corridoio, Maier contemplava il proprio corpo inerme. L'espressione esserci in carne e spirito rivelava crudelmente come nessuno avesse mai specificato che le due cose dovessero stare assieme per forza.
Quindi era arrivato il momento per Maier di unirsi alle anime tormentate che lo avevano sinora accompagnato. Il ceffone con cui colpì Ermanno andò a segno, suono e sperò anche dolore conseguenti.
"Ti sei tolto il dente." Ermanno massaggiandosi la guancia sinistra. Rantolio della cosa che strisciò all'indietro, afferrata l'antifona. Maier chiese se per caso avessero notizie di Bordiga. Ermanno gli rispose che se ne era andato con le sue gambe. Per quanto li riguardava, non riuscivano ad uscire nemmeno loro, nemmeno da morti quali erano.
"Nemmeno io." concluse sconsolato Maier guardando se stesso accasciato sul pavimento, si chinò per comporsi in modo più decente.
"Questa è una cosa strana." Ermanno
Maier non gli rispose intento ad affrontare un problema di mancanza di presa sui corpi solidi.
"Potresti darmi una mano." ad Ermanno che per tutta risposta si chinò sul bruco che era suo nipote, affondò le dita in una massa molle e verde che in qualche modo si era prodotta e dopo aver frugato per qualche istante, porse al fratello un mezzo palmo con pollice e anulare ancora attaccati e della unghie lunghe e macchiate di funghi e muffa.
"Questa va bene?"
Maier non fu urtato tanto dall'essere fuori luogo di Ermanno, quanto dalla dimostrazione di portare ancora il peso ed il fastidio di esistere, possibile che fosse tutto così banale al di qua ed al di là della vita? Se era uno scherzo, come quello appena subito, l'autore doveva essere ben crudele e di conseguenza divertirsi molto. Fu allora che furono interrotti dall'aprirsi di una porta, Ermanno alzò le mani in sua discolpa, come a dire non prendertela con me, se c'era non l'ho vista. A sporgersi, Maier dovette ammettere in maniera educata, fu un giovane calvo e dal volto coperto di tatuaggi di vario colore e trafitto da monili di vario genere e dimensione. Scostandolo, decisamente seccato, seguì un secondo di cui Maier colse subito la somiglianza con Cialledda. Ambedue erano armati, il secondo aveva un borsone piuttosto gonfio di cui non tardò a liberarsi posandolo su un mobile carico di oggetti e solo dopo essersi fatto spazio con la canna del fucile incurante di rompere e far cadere.
Non che Maier avesse motivo di dispiacersene, ma la cosa gli sembrò ancora più inopportuna delle idiozie di Ermanno. Se quella era la tomba in cui era condannato a vagare, c'era un certo... rispetto?Sacralità? Maier riteneva che dovessero essere una specie di diritto... acquisito con la morte.
"Sempre nazisti davanti al cazzo..." disse il tatuato mentre entrambi gli si facevano incontro.
Ermanno ed il piccolo orrore si ritrassero, continuarono ad indietreggiare, come avessero troppa paura persino per scappare. Ma di cosa? Voleva interrogare Ermanno, ma questi gli impose a gesti il silenzio ed a farsi indietro come loro stavano facendo. Piano...
Maier avrebbe anche seguito il consiglio, se non che entrambi gli uomini si erano chinati sul suo cadavere, osservandolo da vicino, poteva sentire il loro respiro sulla pelle. Non soffrivano il freddo di quel luogo come Maier aveva patito? Perché le ombre non gli si affastellavano attorno in attesa ed anzi sembravano essere svanite, rintanate altrove? La curiosità era forte e quindi invece di allontanarsi si avvicinò per seguire le loro operazioni anche se, probabilmente questo gli altri due fantasmi avvertivano, qualcosa lo metteva in agitazione nell'essergli così prossimo, specialmente al secondo che adesso stava voltando il cadavere schiena in su ed aveva preso come a massaggiargli la pelle del collo, proprio sotto la nuca. Davvero una brutta sensazione. Maier vide la propria carne sul banco, studiata, palpata, pronta al taglio.
"Passami quell'affare lungo dal borsone..." disse all'altro che eseguì andando a frugarci.
Durante l'operazione altri oggetti andarono in frantumi sul pavimento ed altri subirono lo stesso destino, calpestati o calciati via. Maier vide in un martello ed in una sorta di spiedo il risultato della ricerca. L'oggetto era arrugginito in alcuni punti e lucente in altri, incrostazioni di dubbia natura si frammistavano ad incisioni altrettanto dubbie, rozze, sgraziate, come eseguite con rabbia e demenza assieme.
"Sai la faccia del vecchio quando troverà questo casino?" il tatuato, divertito e soddisfatto, porgendo l'affare al suo amico. Che mugugnò altrettanto compiaciuto.
Facile di capire di chi parlassero, meno dire se fossero solo degli spacconi oppure potessero permettersi davvero quel tono. Per quanto male avesse ricevuto dal Professore, non senza essere stato ammonito prima, doveva concederglielo, Maier trovò inquietante che altri si permettessero di sbeffeggiarlo, convinti a torto od a ragione di poterlo addirittura sopraffare. Eventualità che gli risultava offensiva, nei propri confronti, una cosa intima, personale. Come se ci si dovesse fermare ad una causa, ad una autorità maggiore, un punto fermo anche nell'aberrazione. Essere tutti pezzi più o meno importanti di un gioco di cui si ignora sia il campo che le regole... Maier doveva ammettere di essere molto, molto borghese. Più di quanto avesse mai pensato di essere. L'ingenuo buon borghese che crede fermamente che nella vita ci sia merito, senso... Ma ormai sono morto, si consolò, presto tardi il mio corpo svanirà, indipendentemente dal modo in cui verrà trattato. Molte cose, tutte le cose non mi riguardano più... Ma invece che un piacere tutto suo di poter intercalare Nietzsche a sproposito, ben altre conclusioni avrebbe dovuto trarre dal comportamento di Ermanno che in fin dei conti era morto da più tempo di lui. Ma con presunzione Maier credeva di aver già raggiunto quel distacco con cui, ad esempio, adesso osservava l'oggetto metallico manovrato con conseguenze ovvie nei pressi del suo collo. L'operazione richiedeva che venissero intonate anche delle bestialità nel senso che, pur avendo la parvenza di un linguaggio, i suoni che l'uomo emetteva con evidente forzature del suo apparato fonatorio, dovevano per forza essere ispirati al suino scannato o ad altre bestie altrimenti abbattute. Acuti o gutturali, ripetitivi e dal significato di concerto, ugualmente basso, si spostavano a volte al grido ferale che paralizza la preda od all'ululato della sofferenza.
E poi disperazione gettata a manciate, con disprezzo, somministrata per infierire. Una volta concluso poteva e voleva dimenticarlo... Maier ancora peccava di presunzione e lo ammise, poco dopo, perché fra il suo ultimo pensiero ed il suo rinvenire al mondo, c'era stata una saetta rovente che gli aveva trapassato il collo entrando dalla nuca ed uscendo, a martellate, poco sopra il pomo d'Adamo.
In entrambi i punti sentiva come un pizzicore, caldo, persistente, nel complesso tollerabile. Si irradiava nelle sue membra, pulsando lo avvelenava, ma si perdeva in punti in cui la sensibilità era del tutto assente, come se il suo corpo fosse diventato immenso ed immensamente lontano tutto si perdesse lasciandolo solo, solo in se stesso.
Santino gettò via il martello con grande fracasso di cristalleria ed osservò la tenue luminosità del chiodo con cui aveva momentaneamente ricongiunto l'anima di Maier al corpo. Sarebbe durata il necessario. Maier pure pensò all'evento più o meno negli stessi termini. Non riusciva però a muoversi. Effetto voluto. Né a parlare. Effetto inevitabile ché il chiodo aveva fatto strage della sua gola.
Un singhiozzo però, un brandello di respiro, riportò aria nel suo corpo, in ogni caso defunto. Non poteva gustarla. Si addolorò di quanto gli mancasse. Tutta la sua filosofia da caro estinto era andata a puttane.
"Alzati e seguici." ordinò Santino e con sua sorpresa, a quelle condizioni Maier scoprì di poter obbedire e si mise in piedi e mosse passi.
Ermanno e il verme se ne stavano rifugiati dietro due manichini eccessivamente agghindati, quasi tremavano... "Voi due! - Santino e loro si paralizzarono come prede al ruggito della tigre – Se solo vi rivedo..." e non terminò la frase. Non ce n'era bisogno.
Intanto Roberto aveva prelevato un fez nero da uno dei tanti fantocci per metterlo in testa a Maier, ben calcato.
"Avanti!" sghignazzò Santino e Maier iniziò una marcia goffa e sgraziata.
"Peggio di così non ti può andare." gli sussurrò Roberto all'orecchio.
Uscirono dalla porta per cui erano arrivati, attraversarono delle stanze ed un corridoio. Nella saletta da cui il Professore smistava luoghi e tempi uno degli ingressi era aperto. Bast li aspettava sulla soglia, oltre, il regno di Wedo. Lei si scostò per lasciarli passare, Maier soffrì il suo sguardo così poco interessato alla sua condizione che, se non altro, doveva apparire singolare. Invece lei lo aveva guardato come si guarda una esposizione così rigurgitante oggetti da cancellarli tutti, come non ci fosse niente. Pure parlò di lui:
"E questo?" chiese
"Era già schiattato quando lo abbiamo trovato." Santino
Roberto annuì a conferma.
"Devo ancora far finta di non capire cosa stai combinando?" sempre lei
"Se mi vuoi bene..."
"E quindi?"
"Il tempo di radunare il resto della comitiva..." Roberto, tirando fuori da chissà dove due paia di occhiali da sole in realtà più pezzi di vetro nero incastonati su strutture metalliche incrostate come scogli e forse c'era pure di vivo perché Maier vide una protuberanza fremere e contarsi.
Lui e Santino li indossarono, così sembravano anche loro creature del mare, pesci bislacchi che non avrebbero mai dovuto assumere sembianze umane. E non di meno lo avevano fatto.
"Amore... - Santino a Bast - Dammi un'oretta e ce ne andiamo a casa."
Santino batte un piede per terra, il tonfo che ne seguì raggelò Maier già abbastanza gelido di suo. Santino batté di nuovo ed il fragore della terra che si spacca fu la risposta - i presenti avvertirono, senza sapere perché, ma di sicuro era così - piuttosto indispettita.
Al terzo colpo il suolo si increspò come un'onda, ma trattenendosi, vibrando, come non volendo rassegnarsi ad infrangersi:
"Muoviti e non rompere il cazzo!" gridò Santino ed all'indirizzo di chi non diede spiegazioni né prima né dopo che il mondo in cui erano gli afferrasse e portasse via.


"Mi sono appiccicato a chi terrorizza chi terrorizza me..." - Roberto Baldassarre


ABRACADABRA
ABRACADABR
ABRACADAB
ABRACADA
ABRACA
ABRAC
ABRA
ABR
AB
A
Bordiga poteva dire di aver afferrato il senso generale. Ovunque sulle pareti, il soffitto, il pavimento, le superfici dei mobili, degli specchi,di ogni oggetto presente, la parola si ripeteva formando triangoli che si incastravano fra loro e per qualsiasi verso li si prendesse la parola si ripeteva.
Se aggiungeva che in diagonale, da sinistra a destra, tutte le lettere uguali erano allineate e che invece da destra a sinistra la parola serpeggiava a grandi anse regolari, c'era da farsi venire il mal di testa. Forse altri si erano trovati nella sua situazione ed avevano rimpianto di aver liquidato con un sorriso divertito l'illusionista di turno con il trucco di turno. Bordiga invece, trovava che alla fine il trucco e la sparizione c'erano stati. Lui stesso ne era l'oggetto. E di sorriso non c'era traccia, ben che meno di divertimento. Era in un ampio salone, arredato come una casa borghese di inizio Novecento, decisamente pesante nei broccati che potevano essere cardinalizi come da postribolo. E le dorature? E le imbottiture? E la parafrenalia che andava dal coloniale sempre al bordello? Si corresse. Un luogo Dannunziano. Ed infischiandone di qualsiasi obiezione letta e sentita nella sua vita, c'era da offendersi. Sparsi ovunque poi, oltre alla chincaglieria, c'erano macchinari, vestigia di essi, ingranaggi, antenne collegate a manovelle che forse avevano l'obbiettivo di produrre qualche effetto elettrico. Nulla appariva completo o funzionate, grossi bulbi di vetro imbottiti di fileria contorta erano testimoni di qualche esperimento che doveva essere stato fallimentare fin dall'inizio.
Niente porte, niente finestre. La luce non si riusciva a capire da dove provenisse. Come in casa del Professore da fumare e bere in abbondanza. Più i libri. Due pareti erano occupate da librerie alte fino al soffitto e con i volumi posti su tre file per scaffale, più altri accatastati per terra, alcuni ancora aperti. Come se qualcuno li avesse consultati e fosse stato costretto ad abbandonare la propria ricerca all'improvviso. Non il modo più ordinato... ma ce n'era di roba. Fosse stato costretto a rimanere lì... cosa plausibile, anzi certa... Presso i libri sparsi si affastellavano altri agglomerati di ingranaggi e fili di rame, ma associati ad amuleti od altri oggetti dall'aspetto primitivo, ricavati nella pietra e con decorazioni in oro che nella quantità a malapena compensava l'aspetto brutto.
Probabilmente il Professore avrebbe saputo orientarsi in quell'accozzaglia quando saldata quando malamente inchiavardata. Bordiga si rendeva conto che dove altri avrebbero visto grande mistero, sentire arcano e intuizioni spettrali, lui avrebbe continuato ad avvertire una certa aria di decadenza, molto molle, molto compiaciuta. E senza via d'uscita. Chiara così come si presentava nella sua situazione... in realtà non era mai uscito vivo nemmeno dalla casa del Professore.
Fu allora che un bagliore attirò la sua attenzione su una scrivania e la teca di vetro che vi era posata. Dentro, dei sali verde azzurri tentavano inutilmente di evaporare. Chiusi e contenuti tornavano a prendere forma solida. Simili a quelli in cui aveva visto ridursi il notaio e nove su dieci proprio del notaio doveva trattarsi, prigioniero come lui. Per pura curiosità cercò di sollevarla, nulla, non riusciva ad afferrarla, un pura immagine. Poteva toccare tutto lì dentro all'infuori della teca. Precauzione inutile per chiunque l'avesse presa. Preferiva di molto la solitudine. Non riusciva sinceramente ad immaginare eventi tali da abbatterlo fino al punto di invogliarlo ad intrattenere conversazione con quel tizio... Ancora la cretineria universale spalancava la bocca, sbadigliava incapace di cogliere ogni evidenza, ogni dimostrazione di… basta… nemmeno con il pensiero aveva intenzione di dar giustificazioni. Confinato lì? Bene. Allora? Quindi? Come era stato detto altrove di altri, qui si aveva l'impressione fondata di infischiarsene di ogni idea e di avere interesse solo per il gioco momentaneo di alcuni concetti astratti (ed il loro rovesciamento nel caso del Professore) e cadere sempre in piedi con una nuova coccarda al petto. Chi? Perché? Andatevelo a cercare da voi, maledetti ignoranti! Non posso sostenere le vostre erezioni, questa la sua presa di posizione. E concluse pensando che, in fondo, queste interruzioni nella partita fossero gradite. Per non dover finirla mai...
E dunque il Professore era privo del suo servo, pensò Bordiga, oltre che di me che gli ero necessario, a sentirlo, a volergli credere. In poche parole qualcuno era riuscito a fregarlo... sarebbe andato oltre? Avrebbe cambiato schemi, trovato nuove strade? No. Facile che prima o poi tentasse di recuperare uno dei due od entrambi. Fra il salvataggio e la prigionia Bordiga non sapeva cosa gli spiacesse meno. Entrambe le cose sparivano di fronte all'evidenza di non pisciare da chissà quanto tempo e di non sentirne nemmeno la necessità. Le pensava queste cose il professore? Certo che no? Poteva mai arrivare ad intuire che considerazioni basse su parti basse ed orifizi, per quanto sconsolanti, uno come Bordiga lo facevano sentire vivo e meno vagante nella corrente impazzita di gente che in definitiva guardava nell'abisso e contro ogni nozione o considerazione, l'abisso distoglieva lo sguardo da loro.
Telefono.
Suono consueto e famigliare, doveva spaventarlo? Inquietarlo? Lo infastidì e il suono in sé e il tentativo. In quel luogo, l'unica cosa piacevole, apprezzabile, era il perfetto silenzio. Cercò con lo sguardo e lo individuò sotto un libro aperto a metà e che sollevando non poté evitare di apprendere fosse un “Compendio generale delle cose de' morti così come le appresi in miei viaggi 1238 - 1840
Nessun nome. Dentro però era scritto a mano. Un diario allora.
Lo gettò in malo modo perché vero o presunto che fosse questo autore, che si dichiarava implicitamente di così lunga vita, non poteva interessarlo ed altro non avrebbe trovato che l'esasperazione di quell'incancrenirsi dell'animo che già si manifesta nei cinquant'anni dell'uomo comune. Figurarsi... Telefono dunque... un telefono della SIP nientemeno. Ovviamente scollegato da qualsivoglia linea. Il cavo appariva in aggiunta sfilacciato, tagliato ed utilizzato nei vari assemblaggi presenti.
Bordiga lo sollevò e lo riagganciò. Riprese a squillare. Avrebbero potuto evidentemente continuare così all'infinito. Ho tempo, si disse. Al quinto o sesto tentativo il telefono smise di rompere l'anima e Bordiga si sedette su una poltrona a godersi il silenzio. Chiuse gli occhi. Si addormentò.
Si risvegliò con la sensazione di aver dormito molte ore. Una bella sensazione, tanto da non scatenare immediate reazioni ostili al personaggio singolare che gli dava le spalle, scartabellando fra i libri.
“Buongiorno.” disse Bordiga
“Buongiorno.” l'altro, voltandosi. Roberto sapeva di non avere un aspetto amichevole, ma almeno non aveva la tendenza, al contrario si Santino, a stare sul cazzo alla gente fin dal primo istante.
Difatti tese la mano a Bordiga e si presentò. Bordiga la strinse.
“Immagino fosse lei al telefono.” Bordiga
“Puoi darmi del tu se ti va.”
“No. C'è la possibilità che lei lavori con quel tale Elia di cui mi ha detto il Professore?”
“Sono il suo Maestro di Chiavi. Ti ho messo qui io.” tenendo conto di qualche esperienza personale, Roberto non era neanche tipo da intimorirsi davanti al primo tizio acido che gli capitava a tiro.
Il messaggio era chiaro anche a Bordiga.
“Vorrei solo che mi si smettesse di spostarmi come un pacco.” disse, più morbido
Roberto sorrise:
È curioso proprio perché siamo dentro un pacco... - l'espressione di Bordiga parlava da sé – Siamo dentro un pacco su uno scaffale di casa... io e Santino abbiamo questa casa...”
Bordiga alzò una mano come a dire che non voleva ascoltare oltre.
C'è qualcosa che può essermi o esservi utile per uscire di qui?”
Certo che sì. Se no che ti abbiamo preso a fare?”
Da quanto tempo sono qui?”
E chi lo sa? Giorni, ore, mesi... qui il tempo va a cazzo suo. Fuori da qui, cinque minuti appena. Siete sbarcati nel regno di Wedo e vi stavamo aspettando. Allora non vuoi sapere che devi fare?”
Non chiedo altro...”
Ci serve uno sbirro. Uno di quelli cattivi. Tu fai lo sbirro e sei pure mezzo morto. Doppio gusto. Devi trovare una persona.”
E chi sarebbe?”
Roberto batté le mani. Siamo arrivati al punto, pensò Bordiga. A guardarlo bene, sotto tutti i tatuaggi ed i monili che lo sfregiavano non doveva avere più di vent'anni. Lo sguardo però era vecchio.
I modi, quelli infantili di chi si sforza di non pensare a qualcosa. E non ci riesce.
Proprio per questo è tutto un casino: non sappiamo come si chiami, non sappiamo da dove venga , non sappiamo ancora se ha lo stesso aspetto. Sappiamo solo cosa ha fatto e dove è stato per un certo periodo. Sei stato nel corridoio dei fascisti?”
Dei trofei...”
Bravo. Quella è opera sua. Questo posto pure è opera sua. E pure la casa... e pure tu adesso. In quei libri c'è tutto ciò che ti serve per cominciare. Datti da fare e forse puoi tornare vivo o morire definitivamente.. quelli sono fatti tuoi.”
A Bordiga venne quasi da ridere per come era stata formulata quella richiesta e nello stesso momento, senza alcun preavviso, tutta la sua vita fino a quando lui e Maier avevano messo piede in casa del Professore lo assalì, letteralmente aggredì, crudele, spietata, immagini, azioni, suoni, nomi, violenza, torti, prepotenze, vittime, infami, ladri… altri sbirri…
"Io… - mormorò – Me ne ero dimenticato."
"So che capita. Ti sentivi la coscienza a posto eh?"
Ecco cosa si provava. Adesso Bordiga lo sapeva. Altra nozione inutile.
"Non mi resta che essere me stesso allora." un pensiero a voce alta.
"Vedila un po' come ti pare… quando hai finito di documentarti usa il telefono e ti facciamo uscire. Bello grintoso mi raccomando… non pensare che voglia costringerti a fare qualcosa ma Santino già è girato di palle per fatti suoi e quindi è meglio che questa cosa la gestisci con me. Ti lascio l'erba? Oh, mi segui?"
Bordiga vagava ancora in qualche ricordo che faticava a ricollocarsi come tale.
"Come?"
"Dico, ti lascio l'erba?" Roberto sventolandogli una busta sotto il naso.
"Ma questo Elia si può sapere una buona volta chi è, che fa, che vuole?"
Roberto scrollò le spalle:
"Diciamo che sia lui che io ci siamo trovati in mezzo… senza nessun motivo particolare. Rimane piuttosto vivo ed almeno così la gente si dà una regolata… parola d'onore non so spiegartelo meglio… io poi sono fumatissimo metà del tempo e sconvolto l'altra metà..."
"Lei sembra piuttosto compiaciuto della situazione…"
"Che ti devo dire? Mi sono appiccicato a chi terrorizza chi terrorizza me..."
Bordiga fu di nuovo solo. Questa gente che appare e scompare... - si disse aprendo la busta e liberando il profumo della marijuana - ...non ha il senso del ridicolo.


Un grumo nero che ansimava e si gonfiava e sgonfiava ed il suo ruggito, che non era fatto per essere udito dal mondo dei vivi e degli svegli, era così feroce e disperato che riusciva e penetrare i confini dei Regni ed arrivava come uno stridore acuto e continuo, metallo contro metallo e la gola che lo produceva si espandeva quasi a rigurgitarsi da se stessa attraverso la bocca spalancata e dilatata come quella di un serpente che inghiotte la preda. I denti di Wedo erano esplosi in lunghissime zanne che trafiggevano le sue stesse labbra e ciò nonostante riusciva a mordere e strappare. Il cranio del Professore fu asportato per una buona metà e sangue e cervello colavano da lui e dalla bocca di Wedo, una lingua incontrollata ed abnorme lappava ignara del dolore di essere a sua volta addentata e trafitta assieme a schegge di ossa, ancora un morso e con i suoi arti ormai informi e simili a ventose, Wedo riuscì a staccargli la testa dal collo, attraverso di esso a succhiarne tutto il contenuto di interiora, fluidi ed escrementi fino a prosciugarlo e strapparlo in una pioggia di carne smembrata. Null'altro che carne appunto. Non bastava a soddisfare la sua ira come il cielo del suo Regno a contenere il suo grido senza esserne graffiato e ferito. Ma giusto il tempo necessario a che il suo padrone subisse lo stesso destino e le budella ed i ritagli di membra di cui si era lordato prendessero fuoco, un fuoco non fisico che consumava ardendo ed ardendo non si consumava. Non sufficiente ad uccidere un dio, ma abbastanza da ridurlo a ragione. Difatti il Professore, una immagine sfocata che man mano diveniva solida, lo osservò tornare alla sua forma originaria e certamente soffriva e dagli occhi insanguinati della bestia deforme e ferale che si era manifestata, adesso uscivano lacrime nere di uno sguardo umiliato e sbigottito. Abbattuto. Letteralmente. Wedo cercò di rialzarsi. Il Professore lo fece restare dov'era premendo con un piede sulla sua nuca.
Dunque era arrivato per primo. Non doveva essere un caso. Era entrato nel regno di Wedo accompagnato dal suo servitore e da Bordiga... dov'erano a proposito? Ed aveva appena fatto in tempo a comprendere che non era più lo volontà del dio ad animare e controllare quel luogo, che lo spazio stesso lo aveva afferrato e trascinato nella sua risacca. Quindi si era ritrovato dov'era.
Al cospetto del Cancello... avrebbe voluto un approccio diverso, godere in certo senso della vista di quel bizzarro punto del creato, da Filosofo quale senza torto si riteneva e parlare, se necessario, secondo antiche formule di onore e rispetto il cui senso non si era mai perduto o affievolito.
Invece aveva dovuto difendersi proprio da Wedo che abbandonando il corpo dello sfortunato amico di Cialledda, lo aveva attaccato.
Aveva avvertito a sua volta ciò che il Professore aveva avvertito e vedendolo, non aveva trattenuto la sua furia. Mal riposta, mal indirizzata.
Il Professore non biasimava né Wedo né se stesso. Poteva liberare il dio con parole di pace sperando venissero accolte oppure distruggerlo... ma non è così che intendeva adoperare il suo potere e soprattutto non riteneva che Santino glielo avrebbe permesso.
"Dove sei?!" gridò e sentì la sua voce rimbombare nelle orbite morte e vuote del Cancello, che pure lo fissavano. Ma anche lui poteva fissarle a sua volta.
"Eh! Eh! Hone! Hone!" sentì, ma non avrebbe saputo dire da dove provenisse la voce, forse dalla nebbia che gorgogliava a pochi passi da lui. Wedo, pur esanime, ebbe la forza di conficcare le dita nella terra. Convulsioni lo attraversavano e lui intendeva resistere.
"Canga bafio tay, Canga moon day lay, Canga do keelah, Canga li shattà!" ancora.
La voce era proprio quella di Santino e sì, proveniva dalla nebbia e ben prima che si diradasse il Professore sapeva esattamente la scena che gli sarebbe offerta a breve.
"Ahi! Papa Wedo..." anzitutto il corpo di Maier momentaneamente animato dal suo proprio spirito.
"Ahi papa Wedo! - Santino sfilò il chiodo che trafiggeva la gola di Maier - Goutta overì bodoù! Goutta overì bodoù!"
Insofferente a tale operazione, il Professore si allontanò da Wedo che veniva trascinato verso la sua nuova prigione, dibattendosi come un pesce preso all'amo, risucchiato con tanta forza che ciò che appariva come la sua carne, quasi gli veniva strappato di dosso.
Preso.
Santino conficcò nuovamente il chiodo al suo posto. Il Professore elargì un applauso, solo in parte sarcastico, ammirando anche gli strani occhiali che Santino ed il suo Maestro di Chiavi indossavano. A chiudere la composizione, Sua Infinita Misericordia Bast come solito stizzita ed eccitata dalle azioni del suo amante e l'anima di Maier come risulta del procedimento. Tirando le somme, quindi, c'erano lui e Santino su opposti fronti (lo erano poi?) e chiunque vi si trovasse in mezzo ne pativa le conseguenze.
Qualunque cosa fosse accaduta ne sarebbero usciti senza che nessun equilibrio ne fosse perturbato, forse qualche perdita apparente da riassorbire in cicli e tempi su cui, doveva ammetterlo, scorrettamente giocavano. Nessuna conseguenza.
Ma non era forse questo il potere? Non subire le conseguenze?
"Possiamo essere seri… - non gli restava che chiedere a Santino - Anche solo per un minuto?"
"Pure due." Santino.
Già in condizioni normali, di quiete, un corpo umano può contenere a stento una entità come quella di un dio... figurarsi quindi un dio infuriato. Il corpo di Maier era una zampogna sul punto di esplodere ma, doveva riconoscere il Professore, l'incantesimo di Santino era così potente, così ben fatto e controllato che i semplici limiti fisici non costituivano nessun ostacolo. Maier, la sua anima si intende, stava subendo la stessa fine che il Professore gli aveva riservato e che Santino aveva rimandato e ripetuto – biasimabile in questo, ma chi era lì in condizioni di biasimare? - e presa dall'indifferenza dei morti dopo aver contemplato per un istante la propria impotenza, si allontanava nel regno funereo di Wedo per scomparire di lì a poco. E nessuno le prestava attenzione o meglio ancora un grande sforzo occorreva per non dimenticare quella presenza, come nell'ordine naturale delle cose.
Così, in silenzio, finiva Maier. Come tutti finiscono, per quanto compianti, affinché i vivi ed i morti dimentichino e vivano ignari di doversi a loro volta trascinare in un torpore o peggio, in un rancore senza memoria, in un mondo così piccolo fatto di mondi immensi.
"E di immenso mistero..." una parola, nonostante tutto, quell'uomo la meritava. E finalmente, rivolto a Santino, il Professore espresse la sua decisione per la situazione attuale:
"Rinuncio. - disse – Ciò che vuoi fare è sproporzionato. Preferisco la proporzione all'utile che ne conseguirei. Posso permetterti di lacerare l'intero creato solo per cassare una qualche mia forma di... chiamiamola divinazione? Di previsione? Cos'altro andrei ad ottenere se non quello? Addirittura meno di quello… Possibile che non capisci quando ti devi fermare? Possibile che sei ancora così ignorante da non riuscire a vedere che c'è un limite che nessuno, nessuno si può arrogare il diritto di superare? E tanto più in quanto sarebbe in suo potere farlo? E che lì, in quella scelta, c'è la libertà, la maggiore espressione dell'intelletto che ci dimostra e ci fa intravedere Dio?"
Visto per visto, era esattamente ciò che Bast aveva appreso da Lachesi, fra le altre cose. Il vecchio si rendeva conto, era ragionevole... era saggio. Nel senso che in qualcosa pur credeva e Santino invece… Santino era un uomo che respirava, mangiava, odiava, si innamorava, faceva cazzate ed invecchiava e che voleva continuare a farlo. E soprattutto non voleva essere sfruttato, la sua fine, la sua ora doveva essere ignorata da chiunque, era la sua, la voleva per sé ed era nella posizione di arrogarsi questo privilegio. I discorsi sulla libertà non funzionavano con chi sì è convinto che tutti gli universi possibili ed immaginabili sono una fregatura.
E magari aveva pure ragione.
"Basta così. - Bast accarezzando Santino con tutta la dolcezza di cui era capace – Ha capito. Basta."
"Posso giocare a fidarmi secondo te?" premendo il viso contro la mano di lei. Bast non poteva che ritrarsi e scuotere il capo. No. Certo che no...
Santino si voltò verso Roberto, che fece spallucce.
"Io questi li ho fatti..." disse intendendo i loro occhiali.
"L'hai sistemato quel tipo?"
"Confezionato."
Papà Non Vuole riprendeva conoscenza solo in quel momento, non aveva elementi per capire dove o perché si trovasse lì, ma abbastanza per intuire, circondato da tipi strani di cui due armati, di dover sgattaiolare via. Assistettero tutti allo spettacolo del nano che se la dava a gambe, faceva conoscenza con il regno di Wedo, si ritrovava al punto di partenza, capitombolava e ad un tratto riconosciuta una faccia familiare in Santino, andava a trovare riparo dietro di lui. Che lo lasciò fare.
In fondo era come fossero parenti. Accennò soltanto, per gioco, ad assestargli una pedata e quello si aggrappò alle gambe di Bast. Di derelitto era derelitto, di storto era storto. Aveva diritto alla sua protezione.
"E giustamente..." sospirò Santino e ciò che si era scansato Papà Non Vuole colpì Wedo facendo danni più che altro nell'orgoglio. I famosi due minuti erano finiti da un pezzo.
"Giggetto... - ordinò Santino a Wedo – Apri quella cacata...."
Il Professore nemmeno pensò di tentare di fermare Wedo che avanzava, inutilmente cercando di contrastare l'incanto che lo sottometteva all'altrui volontà. Primo perché muoversi, entrare od uscire da quel regno era ormai a discrezione dello stesso Santino e secondo perché non gli restava che confidare nella sua incapacità di esporre anzitutto Bast od il suo amico ad un pericolo reale. E poi non voleva anzitutto salvare se stesso fino al grado più inaudito?
Ma come? Si chiedeva anche dinanzi all'evidenza. Come intendi fare?
Le risposte possibili non lo convincevano e la curiosità batteva anche la sua di prudenza. Aveva tenuto conto anche di questo? Poteva dire sinceramente che sì... si stava divertendo. In fondo.
Non restava che guardare, Bast faceva ancora alcuni inutili - e nemmeno tanto convinti – tentativi di dissuadere Santino. Le mani di Maier, animate da Wedo si posarono sulle nude ossa del Cancello e ci fu un suono, come a smentire chiunque avesse mai dubitato che il Cancello possedesse vita e coscienza proprie.
Consapevole di star fissando il principio di una esplosione, di poter vedere fino solo l'istante prima di essa e non l'evento stesso, il Professore, tutti in realtà, pensarono di aver equivocato quella vibrazione... quella voce... di non aver compreso in quel momento di tensione.
Santino invece aveva sentito bene. Vaffanculo, proprio al suo indirizzo, vaffanculo…


Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio… non c'è scritto da nessuna parte di non fargli ciao e mettergli una bomba sotto il culo. Che era quello che stava accadendo.
Bravo, hai attirato l'attenzione.
"Eppure di famiglia sono tanto delle brave persone…"
"Non è vero."
"Dicevo Papà Non Vuole… non Santino."
"Ah… e quindi pure tu."
"Di conseguenza. "
"Ma qualcuno ti chiama Santino pure a te?"
"Nemmeno mia madre."
"Ma è il tuo nome..."
"E che mi cambia?"
"Non ne ho idea."
"Ti immaginavo diverso…"
"Bugia. Non mi hai immaginato mai."
"Scusa."
Cialledda osservò Silverine o Lorvana o quel che era. Non aveva capito bene la storia di essere uno ma anche due e nemmeno l'uno né l'altro. Adesso era piccola piccola, sospesa, in posizione fetale galleggiava e lentamente ruotava. Non sapeva se fosse davvero lì davanti a lui oppure la stesse guardando da così tanto lontano da poterla coprire con il palmo della sua mano. Aveva accennato a toccarla, ma l'altro gli aveva fatto "Ehi!" e lui si era ritratto.
Come l'unica altra volta che l'aveva visto, erano in riva al mare. Un posto che Cialledda conosceva bene e bene sapeva non fosse reale. I gabbiani facevano casino in cielo, in acqua, sugli scogli.
Il vento gli soffiava nelle orecchie e doveva alzare la voce per sentirsi, più che per farsi sentire.
A tratti un'onda si gonfiava più delle altre e si rovesciava sovrastando e vento e uccelli. Gli scogli si bagnavano e scurivano ed all'istante si asciugavano e schiarivano. Ma c'era qualcosa in sottofondo, suoni che a tratti sembravo diventare un melodia, ma Cialledda non faceva a tempo a prestargli attenzione che perdevano di senso, si smarrivano e lo confondevano.
"Si può sapere che ci stiamo a fare qua?" gli chiese cercando di ignorarli
"Per me possiamo pure fare una grigliata…"
Cialledda stava per rispondergli male… proprio male...
"Voglio dire... abbiamo molte possibilità. Io mi sono già fatto una idea… però voglio sia chiaro che io non ti devo niente…"
"E perché io a te?"
"É troppo chiedervi di avere un po' di fede per una volta?"
Cialledda non fece in tempo ad evitare uno schizzo. Sole caldo, ma acqua fredda sui pantaloni.
"Fede? La fede è una cosa che ti scappa come quando devi pisciare… e gli scappa ai moribondi. Io quel punto l'ho passato da un bel pezzo. Non è per fede che me no sto qui con te. Anzitutto ci sono costretto e poi una fregatura da una parte ed una fregatura dall'altra… dimmi che ho torto..."
Silenzio. Non solo lui. Tutto attorno a loro tacque. I gabbiani fermi in cielo, le onde nel loro gonfiarsi, Silverine e Lorvana nel suo gravitare attorno a chissà cosa. Anche le nuvole in cielo erano immobili, Cialledda pure avrebbe voluto essere un punto fisso che non sapeva, non voleva, non sentiva. Aveva imparato che nemmeno la morte poteva dargli quella soddisfazione.
"Perché mi presti tanta attenzione? - chiese ricevendo un boccheggio da pesce in risposta – Cos'è vuoi qualche domanda più culturale? Hai sbagliato bottega…"
"Non puoi semplicemente approfittare della situazione? Ci puoi arrivare da solo ed in realtà non lo vuoi nemmeno sapere."
"É per questa cosa che ha fatto Santino vero? Ci sono cose che nemmeno tu puoi ignorare… perché normalmente ignori qualsiasi cosa…"
"E ci sei arrivato…"
"Allora con me non è altro che…"
"Visto che non lo volevi sapere?"
"Lasciami solo… voglio restare solo."
"E poi?"
"E poi… niente."
"Come vuoi."
"Fai ripartire il mare."
"Allora guarda…"
Cialledda fissò le onde.
E prese quell'istante e lo pose nel cuore ardente di una stella perché quel tempo fisso e indivisibile si consumasse lentamente con essa lontano da tutto e da tutti, dove solo lui, volendo, avrebbe potuto raggiungerlo.
Non lo voleva.
"Una meraviglia… tornando a noi…"
Stemperato nella luce, Santino lo osservava con i suoi occhialoni bizzarri. Poco più in là Roberto e Bast. Il corpo di Maier era stato spazzato via all'apertura del cancello e Wedo di nuovo libero osservava il vuoto che era stato lasciato dal suo regno cancellato dalla realtà. Il Professore, facendosi schermo con una mano, riusciva a tollerare quel tanto della luce divina che i suoi lunghi anni ed il suo potere gli consentiva. Meno di un millesimo di un riflesso. Tutte le sue energie impegnate a non farsene travolgere come avrebbe prima o poi voluto, ma alle sue condizioni e non adesso.
Bast e Wedo che della divinità partecipavano, non vedevano che se stessi e da se stessi si sentivano osservati. Bast aveva fra le braccia un neonato, se lo era infilato sotto i vestiti per tenerlo caldo.
Roberto che nelle sue facoltà aveva passare e creare, vedere l'indistinto che racchiude tutti i mondi, finalmente ebbe un attimo di pace dalla paura della persecuzione di cui si sapeva vittima. Poteva in realtà chiudere gli occhi e non avere coscienza di nulla.
In quanto a Santino… una mazza di scopa con sopra un sacchetto di carta da pacchi con occhi e sorriso ebete appena schizzati, era tutto ciò che riusciva e voleva vedere.
Avvertiva però, l'attimo pietrificato che una volta era Cialledda, allontanarsi nella profondità del cosmo (che è una parola sbagliata per definire l'universo, altra parola sbagliata). Non era più un problema suo. Tanto gli bastava.
"Io non ti piaccio proprio…" una voce metallica e inespressiva gli giunse da quello spaventapasseri improvvisato.
"None. - gli rispose – Anzi se hai finito con la luminaria…"
La scopa saltellò un poco a destra ed un poco a sinistra e mentre la luce scemava, un cancello, il Cancello, in miniatura spuntava come un fungo dal terreno. C'era di nuovo terreno. Il regno di Wedo era una sconfinata prateria senza ostacoli od edifici di sorta. Le colline stavano spuntando all'orizzonte come disegnate tratto per tratto in quel momento. Il cielo era bianco e macchie scure si manifestavano e poi sparivano.
"Ci metterà un poco a tornare come prima." disse a Wedo che grugnì. A fronte di una vendetta che non avrebbe mai ottenuto, aveva un mondo giovane di cui occuparsi adesso, tanto da distrarlo dalla rabbia che lo consumava. Il tempo della vita di un uomo, della vita di Santino, lo avrebbe colto ancora indaffarato, impreparato. E se aveva sperato che il suo divenisse un sepolcro rinnegato, che le sue azioni lo avrebbe condotto nel suo regno come tutte le tombe dimenticate da Dio, ora non era più possibile. Letteralmente.
"Ti rendi conto di cosa hai fatto?" il sorriso sulla busta di carta si rovesciò in broncio
"Che c'è non ti fidi? Finito qui. Stop, amici come prima, grazie dell'intervento."
Il Professore ancora si copriva gli occhi, il regno di Wedo era tornato libero e permeabile. Ne approfittò, inorridito e sconvolto, per fuggire. Una fuga, un sollievo. Bast se ne accorse e ne ebbe pietà.
"E pure l'amico libertà e intelletto è andato… io ho fame se permetti… dopo di te."
La mazza di scopa prese il ritmo di un martello pneumatico. Dalle profondità vergini del nuovo regno di Wedo rispondevano echi tremendi e minacciosi.
"La vuoi portare fino all'estremo allora…"
"Io non me ne vado se non te ne vai prima tu."
Lo schiaffo di Bast lo colpì inaspettato e violento.
"Non puoi cacciarlo. Andiamo. Fallo per me."
Roberto lo prese per un braccio.
"Santi'… adesso stai facendo il coglione."
Santino sospirò. Notò solo adesso il bambino. Dove c'era un nano adesso c'era quella creatura perfettamente sana e con ancora tutto da vivere.
"Ho capito… ho capito… - sbuffò - Stammi bene."
Roberto affondò le mani nello spazio del regno di Wedo increspandolo come uno specchio d'acqua. La loro via d'uscita si aprì.
"Vai amore... - disse Santino a Bast – Che questo bambino bisognerà pur coprirlo…"
Bast passò, Roberto passò. Santino sulla soglia:
"Giusto per essere chiari: dimmi ora, giorno, anno e causa della mia morte."
Lo spaventapasseri non c'era più, la luce cominciava a crescere di nuovo e stavolta voleva far male.
"Non lo so." si sentì
"E che cos'è quella cosa che non sai nemmeno tu?"
Ma la potenza accecante che gli si scatenò contro lo costrinse ad andarsene. Ridacchiando.


Il Professore, molto indebolito, era riuscito a tornare nelle saletta della porte. Subito gli oggetti, le fotografie anzitutto, lo richiamarono all'altra questione che aveva in sospeso con Santino e che pur avendo altri scopi ed altre cause, presto avrebbero dovuto affrontare. Ma adesso doveva riprendersi, il cuore gli batteva come non credeva fosse più capace di fare, il respiro era difficoltoso. Dopo così tanto tempo e tanti sforzi ed azioni quanto grandiose quanto abominevoli, doveva riconoscere di non essere altro che umano, di avere paura, di dubitare, di poter errare… ma in fondo ciò gli dava anche conforto. Aveva peccato di superbia? Sì. E se ne pentiva.
Non era dunque cieco, non come Santino Elia.
"Tu sei cieco. - rivolto a lui ma non avendo altro che se stesso ad udirlo – Un cieco…"
Qualcosa dietro gli occhi caldo e prepotente si faceva strada. Faticò, ma alla fine riconobbe le lacrime. E orgoglioso le pianse:
"Un cieco che conosce il nome di Dio."
1Come? Chi? Quando? Nella prossima serie di racconti. Quale? Continuate a leggere.